MATTATOIO N.5
MATTATOIO N.5:
"LA MATTANZA DEI LUOGHI COMUNI"

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"CONTROEVOLUZIONE"  TRATTO DA CONTROEVOLUZIONE.IT

Cos'è l'evoluzionismo? Pochi hanno le idee chiare, ma tutti sono fermamente convinti che l'uomo discenda dalla scimmia (meglio sarebbe dire da un progenitore comune alla scimmia) e questa convinzione viene da tutti difesa strenuamente quasi ci stesse accaparrando chissà quale nobiliare casato di discendenza.
Negli stessi ambienti universitari delle facoltà naturalistiche e biologiche, gli studenti - che lì dovrebbero essere formati in maniera obiettiva - vengono a conoscenza della teoria evoluzionistica come se si trattasse non già di una teoria, ma di un dato oramai completamente acquisito, estremamente chiaro e lineare, senza il benché minimo punto dubbio e da non mettere assolutamente in discussione.

Uno dei testi liceali più diffusi di biologia, Invito alla Biologia, di Curtis/Sue Barnes (Zanichelli, 2002), contiene oltre 100 pagine (20% del totale) sulla sola evoluzione. Dei 30 maggiori testi di Biochimica pubblicati negli USA dal 1970 al 1992, 13 (43%) non hanno alcun riferimento bibliografico sulla teoria dell'evoluzione, mentre nei rimanenti 17 vi sono 138 riferimenti su un totale di 144,000 voci bibliografiche (dati citati da M. Behe, Darwin's Black Box: The Biochemical Challenge to evolution, New York, Simon & Shuster, 1998).

Praticamente si è passati dalla "Teoria evoluzionistica" all' "Evoluzione" come fatto acclarato.

Per operare questo passaggio, non riuscendo a trovare sufficienti riscontri scientifici, la scienza ha dovuto creare un fattore che riuscisse a giustificare tutte le ipotesi evoluzionistiche. Il fattore dell'evoluzione è il "caso": questo diventa il supremo artefice di tutto ciò che avviene.

Il paradosso è che, per giustificare la teoria evoluzionistica che si sorregge su di esso, il caso opera con modalità particolare tanto da ravvisare un preciso finalismo nel suo operare.

Criticando l'evoluzionismo e sottolineando la sua natura filosofico-speculativa e non scientifica non si ostacola l'apprendimento delle materie scientifiche. Per contro, crediamo che fare luce sulle mistificazioni dell'evoluzionismo possa solo essere di aiuto alla scienza che non dovrebbe mai accettare per vere teorie mai suffragate dalle evidenze sperimentali e consentire che chi insegna scienza, la utilizzi solo per un indottrimento ideologico cessando di insegnare scienza ed iniziando ad insegnare filosofia.

STORIA DELL'EVOLUZIONISMO

Una teoria nata in salotto e costruita a tavolino

La teoria dell'evoluzione non derivò i suoi concetti fondamentali da nuove scoperte o indagini effettuate nel campo delle discipline biologiche - come qualsiasi nuova teoria biologica scientificamente postulata - ma venne concepita nella forma mentis dell'illuminismo razionalista e del liberalismo progressista, soprattutto a partire dagli anni violenti della rivoluzione francese.
Tutti gli elementi che si ritrovano nell'opera di Charles Darwin - presentata nel 1859 - erano già presenti nel mondo culturale fin dal primo decennio del XIX secolo; lo studioso pertanto rappresentò la conclusione piuttosto che l'inaugurazione di una determinata linea di pensiero.
La stessa teoria di Darwin che si fa scaturire dalle sue osservazioni naturalistiche effettuate durante il famoso viaggio sul Beagle non sono originali di Charles, ma del suo nonno Erasmus, uomo dotato di vastissima erudizione ed intellettualmente legato ai circoli culturali francesi di indirizzo massonico - rivoluzionario; le sue opere sull'evoluzione avevano già trovato larga diffusione.
Ciò fa anche comprendere come la teoria darwinista non sia derivata - così come tendono a riportare le ricostruzioni storico - scientifiche - da osservazioni naturalistiche del giovane Charles, ma siano state formulate indipendentemente da ogni studio e solo dopo si siano cercate evidenze che potessero in qualche modo convalidarle.
Alla base di questa linea serpeggiava uno stato di profonda insofferenza ed ostilità nei confronti della visione del mondo tradizionale.
Secondo tale visione, la realtà fisica, naturale, percepita dai sensi, non era tutta la realtà, bensì un semplice aspetto o espressione particolare di una realtà indefinitamente più vasta, metafisica, supernaturale; perciò non poteva trovare la sua completa spiegazione in se stessa, ma unicamente nell'ambito della logica di tale più ampia realtà.
In urto con tutto questo, lo spirito dell'età rivoluzionaria mirava a spiegare tutte le cose naturali, senza uscire dall'ambito della natura stessa, reputata come la sola ed unica realtà.
La teoria evoluzionistica così si presentava come un utilissimo strumento per colpire la reputazione stessa della Chiesa Cattolica ed il sentimento religioso in generale.
E' per questo infatti che, pur essendo presentata come teoria scientifica, la presentazione della stessa non fu effettuata come pubblicazione in ambienti scientifici, ma si rivolse al grande pubblico con un libro che raccoglieva in forma ordinata un numero svariato di esempi ed argomentazioni non dimostrabili, ma invece suscettibili di far presa sul grosso pubblico.
La formulazione della teoria della selezione naturale è stata formulata combinando alcune tesi del liberalismo economico con i metodi degli allevatori del bestiame domestico, rielaborando un'ingenua concezione dell'ereditarietà in base al common sense britannico
(1).
In quanto abbiamo detto è evidente la natura ideologica dell'intera teoria evoluzionistica. E' infatti tipico dell'ideologia forzare l'interpretazione: quando lo schema non si adatta alla realtà, invece di ammettere questa evidenza, pretende che la realtà si adatti allo schema.

***
(1) Pietro Omodeo, Creazionismo ed evoluzionismo, Laterza, p. 179.

EVOLUZIONISMO

La rivoluzione evoluzionistica
Mistificazioni evoluzionistiche e matematica (L. Benassi) (1)

A cento anni dalla scomparsa, il mondo scientifico ufficiale, con grande dispiego di mezzi, ha celebrato nel 1982 l'"anno darwiniano". Quotidiani, settimanali, riviste di divulgazione hanno offerto generosamente le proprie pagine alla memoria del "fondatore" e alla diffusione del suo "messaggio": una claque invadente e ossessiva ha applaudito senza interruzione alle vecchie tesi evoluzionistiche riproposte, come sempre, secondo enunciati ambigui e sfuggenti e con il consueto corredo di "prove" (2). Lo spazio per il dissenso è stato pressoché nullo e su ogni voce discorde è stata fatta gravare un'atmosfera ora di ironia, ora di disinteresse. Non è consentito avere dubbi "sulla validità della teoria [...]. L'impostazione corretta di questo dubbio non è [...] "se l'evoluzione è vera", ma se sappiamo tutto dell'evoluzione" (3).

Della evoluzione, in pratica, si conosce ben poco. Giuseppe Montalenti, presidente dei Lincei, fautore e divulgatore in Italia della teoria evoluzionistica, ammette, per esempio, che "non è a credere che tutto sia chiaro, che tutti i problemi siano risolti. Al contrario, molti rimangono aperti e intorno a essi si discute e si ricerca molto. [...] Molti e gravi sono i problemi anche in quello che abbiamo chiamato l'aspetto storico dell'evoluzione. Il quadro del processo evolutivo appare disegnato nelle sue grandi linee in modo abbastanza attendibile, ma quando si cerca di fissare il particolare si incontrano spesso grandi difficoltà" (4).

