home  Indietro

 

TRAILER

 

 

                       VOTO:

 

 

Trama:

Dito Montiel, 15 anni dopo la sua fuga in California, torna a New York. Glielo ha chiesto sua madre - perchè papà sta molto male. Dito, che ormai è uno scrittore di successo, rievoca alcuni episodi della sua adolescenza (difficile, anche per colpa di suo padre), alla metà degli anni Ottanta, in un quartiere abitato per lo più da italiani, irlandesi e portoricani (l'Astoria, nel Queens). Ricorda le sue bravate con gli amici, un misto di ignoranza, prepotenza e vitalità senza sbocchi; ricorda il rapporto con Antonio, un gigante rozzo e rude ma affezionatissimo a lui e asua volta vittima di un padre violento (oltre che spettatore inerte del suicidio di suo fratello); ricorda soprattutto la bella Laurie, che 15 anni dopo ritrova (con un figlio in più...) alla stessa finestra su cui si era arrampicato per dichiararle il suo amore, nei giorni in cui aveva deciso di andarsene da New York.

Al centro di quella soria sepolta nel passato c'è un battibecco con dei portoricani per un graffito. Dito prima viene minacciato e poi picchiato con una mazza. Antonio lo vendica andando ad uccidere il suo aggressore e innescando un meccanismo tragico di cui finisce vittima l'amico scozzese di Dito, quello che gli aveva fatto scoprire Manhattan, con cui voleva creare una rock-band e poi partire verso la California. Ora Dito è tornato. Lo accompagna un vecchio amico, che sembra completamente "perso". Il quartiere è cambiato, ma la gente in parte è la stessa. Suo padre, con cui non era mai andato d'accordo (un rapporto brusco, senza dialogo), ora non gli perdona di non essere mai tornato a trovarlo. Lui vorrebbe andarsene di nuovo, ma la madre e Laurie lo convincono che non può scappare ancora una volta. Così Dito decide di tornare dal padre e finalmente gli parla col cuore. Dopo tanti anni va anche a trovare Antonio in carcere e lui lo accoglie con un sorriso pieno d'affetto.

Critica: (da "Settimana della critica")

Un film scritto e girato con la parte sinistra del petto, quella che sostiene e protegge il cuore. Un'opera autobiografica che colpisce per autenticità, freschezza e profondità di sguardo. A Guide to Recognizing Your Saints fa pensare a molto del miglior cinema germinato con energia, rabbia e dolore da quella fucina inesauribile di vita, storie e talenti che è New York. Su tutti Cassavetes e il primo Scorsese. Eppure incasellare il film nel solco di una tradizione ben definita del cinema americano, seppur straordinariamente ricca e sfaccettata, può essere fuorviante soprattutto a causa del suo "autore", Dito Montiel, un personaggio eclettico, di difficile classificazione, un regista che non nasce tale e che dichiara di non sapere se tornerà mai più dietro una macchina da presa. E' forse per questo che il suo sguardo, sebbene assimilabile a quello gettato sulle vie della Grande Mela da registi colti e cinefili, riesce ad imporre un punto di vista obliquo e marginale.

Espulso da scuola, Montiel racconta di aver fatto ogni genere di mestiere, dai più umili ai più "artistici" come il modello, il musicista e il cantante per un paio di gruppi di discreta rilevanza - tra cui i Major Conflict che ebbero un ruolo fondamentale nell'hardcore newyorkese - fino a quando, giunto in California, ha redatto le proprie memorie in "A Guide to Recognizing Your Saints". E' qui che Robert Downey Jr. lo ha visto recitarne un brano durante una lettura pubblica e, folgorato dal testo, ha convinto Trudie Styler a produrne un film. Guardando, o meglio "vivendo" il film si avverte la violenta intensità della spinta autobiografica che ne sta alla base. I temi, ancora una volta, sono quelli classici di moltissimo cinema americano che descrive degrado urbano, passaggio generazionale e conflitti familiari. S'intuisce però come il libro autobiografico non abbia chiuso i conti con il passato e co la memoria, si percepisce come il film, adattandone alcune parti, lavori nella direzione dell'approfondire in modo autonomo ed originale quei gangli incandescenti che riguardano i rapporti con le figure chiave dell'adolescenza. "Ho usato il libro come una banca di emozioni e persone da cui attingere". E provare così a descrivere e raccontare quelli che sono stati i "Santi" che gli hanno permesso di divenire quello che è oggi.