Se le difficoltà permangono, come sempre, e se nessun fatto nuovo, nessuna verifica sostanziale sono intervenuti in questi cento anni a fare sì che l'evoluzionismo sia qualcosa di più di un disegno "attendibile" soltanto nelle sue "grandi linee", le celebrazioni riservate a Darwin e alla sua teoria, fatto anomalo nella storia della scienza, inducono a un atteggiamento di sospetto. Il sospetto cade e diviene certezza se si considera che Darwin e l'evoluzionismo sono troppo importanti per essere lasciati al vaglio della usuale metodologia scientifica: non tanto per il rischio di vedere cadere ciò che affermano, quanto per il timore di dovere affermare ciò che negano. Ne ha chiara coscienza Francois Jacob, evoluzionista, premio Nobel per la medicina nel 1965: "Quello che Darwin ha mostrato è che per rendere conto dello stato attuale del mondo vivente non c'era affatto bisogno di ricorrere ad un Ingegnere Supremo. [...] Tuttavia se l'idea di un progetto, di un piano generale del mondo vivente, stabilito da un creatore è scomparsa con il darwinismo, questo ha conservato un alone di armonia universale" (5). Quindi, per evitare che l'"Ingegnere Supremo", cacciato dalla porta principale più di cento anni fa, rientri per quella di servizio attraverso la oggettiva constatazione della "armonia" della sua opera, ovvero della perfezione e della finalità delle sue parti, si rende necessario un costante rilancio della teoria evoluzionistica, nel quale non siano discussi e criticati i dubbi e le prove, ma sia posto l'accento sull'impatto rivoluzionario che essa ha avuto e continua ad avere su ogni concezione del mondo che faccia ricorso a un creatore.

Un creatore presuppone una volontà, e una volontà esprime una intenzione, un progetto: ebbene, continua Jacob, "la teoria della selezione naturale consiste precisamente nel capovolgere questa affermazione. [...] In questo rovesciamento, in questa specie di rivoluzione copernicana sta l'importanza di Darwin per la nostra rappresentazione dell'universo e della sua storia" (6). Se poi si considera che la concezione tradizionale del mondo "ha nella dottrina cristiana il suo più saldo fondamento" (7), non è difficile collocare il movimento evoluzionistico nel quadro più ampio del movimento che il pensiero contro-rivoluzionario denomina "Rivoluzione" e che si realizza nella lotta e nella demolizione tematica di ogni espressione conforme a quella dottrina: sul piano religioso, su quello politico-sociale-istituzionale, su quello economico, fino a colpire, da ultimo, i legami microsociali e l'individuo stesso.

Seguendo lo schema di Plinio Corrêa de Oliveira (8), lo svolgimento storico mette in evidenza, dalla fine dei Medioevo cristiano, una I Rivoluzione, protestantica, che distrugge i legami religiosi; una II Rivoluzione, liberale-illuministica, che distrugge i vincoli e i legami dell'antico ordine sociale; una III Rivoluzione, comunistica, che abolisce il residuo ordine economico. Ma, ulteriore al comunismo, Corrêa de Oliveira intravede una "IV Rivoluzione nascente" (9), il cui tratto saliente sta nel carattere ristretto del suo campo d'azione: i legami microsociali, cioè la trama di relazioni che ogni uomo tesse in quanto membro di una comunità, di una famiglia, in quanto genitore. E dopo i legami microsociali, spesso in diretta relazione con essi, si pone l'ordine interiore della persona, che trova nella gerarchia intelletto-volontà-sensibilità il riferimento di ogni azione e di ogni manifestazione.

V'è ora da chiedersi: se l'evoluzionismo, come non esitano ad affermare i suoi esponenti più rappresentativi, è una rivoluzione, nel senso di "sovvertimento" e non in quello, purtroppo diffuso, di semplice "cambiamento" rispetto a un ordine precedente, come collocarlo all'interno dello schema ora tracciato?

Per il suo carattere intellettuale e accademico, l'evoluzionismo si pone innanzitutto su di un piano non immediatamente legato ai fatti e ai comportamenti delle persone: l'evoluzionismo è una rivoluzione nelle idee. Cionondimeno, analogamente ai grandi sistemi ideologici del passato, esso aspira a fornire una giustificazione al comportamento individuale e sociale. Ciò è tanto più vero in un'epoca come la nostra che "si è lasciata gradatamente persuadere che l'essere umano, analizzato, scomposto, scandagliato dalle varie direttive di ricerca non è altro che una macchina, di volta in volta meccanica, chimica, elettrica o cibernetica" (10). Ora, è al contenuto delle idee evoluzionistiche e alla loro capacità di penetrazione che si deve guardare per rispondere alla importante domanda che ho posto prima.

Già ho osservato che il loro carattere sovversivo generale risiede nell'affermazione di una visione del mondo che fa a meno di un creatore. Tuttavia non è difficile constatare che esse si spingono ben oltre, negando anche l'ordine morale che deriva dalla esistenza di un creatore e che, per questo, è vincolante. L'evoluzionismo, infatti, traendo l'uomo dal caso e facendone un "prolungamento delle cose [...] sullo stesso piano degli animali" (11), lo sottrae a ogni responsabilità: la storia diventa storia della biologia, dove "tutto è permesso" (12) e dove "non vi sono più leggi divine che assegnino limiti all'esperimento" (13).

Una volta esclusi Dio e la sua volontà, cioè una volta rotto il legame Creatore-creatura, rimane la constatazione del puro divenire. Da esso gli esseri emergono non in vista di un fine secondo un progetto, ancorché immanenti al movimento stesso, bensì in virtù del puro gioco delle fluttuazioni statistiche. "L'evoluzione - scrive Jacob - mette in gioco intere serie di contingenze storiche" (14), così che "il mondo vivente avrebbe potuto essere diverso da quello che è, o addirittura non esistere affatto" (15). Questa affermazione è molto importante per il tipo di analisi che sto conducendo. Essa dimostra, infatti, che l'evoluzionismo contiene in sé anche gli elementi della II e della III Rivoluzione: la rottura dei legami politici, cioè delle antiche solidarietà sociali fondate sulla gerarchia e sull'ordine, e di quelli economici. Se ne rende ben conto lo stesso Jacob: "Finché l'Universo era opera di un Divino Creatore, tutti gli elementi erano stati da lui creati per accordarsi in un insieme armonioso, accuratamente preparato al servizio del componente più nobile: l'uomo. [...] Era un modo di concepire il mondo che aveva importanti conseguenze politiche e sociali, in quanto legittimava l'ordine e la gerarchia della società" (16). Ora, invece, perde di senso qualunque tentativo di fondare un ordine e una gerarchia: "il migliore di tutti i mondi possibili è diventato semplicemente il mondo che si trova a esistere" (17).

In questo emergere prepotente del "caso" come fonte ed essenza della realtà, in questa dissolvenza dell'essere umano, della sua libertà e della sua volontà nel movimento evolutivo, risiede il carattere originale della rivoluzione darwiniana: una originalità che la distingue dallo stesso marxismo e da ogni altra ideologia di matrice hegeliana. Nella dialettica hegeliana e in quella marxistica, il movimento universale, dell'Idea o della Materia, conservava pur sempre una sua finalità, una "direzione privilegiata", "ascendente", e offriva agli individui più consapevoli la possibilità di tuffarsi nella corrente e di accelerare in qualche modo il corso della storia. Ma ora che il mondo esistente non può essere che il frutto del caso, costruito come una quaterna del lotto, ogni pretesa di perfettibilità diventa inutile e assurda: anche il mondo di domani, come quello di oggi, uscirà "alla cieca" dall'urna dei "mondi possibili".

Distinta dal comunismo, dunque, ma anche "oltre" il comunismo (18): la rivoluzione darwiniana procede inesorabile secondo una logica folle di trasgressioni successive. Abbattute le barriere tra le specie, in una visione del mondo vivente nel quale gli organismi perdono la loro tipicità e la loro fissità strutturale, dove "oggetto effettivo di conoscenza è la popolazione nel suo insieme" (19), l'avanguardia evoluzionistica propone, da ultimo, il programma di ricostruzione della società e degli individui sulle basi delle indicazioni della sociobiologia e della ingegneria genetica. L'inserimento dell'aborto nelle legislazioni di molti paesi, accompagnato da campagne propagandistiche sul suo uso come strumento di selezione in base alle caratteristiche genetiche dei feti (20); la diffusione della fecondazione artificiale, che esclude ogni rapporto di paternità e di maternità, lasciano intravedere l'inquietante scenario di una umanità pianificata e manipolata artificialmente, che attraverso la tecnica della clonazione (21), realizza il sogno utopico della uguaglianza assoluta: quella relativa al patrimonio ereditario degli individui.

Il movente occulto della Rivoluzione è l'odio a Dio. Non potendo questo odio scagliarsi contro Dio stesso, si proietta contro le sue opere e, nella sua forma più consapevole e compiuta, contro il capolavoro del creato: l'uomo. Nell'uomo Dio ha infuso la scintilla dell'intelletto, che lo distingue dagli animali, ma a ogni uomo ha anche assegnato una vita interiore, un modo di affacciarsi al reale e di riflettere su di esso del tutto diverso da quello di ogni altro uomo: è il dono della personalità. E' evidente che l'aggressione organizzata e tematica della Rivoluzione al creato deve prevedere il momento di lotta specifica all'essere umano: questo attacco, come si è detto, si compie con la IV Rivoluzione. Nel quadro di questa battaglia, forse quella finale che la Rivoluzione si accinge a combattere (22), la rivoluzione evoluzionistica svolge il ruolo di aggressivo genetico, fornendo le idee per una alterazione delle differenze psico-somatiche tra gli individui.

La prospettiva è al limite; tuttavia non è eliminabile: la direzione in cui l'evoluzionismo lavora nei laboratori di genetica è quella di un mondo popolato da miliardi di esseri uguali, repliche esatte di uno stesso "progetto umano". Scrive ancora Jacob: "Forse si riuscirà anche a produrre, a volontà e nel numero di esemplari desiderato, la copia esatta di un individuo: un uomo politico, un artista, una reginetta di bellezza, un atleta. Nulla vieta di applicare fin d'oggi agli esseri umani i procedimenti selettivi utilizzati per i cavalli da corsa, i topi da laboratorio o le vacche lattiere [...]. Ma tutto questo non ha più a che fare soltanto con la biologia" (23).

E' vero, tutto ciò è già oltre la biologia, è la prospettiva sinarchica della Repubblica Universale, di un mondo, come insegna Corrêa de Oliveira "senza disuguaglianze né sociali né economiche, diretto mediante la scienza e la tecnica, la propaganda e la psicologia" (24); di un mondo nel quale, paradossalmente, quella umanità che l'evoluzionismo vuole scaturita dai branchi scimmieschi delle savane, ritorna a essere mandria indistinta e brutale come i suoi mitici progenitori.



***
(1) in Cristianità n. 95 (1983)
(2) La corsa alle "prove" costituisce, nella storia dell'evoluzionismo, un capitolo a sé. Dalla ricerca dei cosiddetti "anelli mancanti" tra due gruppi di viventi al clamoroso falso paleontologico di Piltdown nel quale ebbe un ruolo attivo padre Teilhard de Chardin gli evoluzionisti non hanno mai tralasciato nulla che potesse confortare la validità della loro teoria. Così non è infrequente imbattersi in notizie come Un bimbo con coda conferma la teoria dell'evoluzione (il Giornale nuovo, 21-5-1982).
(3) Così Claudio Barigozzi, in il Giornale nuovo, 17-6-1982. Questo tour d'esprit è talmente frequente presso gli autori evoluzionisti che, si può dire, caratterizzi la logica dell'evoluzionismo stesso: non è più la teoria a sottostare ai dati della realtà, ma è la realtà a essere forzata entro le maglie rigide della teoria.
(4) Giuseppe Montalenti, Charles Darwin, Editori Riuniti, Roma 1982, pp. 117-118.
(5) Francois Jacob, Evoluzione e bricolage, gli "espedienti" della selezione naturale, Einaudi, Torino 1978, p. VIII.
(6) Ibid., p. 36. Sul carattere rivoluzionario del darwinismo cfr. anche Iring Bernard Cohen, La rivoluzione darwiniana, in Le Scienze, n. 172, dicembre 1982. L'autore — che in realtà è Victor S. Thomas, professore di storia della scienza ad Harvard — ritiene estremamente significativa l'affermazione fatta da Darwin a conclusione dell'Origine delle specie, l'opera con cui presentò al mondo scientifico la sua teoria. Scriveva Darwin: "Quando le opinioni sostenute in questo libro, od altre opinioni analoghe, verranno ammesse dalla generalità degli studiosi, si può prevedere oscuramente che vi sarà una grande rivoluzione nella storia della scienza" (Charles Darwin, L'origine delle specie, ed. originale del 1859 e app. con le varianti dell'ed. del 1872, trad. it., Newton Compton, Roma 1981, p. 557). Cohen commenta così: "Questo evento, una dichiarazione di rivoluzione in una pubblicazione scientifica formale, è apparentemente senza precedenti nella storia della scienza". Interessante è ancora l'osservazione di Cohen sul fatto che "c'è un solo altro autore scientifico dell'epoca moderna che può essere paragonato a Darwin, [...] ed è Sigmund Freud, un dato che mostra l'incredibile intuito che Freud ebbe quando, paragonò l'effetto prevedibile delle sue idee [sull'inconscio e sulla psicanalisi, ndr] a l'effetto di quelle di Darwin".
(7) G. Montalenti, op. cit., p. 42.
(8) Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977.
(9) Ibid., p. 189.
(10) Emanuele Samek Lodovici, Ma l'uomo non è solo una macchina, in Il Settimanale, anno 1980, n. 34-35.
(11) F. Jacob, La logica del vivente, tr. it., Einaudi, Torino 1971, p. 215.
(12) Ibidem.
(13) Ibidem.
(14) Idem, Evoluzione e bricolage, Gli "espedienti" della selezione naturale, cit., p. VIII.
(15) Ibidem.
(16) Ibidem.
(17) Ibid., p. IX.
(18) Cfr. Lucio Colletti, Marx era il suo miglior nemico, in Darwin. Come si diventa uomo, supplemento a L'Espresso, anno XXVII, n. 13, 4-4-1982.
(19) F. Jacob, La logica del vivente, cit., p. 207. Darwin, in pratica, ha negato la specie e il "tipo" o "modello" a cui ogni specie rinvia. Il mondo vivente è, per l'evoluzionismo, un grande sistema i cui elementi, tutti diversi, sono in continua trasformazione.
(20) Il problema è discusso in Harry Harris, Diagnosi prenatale e aborto selettivo, tr. it., Einaudi, Torino 1978.
(21) Clonazione è la tecnica con cui l'intero patrimonio cromosomico di un individuo viene introdotto in una cellula per ottenere un duplicato biologico dell'individuo stesso. Fino dal 1979 i ricercatori Karl Illmensee, svizzero, e Peter Hoppe, statunitense, hanno ottenuto topi clonati, primi tra i mammiferi a essere generati con questo trattamento. Il Corriere Medico del 13/14-1-1981, nel pubblicare un estratto del testo ufficiale con cui i due ricercatori presentavano l'esperimento, titola "profeticamente": Oggi i topi, domani l'uomo.
(22) Cfr. Massimo Introvigne, Le origini della Rivoluzione sessuale, in Cristianità, anno VII, n. 54, ottobre 1979. L'autore osserva che il mutamento di interesse della Rivoluzione, dai fenomeni macrosociali a quelli microsociali, non è il segno di una "crisi" della Rivoluzione stessa. Al contrario, "il fine della Rivoluzione è la IV Rivoluzione", ovvero si sono demolite le istituzioni cristiane per quindi demolire l'uomo naturale e cristiano.
(23) F. Jacob, La logica del vivente, cit., p. 375.
(24) P. Corrêa de Oliveira, op. cit., p. 117.