La terra in cui i Santi si sono immolati, innanzi tutto. Il Queens, quartiere nato come conglomerato di paesini e cittadine, annesso alla città di New York solo nel 1898, secondo molti analisti rappresenta la contea più multietnica al mondo: al suo interno c'è Astoria, zona a prevalenza greca ed est europea. E' qui che Montiel racconta la sua adolescenza nell'estate del 1986, in questo distretto dipanato tra vicoli che si sviluppano sotto i binari della soprelevata N della 31st Street, luoghi in cui vige la legge del più forte, in cui le scritte sui muri sono la forma di comunicazione tra bande rivali, in cui bulli ed emarginati si sfidano e si provocano in continuazione sino a giungere a quegli scontri a cui li portano, fatalmente, gli incontri casuali e dalle conseguenze imprevedibili per le strade urbane. Una città-villaggio dalla forte autonomia, un limitato spazio geografico, sociale e culturale in cui si può passare l'intera vita, resistere arroccati in poche strade e poche stanze e, come i genitori di Dito, ritenere la vicina Coney Island una terra straniera. Un luogo in cui si vive in gruppo. Dito il suo gruppo lo trova, il suo è anzi un clan, una famiglia allargata con cui instaura un legame viscerale e sofferto. Un legame che, nonostante la scomunica minacciata da parte di alcuni Santi, decide di recidere.

A Guide to Recognizing Your Saints è la storia di un nostos, di un ritorno vissuto prima con la memoria e poi con il corpo. Montiel ha buon gioco nell'ambientare la sua vicenda a cavallo fra il 1986 e l'oggi: Astoria è una delle zone della città che meno è cambiata dagli anni Ottanta e che meno è stata ripulita dalla mano dura di Rudolph Giuliani. Questo gli permette di rendere trasparenti i passaggi di tempo, gli scarti della memoria e, soprattutto, lo aiuta nel materiare, nonostante i flashback, l'eterno presente dei conflitti e delle relazioni mai risolte, il raffiorare di tensioni mai sopite, di capitoli mai chiusi. I passaggi continui tra le due epoche non sono segnati da cesure, ma presente e passato paiono permeabili e in continuo scambio. La rievocazione accade a partire da eventi minimi e la regia di Montiel intoduce piccole discordanze tra i diversi periodi: concitata, frammentaria e dotata di una fotografia luminosa per gli anni Ottanta; dedita ad un ritmo più sobrio, placato, ed atoni più scuri e cupi per l'oggi. Il melting pot del luogo, la sua sovrabbondante e aggressiva vitalità, l'intensità sanguigna dei legami che vede instaurarsi: tutto ciò è tradotto in uno stile vario e viscerale che trova presto un suo disarmonico equilibrio e che ben ci porta a respirare l'aria dell'ambiente in cui è calato.

L'apporto di Montiel regista è tutto nella sua sensibilità e nella capacità di esprimerla stabilendo una comunicativa empatica e immediata con lo spettatore. Non si bea dei tecnicismi nè, tanto meno, dell'ammiccare cinefilo o del narcisistico esibizionismo tipico di tante opere prime. Uno dei risultati più flagranti di questa sua capacità di innestarsi nel reale è il lavoro che compie con gli attori. A professionisti in stato di grazia affianca, per i ruoli giovani, ragazzi presi per le strade del quartiere. Loro le interpretazioni più impressionanti: paiono aderire totalmente alla parte e riverberare, attraverso essa, schegge autentiche del proprio vissuto. Sono Santi, e come tali patiscono e l'ambiente e la pellicola. Sono, loro malgrado, i veri cardini, i veri punti di riferimento a cui Montiel intreccia la costruzione di un mondo che è anche nostro, un mondo fatto su misura dall'uomo per un uomo nel cui destino è contemplata, prima di ogni altra cosa, l'esperienza del soffrire e dell'impossibile condivisione familiare, amicale ed urbana del dolore. Dito, grazie agli exempla fornitigli dai Santi, impara a lottare per costruirsi un mondo diverso, un mondo che risponda alle sue esigenze. Un mondo che non renda vano il loro martirio.

Dito torna nel Queens dopo quasi vent'anni per assistere il Santo morente che lo ha cresciuto: suo padre, un uomo che lo ama oltre ogni misura ma, nonostante ciò, trabocca di violento e cieco rancore nei suoi confonti. Al contrario dei suoi amici, Dito non riesce a comunicare con quest'epilettico idiota dostoevskijano, con questo folle per Cristo e per la famiglia. La loro dolorosa incomunicabilità è il solco profondo che dilacera e salda, come una cicatrice efflorescente, tutti i motivi umani che dalla pellicola vengono a srotolarsi verso la vita.

Ecco a cosa può servire una guida per riconoscere i nostri Santi: a compatire l'amore di cui inondano l'inferno in cui ardono.