EVOLUZIONISMO E IDEOLOGIA

Dal darwinismo alle ideologie progressiste

Le teorie evoluzioniste hanno enormi responsabilità nelle ecatombi che la storia dell'umanità ha sperimentato negli ultimi secoli della sua esistenza.

Lo stesso Darwin ha scritto nel suo L'evoluzione delle specie: «Tra tutti gli uomini ci deve essere lotta aperta; [...] le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge».

L'influsso del darwinismo e dell'evoluzionismo è rintracciabile in quasi tutte le degenerazioni ideologiche del XIX secolo:

ABIOGENESI

Uno dei "nodi" fondamentali della storia della vita sulla terra è, ovviamente, quello della sua comparsa.
Si tratta di un "nodo" così complesso che lo stesso Darwin preferì lasciarlo insoluto, aggirando più o meno brillantemente il problema; eppure, "sciogliere il nodo" dell'origine della vita era indispensabile per tutta la costruzione darwiniana dell'evoluzionismo: se i primi viventi non si sono "evoluti" dalla materia per cause puramente meccaniche, a che scopo attribuire ai meccanismi delle "piccole variazioni casuali" e della "selezione naturale" la successiva comparsa di tutte le specie animali e vegetali?

1.     La "generazione spontanea" e la moderna "abiogenesi"

2.     Dalle molecole organiche alle biomolecole

3.     Dalle biomolecole alle prime cellule

La "generazione spontanea" e la moderna "abiogenesi" (1)

La teoria secondo cui la vita sarebbe sorta casualmente dalla materia inorganica non è, in fondo, che la versione moderna di una credenza vecchia quanto la osservazione superficiale della natura, la "generazione spontanea": quella, per intenderci, in base alla quale gli antichi credevano che le anguille nascessero dalla melma dei fiumi, le zanzare dai miasmi delle paludi, le mosche dalla carne putrefatta, e così via.

Le moderne "teorie abiogenetiche" sono quasi tutte variazioni di quella proposta negli anni 1930 dal biologo sovietico Aleksandr Ivanovic' Oparin (1894-1980) (2), che ipotizzava un'atmosfera primitiva a carattere fortemente riducente, composta di idrogeno, vapore acqueo, metano, azoto e ammoniaca.

In tale atmosfera, la cui esistenza non è suffragata da dati sperimentali, ma è indispensabile alla teoria, le scariche elettriche dei fulmini e le radiazioni ultraviolette solari avrebbero provocato la sintesi di semplici composti organici, fra cui amminoacidi, purine e pirimidine, che, disperdendosi negli oceani, avrebbero formato il cosiddetto "brodo prebiotico", nel quale, per reazioni chimiche successive, si sarebbero formate casualmente le prime proteine e acidi nucleici e, infine, i primi organismi viventi.

Le ipotesi di Oparin non ebbero molto seguito, anche perché allora le teorie sulla formazione del sistema solare non prevedevano un'atmosfera diversa da quella attuale per la terra primitiva. Ma all'inizio degli anni 1950 il chimico statunitense Harold Clayton Urey (1893-1981) escogita un'ipotesi sulla formazione del sistema solare in accordo con la teoria di Oparin (3) e nel 1955 il chimico pure statunitense Stanley Lloyd Miller pubblica i risultati di esperimenti, durante i quali aveva ottenuto una miscela di composti organici, fra cui alcuni amminoacidi, facendo passare scariche elettriche attraverso miscele gassose di metano, ammoniaca, vapore acqueo e idrogeno (4).

Gli esperimenti di Miller, successivamente confermati ed estesi, sia pure con qualche lieve modifica per quanto riguarda la composizione dell'"atmosfera primordiale", da esperimenti successivi (5), diedero un grande impulso alla "ipotesi abiogenetica" e sono citati da tutti i testi di biologia come la "prova sperimentale" che la vita può essere sorta spontaneamente dalla materia, dato che gli amminoacidi sono i componenti fondamentali delle proteine, di cui sono costituiti i tessuti biologici. Inoltre, molti degli altri composti organici identificati da Miller nella sua miscela di prodotti (6) si formano nel metabolismo di organismi viventi. Altri amminoacidi (7) e supposti "precursori prebiotici" di altri costituenti fondamentali della cellula, quali gli acidi nucleici (8), sono sintetizzabili in condizioni che ricordano da vicino quelle dell'ipotetico "brodo prebiotico".

Attualmente le discussioni tra gli "addetti ai lavori" hanno come oggetto non già l'"abiogenesi" in sé, che si dà per scontata, ma, caso mai, il meccanismo con cui si sarebbe verificata. Così, alcuni preferiscono, alle scariche elettriche, la irradiazione con luce ultravioletta di una "atmosfera" di metano, azoto e vapore acqueo, allo scopo di produrre altri composti organici, presentati anch'essi come possibili "elementi prebiotici" (9), ma non mettono in discussione il "fatto" dell'"abiogenesi" sebbene la "importanza prebiotica" dei risultati riportati è spesso discussa in poche righe, a conclusione di un normalissimo articolo di chimica organica (10) e, ancora, dalla "fuga nella fantascienza" di altri, che presentano, come "prova dell'abiogenesi", la fotosintesi di composti organici in miscele gassose riproducenti l'atmosfera di Giove (11).

A tutt'oggi la teoria di Oparin-Heldane che ancora costituisce "il programma di quello che oggi si ritiene sia il reale processo dell'evoluzione della vita" (12).

Tuttavia, dato che i risultati di simili esperimenti vengono quotidianamente sbandierati come "prove" non solo in scritti "divulgativi" (13), ma anche in rispettabili testi universitari (14), sarà bene esaminarli un poco più approfonditamente.



I limiti delle ipotesi


In tutti gli esperimenti di Miller del 1955 -e in quelli compiuti da lui e da altri ricercatori nei quarant'anni successivi- si otteneva, al termine della scarica o della irradiazione, una grande varietà di composti (ma in nessuno di tali esperimenti sono mai stati ottenuti contemporaneamente tutti i venti amminoacidi presenti nelle proteine), da cui i supposti "elementi prebiotici" andavano estratti e purificati con procedure spesso assai sofisticate.

Anche le rese erano bassissime: nel celebre esperimento di Miller esse andavano dal 10,3 al 7,3% dei prodotti organici totali per gli amminoacidi e dal 16,5 al 7,1% per gli acidi e ossiacidi organici (15). Ma vi è di più: negli esperimenti di "sintesi prebiotica" sono stati ottenuti anche parecchi amminoacidi che non si ritrovano nelle proteine, talvolta con rese più alte che quelli proteici; "la presenza di glicina, alanina, valina, isoleucina e leucina nelle proteine, ma l'assenza di acido alfa-ammino-n-butirrico, norvalina, alloisoleucina e norleucina, non può essere spiegata sulla base delle rese ottenute da questo tipo di sintesi" (16).

Inoltre, la proporzione tra i vari amminoacidi nelle proteine è quasi inversa che tra i prodotti di sintesi; per risolvere questa difficoltà, Miller è costretto a supporre una ulteriore "condizione necessaria", cioè una precipitazione frazionata di amminoacidi per evaporazione in qualche laguna, con formazione di polipeptidi nella fase solida: e tutto questo a conclusione di una serie di esperimenti in cui la resa totale in amminoacidi "utili" e no, era in media l'1,90% (17). Analoghe critiche potrebbero essere mosse alle varie sintesi di "precursori prebiotici" degli acidi nucleici.

Tutte queste teorie, come si è già visto, presuppongono la presenza, sulla terra, di una atmosfera riducente all'epoca della "evoluzione prebiotica" e "protobiotica". Orbene, le teorie più recenti sulla formazione della terra e della sua atmosfera escludono proprio questa ipotesi fondamentale, affermando che all'epoca della comparsa dei primi viventi la terra aveva un'atmosfera neutra o debolmente ossidante, non molto diversa dall'attuale, salvo, forse, per la mancanza di ossigeno che si sarebbe formato solo dopo la comparsa di organismi provvisti di clorofilla (18).

Un tentativo di ovviare a questo inconveniente, che rischia di mandare all'aria tutta la "teoria abiogenetica", è stato fatto in America da Allen J. Bard e dai suoi collaboratori. Costoro, dopo avere scoperto che, irradiando con luce ultravioletta una soluzione acquosa di ammoniaca satura di metano in presenza di biossido di titanio platinato - cioè ricoperto di platino finemente suddiviso -, si ottiene una miscela di amminoacidi (19), superano la obiezione relativa alla composizione dell'atmosfera primordiale osservando che il biossido di titanio catalizza la riduzione dell'azoto ad ammoniaca e dell'anidride carbonica a metano, formaldeide e metanolo, sia pure con basse rese (20).

Peccato che, per la formazione di amminoacidi sia indispensabile l'uso del biossido di titanio platinato, un catalizzatore sintetico, inesistente in natura. Infatti, sia il biossido di titanio non platinato, sia l'ossido ferrico, sia il minerale ilmenite - ossido misto di titanio e ferro - non producono amminoacidi nelle condizioni di reazione (21). Siamo, come si può vedere, ancora al punto di partenza.




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(1) Parte del testo è tratta da Giulio Dante Guerra, La vita non è nata per caso, in Cristianità n. 97 (1983).
(2) Cfr. Aleksandr Ivanovic Oparin, The Origin of Life, tr. inglese, Mac Millan, Londra 1936.
(3) Cfr. Harold Clayton Urey, The Planets, Yale University Press, New Haven 1952; e Stanley L. Miller e H. C. Urey, Organic Compound Synthesis on the Primitive Earth, in Science, vol. 130, n. 3370, 31-7-1959, pp. 245-251.
(4) Cfr. S. L. Miller, Production of Some Organic Compounds under Possible Primitive Earth Conditions, in Journal of the American Chemical Society, vol. 77,
5-5-1955
, pp. 2351-2361.
(5) Cfr. Idem, The Atmosphere of the Primitive Earth and the Prebiotic Synthesis of Amino Acids, in Origins of Life, vol. 5, 1974, pp. 139-151.
(6) Cfr. Idem, Production of Some Organic Compounds under Possible Primitive Earth Conditions, cit., p. 2358.
(7) Cfr. Nadav Friedmann e S. L. Miller, Synthesis of Valine and Isoleucine in Primitive Earth Conditions, in Nature, vol. 221, n. 5186, 22-3-1969, pp. 1152-1153.
(8) Cfr. Gordon Schlesinger e S. L. Miller, Equilibrium and Kinetics of Gliconitrile Formation in Aqueous Solution, in Journal of the American Chemical Society, vol. 95, n. 11, 30-5-1973, pp. 3729-3735.
(9) Cfr. J. P. Ferris e C. T. Chen, Chemical Evolution. XXVI. Photochemistry of Methane, Nitrogen, and Water Mixtures as a Model for the Atmosphere in the Primitive Earth, in Journal of the American Chemical Society, vol. 97, n. 11, 28-5-1975, pp. 2962-2967.
(10) Cfr., per esempio, G. Schlesinger e S. L. Miller, art. cit., p. 3735.
(11) Cfr. J. P. Ferris e C. T. Chen, Photosynthesis of organic compounds in the atmosphere of Jupiter, in Nature, vol. 258, n. 5536, 18-12-1975, pp. 587-588.
Si tratta - lo riferisco a titolo di cronaca - di un lavoro finanziato addirittura dalla NASA.
(12) Cfr. E. O. Wilson, T. Eisner ed altri, La vita sulla terra, Zanichelli 1983, p. 500.
(13) Cfr. Jacques Monod, Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, tr. it., 7a ed., Mondadori, Milano 1974, p. 137. Sul carattere né scientifico né filosofico, ma ideologico del saggio di Monod, nonché sul suo "pressappochismo" scientifico, cfr. anche il mio De libello a Jacobo Monod de alea et necessitate conscripto thomistica censura, in AA.VV., Atti dell'VIII Congresso Tomistico Internazionale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1982, vol. V, pp. 359-364.
(14) Cfr., per esempio, Robert Thornton Morrison e Robert Neilson Boyd, Chimica Organica, tr. it., 1a ed., C.E.A., Milano 1965, cap. 2, § 2.4, p. 34.
(15) Cfr. S. L. Miller, Production of Organic Compounds under Possible Primitive Earth Conditions, cit., p. 2358. Calcolando le rese sui reagenti, anziché sui prodotti, esse si riducono alla metà o a un quinto, a seconda degli esperimenti.

(16) Idem, The Atmosphere of the Primitive Earth and the Prebiotic Synthesis of Amino Acids, cit., p. 145.
(17) Cfr. ibid., p. 144.
(18) Cfr. R. Fondi, in G. Sermonti e R. Fondi, op. cit., pp. 164-167.
(10) Cfr. Wendell W. Dunn, Yosihiro Aikawa e Allen J. Bard, Heterogeneous Photosynthetic Production of Amino Acids at Pt/TiO2 Suspensions by Near Ultraviolet Light, in Journal of the American Chemical Society, vol. 103, n. 23, 1981, pp. 6893-6897.
Al posto del metano si possono usare anche metanolo ed etanolo.
(20) Cfr. ibid., p. 6897.
(21) Cfr. ibid., p. 6895.

 

Dalle molecole organiche alle biomolecole (1)

Tutte le difficoltà affrontate nel paragrafo precedente, sono state incontrate per sintetizzare soltanto i "mattoni" - i monomeri, per dirla con il termine tecnico - delle macromolecole biologiche.

Passando poi alla seconda fase della "evoluzione chimica" quella in cui le "molecole prebiotiche" avrebbero reagito tra di loro per formare polisaccaridi, polipeptidi - e poi proteine - e polinucleotidi - e poi acidi nucleici -, che unendosi insieme avrebbero formato i primi organismi, le difficoltà salgono alle stelle. Qui il "caso" invocato dagli abiogenisti si rivela molto, molto intelligente.

Anche tralasciando il fatto che, negli anni 1980, le difficoltà esposte hanno portato i ricercatori più seri del settore a dubitare che possa mai essere esistito un "brodo prebiotico", come da questo "brodo prebiotico" siano potuti nascere per caso organismi viventi non è mai stato spiegato esaurientemente da nessuno.

La prima difficoltà è data dalla chiralità o attività ottica delle sostanze di origine biologica, dovuta alla dissimmetria sterica delle molecole (2). Gran parte delle molecole organiche sono dissimmetriche, ossia prive di piani di simmetria, così che possono esistere in due forme distinte, dette enantiomeri, che differiscono tra di loro per essere l'una la immagine speculare dell'altra così come la mano destra differisce dalla sinistra, donde il nome di molecole chirali -dal greco chéir, "mano"-. La possibilità di distinguere tra di loro i due enantiomeri è data, appunto, dalla loro attività ottica: se la soluzione di un enantiomero, attraversata da un raggio di luce polarizzata, ne ruota il piano di polarizzazione, per esempio, verso destra, una soluzione uguale dell'enantiomero opposto lo ruoterà, a parità di condizioni sperimentali, di un uguale angolo verso sinistra (3). La miscela di eguali quantità dei due enantiomeri si chiama racemo e, ovviamente, non ruota il piano della luce polarizzata.

Orbene, tutte le molecole chirali che fanno parte degli organismi biologici sono enantiomeri puri, e tutti della stessa configurazione cioè "tipo mano destra" o "tipo mano sinistra", a seconda della classe di molecole a cui appartengono. Così, tutti gli zuccheri presenti negli acidi nucleici, oppure nei tessuti e nelle strutture biologiche, sono otticamente attivi e tutti hanno la stessa configurazione sterica, "a forma di mano destra" mentre tutti gli amminoacidi che entrano a fare parte delle proteine sono sempre otticamente attivi - meno la glicina, che è simmetrica - e tutti hanno la stessa configurazione sterica, quella "tipo mano sinistra".

Invece, tutte le sintesi di amminoacidi compiute dagli abiogenisti dànno luogo a miscele racemiche (eguali quantità dell'enantiomero "destro" e di quello "sinistro"), dato che, per obbedienza al presupposto di partenza, sono compiute su reagenti non chirali, senza impiegare catalizzatori otticamente attivi. Addirittura, l'assenza di enantiomeri puri tra i prodotti è stata addotta come prova che gli amminoacidi non erano dovuti a contaminazione da parte di microorganismi (4).

Ora, è difficile capire perché da reazioni casuali tra amminoacidi statisticamente distribuiti tra le due forme si sarebbero formati polipeptidi enantiomericamente puri; lo stesso dicasi per i "precursori prebiotici" dei polisaccaridi e degli acidi nucleici.

Tale difficoltà era tanto insuperabile che nel 1984 il chimico statunitense James Peter Ferris - un abiogenista il quale, una decina d'anni prima, era addirittura riuscito a farsi finanziare dalla NASA, l'ente nazionale aeronautico e spaziale degli Stati Uniti d'America, una fantascientifica ricerca sulla fotosintesi di composti organici nell'atmosfera di Giove (5) - doveva ammettere che quello della chiralità in natura era un problema insoluto e verosimilmente insolubile, a meno di nuove scoperte del tutto imprevedibili. Poiché le ricerche successive non hanno dato risultati apprezzabili, il problema rimane ancora insoluto.
Ma non basta. Nelle proteine, non solo la configurazione sterica, ma anche la sequenza degli amminoacidi è tutt'altro che casuale, come pure la sequenza delle basi puriniche e pirimidiniche negli acidi nucleici: entrambe sono strettamente ordinate alle funzioni biologiche della macromolecola all'interno dell'organismo; tra le sequenze di basi negli acidi nucleici e le sequenze di amminoacidi nelle proteine esiste una correlazione valida per tutto il mondo biologico - il codice genetico, basato sulla corrispondenza fra terne di basi e amminoacidi -, così che la struttura dei primi determina quella delle seconde.
Polipeptidi statistici sono stati ottenuti da Fox riscaldando a 170°C una miscela di amminoacidi posti su un pezzo di roccia vulcanica (6), e dalla équipe romena di Simionescu - insieme con polisaccaridi a struttura non ordinata, pseudo-lipidi e impurezze varie - mediante esperimenti simili a quelli di Miller, ma condotti sotto vuoto alle temperature "siberiane" di -40°C e -60°C, anziché a pressione e a temperatura ambiente (7).
I prodotti ottenuti, posti in soluzioni acquose, si aggregano in microsfere, talvolta delimitate da una membrana polisaccaridica, chiamate dagli autori modelli di "protocellule" (8), ma che con le cellule autentiche non hanno proprio niente a che vedere: sono prive di attività metaboliche e riproduttive, in altre parole non vivono.


***

(1) Parte del testo è tratta da Giulio Dante Guerra, La vita non è nata per caso, in Cristianità n. 97 (1983).
(2) Per ovvie ragioni di comprensibilità, mi limiterò a una spiegazione piuttosto elementare e semplificata, anche se non errata. Per una trattazione sistematica cfr., per esempio, Giulio Natta e Mario Farina, Stereochimica, molecole in 3D, Mondadori, Milano 1968.
(3) Questo non significa però che tutti gli enantiomeri "a forma di mano destra" ruotino il piano della luce polarizzata verso destra e tutti quelli "a forma di mano sinistra" verso sinistra, come sembra dire J. Monod (op. cit., p. 58, nota). Un simile "strafalcione", decisamente "da bocciatura", non stupisce in Monod, visto il già notato "pressappochismo" e l'autentico disprezzo dell'intelligenza del lettore di cui è pieno il suo libro. Dispiace, invece, lo stesso errore da parte di uno studioso serio come Fondi (in G. Sermonti e R. Fondi, op. cit., p. 173). Mi auguro che venga corretto in una seconda edizione del libro.
(4) Cfr. S. L. Miller, Production of Organic Compounds under Possible Primitive Earth Conditions, cit., p. 2359; e Idem, The Atmosphere of the Primitive Earth and the Prebiotic Synthesis of Amino Acids, cit., pp. 144-145.
(5) Cfr. J. P. Ferris e C. T. Chen, Photosynthesis of organic compounds in the atmosphere of Jupiter, in Nature, vol. 258, n. 5536,
18-12-1975, pp. 587-588.
Si tratta - lo riferisco a titolo di cronaca - di un lavoro finanziato addirittura dalla NASA.
(6) Cfr. G. Sermonti e R. Fondi, op. cit., p. 175.
(7) Cfr. Cristofor I. Simionescu, Ferencz Dénes e Ioan Negulescu, Abiotic Synthesis and the Properties of Some Protobiocopolymers, in Journal of Polymer Science, Polymer Symposia, n. 64, 1978, pp. 281-304.
(8) Cfr. ibid., pp. 296-299.

Dalle biomolecole alle prime cellule

Sebbene ogni singolo passaggio del processo evolutivo è un evento probabilisticamente improbabile, l'evento più probabilisticamente difficile si è sicuramente verificato quando si è formato il primo essere vivente: infatti "dal punto di vista evolutivo, sembra senz'altro più facile che una primissima cellula vivente abbia potuto evolversi gradatamente nelle piante e negli animali oggi esistenti sulla Terra, di quanto un gruppo di molecole abbia potuto raggrupparsi sino a formare quella cellula" (John Tyler Bonner prof. all'Università di Princeton) (1).

Questa doveva infatti essere come una cellula vivente - anche se estremamente semplificata - con capacità di nutrirsi, di crescere e soprattutto di duplicarsi; tutto ciò presuppone una complessità di struttura con un ordine, con una resistenza e con un fine, tutte qualità non raggiungibili con una semplice aggregazione di composti di base.
"Ammesso che in lunghi intervalli di tempo potessero formarsi spontaneamente, ora una molecola di zucchero, ora un grasso, ora persino una proteina, ognuna di queste molecole avrebbe avuto soltanto un'esistenza effimera. Come avrebbero potuto accumularsi? E se non si potevano accumulare, come avrebbero potuto formare un organismo?" (premio Nobel prof. George Wald) (2).
Ma anche se si fossero potute accumulare e legarsi in qualche modo fra di loro, questo non è certo la vita: risulta impossibile comprendere come centinaia di migliaia di - ad esempio - proteine si siano organizzate a formare le parti funzionali di un primo - seppur semplice - organismo vivente.
Infatti anche il più concettualmente semplificabile degli organismi necessita di proteine di una certa complessità e specificità (un carrier proteico di membrana necessario per il trasporto di qualche sostanza ad es. nutritiva con qualche aa. diverso non è più attivo per il suo scopo); ora la loro aggregazione - necessaria per creare questa protocellula - deve essere avvenuta in un modo specifico, ma ciò presuppone una specializzazione che non poteva essere raggiunta se non in funzione dello scopo.
Questo singolo evento richiede cioè una progettualità a monte non raggiungibile con l'ipotesi di semplici eventi statistici.
La conclusione di tutto quanto analizzato in questa sezione è che l'evoluzione chimica è un fenomeno estremamente improbabile (3). Uso il termine estremamente improbabile perché il termine impossibile, fra le categorie scientifiche, non esiste.
Come ebbe a dire lo stesso Alexander I. Oparin, nel suo già citato libro L'origine della vita: "Sfortunatamente, l'origine della cellula rimane il punto più oscuro dell'intera teoria evoluzionista" (4).



***

(1) Le idee della biologia, Mondadori, 1964.
(2) L'origine della vita, Zanichelli, 1968.
(3) G. Sermonti e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica all'evoluzionismo, Rusconi 1980, p. 161.
(4) Alexander I. Oparin, Origin of Life, (1936) New York: Dover Publications, 1953 (ristampa), p. 196.

GENETICA E BIOCHIMICA

"La probabilità di una formazione spontanea della vita dalla materia inanimata è pari a 1 seguito da 40000 zeri... E' abbastanza grande da seppellire Darwin e l'intera teoria dell'evoluzione." (C. Wickramasinghe, professore di matematica applicata e astronomia presso la University College di Cardiff, Galles)

1.     Dal DNA alle proteine

2.     Le proteine sfidano il caso

3.     Biochimica e "complessità irriducibile"

4.     La contro-evoluzione biochimica

5.     Mutazioni e selezione genetica

Dal DNA alle proteine

Il codice genetico consiste nella corrispondenza fra terne di basi nella struttura del DNA, o acido desossiribonucleico, e amminoacidi delle proteine.

E' un codice universale e, dal punto di vista chimico, arbitrario, sulla cui origine "invece che di "problema", si dovrebbe parlare ai enigma. Il codice non ha senso se non è tradotto. Il meccanismo traduttore della cellula moderna comporta almeno cinquanta costituenti macromolecolari, anch'essi codificati nel DNA. Il codice genetico può dunque essere tradotto solo dai prodotti stessi della traduzione. E' questa l'espressione moderna dell'omne vivum ex ovo. Ma quando e come questo anello si è chiuso su se stesso? E' molto difficile anche solo immaginarlo"
(1) dice Monod, che qui, nel suo campo specifico, è rigoroso, salvo poi pretendere, poco dopo, di spiegare tutto con il solito binomio caso-necessità (2).

Spieghiamo meglio questo paradosso: il processo di traduzione necessita di proteine ed enzimi che vengono prodotti grazie ad un processo anch'esso (ovviamente) di traduzione. Quale selezione casuale avrebbe potuto portare ad evolvere un sistema che per costruire anche i primi "operai" necessari alla sua produzione necessita di quegli stessi "operai"? Si trattava praticamente di adempiere ad un compito che non esisteva in quanto senza di loro quel processo non poteva compiersi.

A questa si aggiunge un'altra enorme difficoltà: la distinzione fra i primi coacervati e le prime cellule viventi è stata la possibilità per queste ultime di duplicarsi lasciando ad ognuna delle nuove entità le proprie caratteristiche, il proprio genoma. Questo nelle cellule primitive sarebbe stato un proto-DNA, cioé un DNA molto semplice, ma sempre un DNA.

Questo, per attuare il proprio processo di replicazione -prima fase della creazione di due cellule "figlie" che crea due DNA uguali da ripartire nella successiva divisione-, avrebbe avuto bisogno di quelle stesse proteine che abbiamo visto sopra, ma che non era ancora capace di tradurre perché erano ancora troppo pochi evoluti i vari meccanismi biochimici cellulari (non esistevano le proteine giuste, i vari RNA necessari, ecc.).

Senza dividersi in due cellule -attraverso un primordiale processo mitotico- la cellula non solo non la si sarebbe potuta definire vivente, ma sarebbe stata destinata a "morire" dopo periodi variabili, ma non troppo lunghi. Non esistono infatti cellule che vivano per sempre, se non "rinnovandosi" attraverso la loro duplicazione. Ma se quella cellula era destinata a morire in breve tempo, come si sarebbe mai potuta evolvere in milioni di anni?



***
(1) Jacques Monod, Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, tr. it., 7a ed., Mondadori, Milano 1974, p. 139.
(2) Cfr. ibid., pp. 140-142.

Le proteine sfidano il caso

 

Le proteine sono molecole giganti che consistono di unità più piccole dette "amminoacidi", i quali vengono disposti secondo una sequenza particolare in certe quantità e strutture. Queste molecole costituiscono i blocchi da costruzione delle cellule viventi.

Perché una proteina ottemperi alla sua specifica funzione, è necessario che ognuno dei suoi amminoacidi si trovi nel posto giusto e nell'ordine corretto.

Una proteina di media dimensione è composta di 288 amminoacidi. Questi possono essere disposti in 10300 modi diversi. Questo numero astronomicamente grande consiste di un 1 seguito da 300 zeri. Di tutte queste possibili sequenze, soltanto una forma la desiderata molecola proteica. Il resto di esse sono catene di amminoacidi che possono risultare o del tutto inutili o potenzialmente dannose per gli esseri viventi.

In altre parole, la probabilità della formazione di una sola molecola proteica è pari a "1 su 10300". La probabilità che questo "1" accada è praticamente impossibile. (In matematica, le probabilità inferiori a 1 su 1050 sono considerate "probabilità zero").

Per di più una molecola proteica di 288 amminoacidi è piuttosto modesta se paragonata ad alcune molecole proteiche giganti composte di migliaia di amminoacidi. Qualora si applichi il calcolo delle probabilità a queste proteine giganti, la parola "impossibile" diventa inadeguata.

William Stokes, un geologo americano, nel suo libro Essential of Earth History fa notare che tale possibilità è così remota "che essa (la proteina) non sarebbe potuta apparire neppure nel corso di miliardi di anni su miliardi di pianeti, ognuno dei quali ricoperto da un manto di soluzione di acqua concentrata dei necessari amminoacidi."

Avanzando di un passo nella direzione dello schema dello sviluppo della vita, osserviamo che una sola proteina non significa nulla per se stessa. Uno dei più piccoli batteri mai scoperti, il Mycoplasma Hominis H39, contiene 600 tipi di proteine. In questo caso dovremmo ripetere gli stessi calcoli delle probabilità prima applicati ad una sola proteina per ognuno di questi 600 tipi differenti. Il risultato rende assurdo anche il concetto stesso di impossibilità.

Robert Shapiro, professore di chimica preso l'Università di New York e esperto di DNA, ha calcolato la probabilità di formazione accidentale dei 2.000 tipi di proteine trovati in un singolo batterio. Il numero che si ottenne fu 1 su 1040000: questo è un numero incredibile, che si ottiene aggiungendo 40000 zeri all'1
(1).

Ebbene in ogni in una cellula umana vi sono 20.000 differenti tipi di proteine (10 volte più che nei batteri).

CALCOLO DELLE PROBABILITÀ CHE UNA PROTEINA DI 500 aa SI FORMI PER CASO


Vi sono tre condizioni fondamentali alla formazione di una proteina utile:
Prima condizione: che tutti gli amminoacidi nella catena proteica siano del tipo giusto e nella sequenza corretta.
Seconda condizione: che tutti gli amminoacidi nella catena siano levogiri (vedi paragrafo precedente).
Terza condizione: che tutti questi amminoacidi siano uniti tra loro per formare un  legame chimico detto "peptidico".


Affinché una proteina si possa formare casualmente, tutte le tre condizioni devono essere simultaneamente presenti.
La probabilità della formazione casuale di una proteina è pari alla moltiplicazione delle probabilità di realizzazione di ciascuna di queste condizioni.

Per esempio, nel caso di una molecola media comprendente 500 amminoacidi:

1.  La probabilità che gli amminoacidi siano nella sequenza corretta:
Esistono 20 tipi di amminoacidi utilizzati nella composizione di proteine. Tenuto conto di questo:

-la probabilità che ogni amminoacido venga scelto correttamente tra questi 20 tipi

= 1/20

-la probabilità che tutti questi 500 amminoacidi siano scelti correttamente 

= 1/20500= 1/10650

= 1 possibilità su 10650



2.  La probabilità che gli amminoacidi siano levogiri:

- La probabilità che un solo amminoacido sia levogiro 

= 1/2

- La probabilità che tutt questi 500 amminoacidi siano levogiri contemporaneamente

= 1/2500  =  1/10150

= 1 possibilità su 10150

3.  La probabilità che gli amminoacidi si combinino con un "legame peptidico".
Gli amminoacidi possono combinarsi tra loro per mezzo di differenti legami chimici. Perché si formi una proteina utile, tutti gli amminoacidi nella catena devono combinarsi con uno speciale legame chimico detto "peptidico". Si è calcolato che la probabilità che gli amminoacidi si combinino tra loro con un legame chimico diverso da quello peptidico è pari al 50%. Tenuto conto di questo:

-La probabilità che due amminoacidi si combinino con un "legame peptidico"

= 1/2

-La probabilità che due amminoacidi si combinino con un "legame peptidico"

= 1/2499  = 1/10150

= 1 possibilità su 10150


TOTALE PROBABILITÀ

= 1/10650 X 1/10150 X 1/10150 = 10950

= 1 possibilità su 10950



La probabilità che una molecola proteica media costituita da 500 amminoacidi sia ordinata secondo la corretta quantità e sequenza oltre alla probabilità che tutti gli amminoacidi contenuti siano solo levogiri e combinati soltanto con legami peptidici è 1 su 10950. E' possibile scrivere questo numero aggiungendo 950 zeri dopo l'1:

10950 =


100.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000 
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Il progetto "genoma umano" si è concluso ed oggi sappiamo di averne 32 mila geni. Dato che la stima corrente del rapporto geni-proteine è di uno a tre, in ogni cellula ci sarebbero quindi 100 mila proteine da cui dipende ogni attimo della nostra vita.
Se la formazione accidentale di anche una sola di queste proteine -come abbiamo visto- è impossibile, è miliardi di volte ancora più impossibile che circa 100 mila queste proteine si riuniscano in modo corretto casualmente e costituiscano una cellula umana.

La presunta età della terra non risulterebbe neanche lontanamente sufficiente a permettere la formazione di neppure una singola proteina mediante il metodo di "prova ed errore" presunto dalle teorie evoluzionistiche.

Chandra Wickramasinghe, professore di matematica applicata e astronomia presso la University College (Cardiff, Galles), commenta: "La probabilità di una formazione spontanea della vita dalla materia inanimata è pari a 1 seguito da 40000 zeri... E' abbastanza grande da seppellire Darwin e l'intera teoria dell'evoluzione. Non vi è stato alcun brodo ancestrale, né su questo pianeta né su qualsiasi altro, e se gli inizi della vita non furono accidentali, allora devono essere stati prodotti da un'intelligenza risoluta"
(2).



***

(1) Robert Shapiro, Origins: A Sceptics Guide to the Creation of Life on Earth,
New York, Summit
Books, 1986. p.127.
(2) Fred Hoyle, Chandra Wickramasinghe, Evolution from Space,
New York, Simon & Schuster, 1984, p. 148.

Biochimica e "complessità irriducibile"

Il concetto di "complessità irriducibile" viene elaborato da Michael Behe, biochimico della Leighton University, per descrivere quei meccanismi il cui funzionamento dipende dall'interazione di molte parti. Questi sistemi non possono formarsi per lenta evoluzione, ma debbono necessariamente essere progettati e assemblati tutti in una volta.

Come afferma anche Michael Behe, troppi apparati delle creature viventi presentano una complessità irriducibile. Come esempio di "complessità irriducibile", Behe porta il caso della trappola per topi. Costituita di cinque pezzi - una molla, la fagliela, il gancetto che tiene la tagliola in posizione, l'esca, la tavoletta su cui il tutto è inchiodato - è una macchina molto semplice. Ma la sua semplicità "non può essere ridotta". Se manca un solo pezzo, non è che la trappola funzioni meno bene; non funziona affatto. Dunque, non può essersi formata a poco a poco, con aggiunte e miglioramenti; la trappola è stata progettata fin dall'inizio così. Molti apparati di esseri viventi sono ugualmente "irriducibili". Non funzionano se mancano anche solo di un componente
(1).

I meccanismi biochimici che vengono studiati a livello molecolare non sono altro che delle "macchine composte di molecole" e come tali vanno osservate.

Prendendo in esame una macchina semplice come la trappola per topi, si osserva che essa è composta da 5 parti (tagliola, molla, berretta, gancio e formaggio): togliendo una qualsiasi di queste parti, la trappola non funziona più, cioè la macchina non può essere resa più semplice di com'è.

Lo stesso discorso vale per le "macchine molecolari", e Behe per dimostrarlo ha preso in esame il flagellum, il ciglio degli organismi monocellulari che funziona come una sorta di "motore fuori bordo".

Gli evoluzionisti considerano gli organismi monocellulari, come i batteri, le forme di vita più semplici e primitive, trovandosi al gradino più basso della scala evolutiva attuale.

In realtà non è così: le ricerche dei biochimici dimostrano che non c'è assolutamente niente di "semplice" e che tutt'altro che primitivi, i batteri rappresentano invece un caso di "miniaturizzazione".

Il flagellum è un tipico caso di complessità irriducibile: è un meccanismo molto complesso, risultato dell'azione coordinata di ben 50 geni del DNA.

Semplificando al massimo la descrizione, esso risulta composto da 3 diverse proteine che danno luogo a diverse strutture e funzioni:

- la tubulina per i microtubuli;
- la nexina, che produce una sorta di adesivo gommoso;
- la dyneina che permette il movimento.

Le tre proteine hanno una funzione coordinata che soltanto nell'insieme compone il flagellum e ne permette il funzionamento. Esse devono necessariamente essere esistite tutte e tre sin dall'inizio, né possono essersi formate gradualmente per selezione naturale perché, nell'intertempo tra la formazione dell'una e dell'altra, il flagello sarebbe stato inutilizzabile, non avrebbe consentito il movimento e la struttura – o addirittura i batteri stessi - sarebbero stati esposti alla soppressione da parte della selezione naturale stessa, perché inadatti alla vita.

Un altro esempio, più facilmente comprensibile perché ci riguarda da vicino, è il meccanismo di coagulazione del sangue.

Esso prevede una cascata proteica composta da 4 proteine diverse, tutte concorrenti, in un delicato equilibrio, ad ottenere l'effetto coagulante in caso di emorragia. L'intero meccanismo, in realtà, coinvolge una dozzina di proteine che hanno funzione regolatrice, controllando che il coagulo si formi solo dove è necessario, smontandolo quando non è più utile ecc.

La cascata proteica necessita di tutte e 4 le proteine che la compongono ed è un esempio di complessità irriducibile, perché, se anche soltanto una delle proteine non fosse stata presente sin dall'inizio, negli individui portatori della cascata incompleta il meccanismo della coagulazione non avrebbe funzionato ed essi sarebbero in breve morti per emorragia o per trombosi.

Diversi scienziati evoluzionisti hanno tentato di confutare questi studi, tra questi il dott. Russel F. Doolittle, membro della National Academy of Sciences, che in polemica con Behe ha cercato di dimostrare l'errore del ragionamento circa la coagulazione, applicando il consueto metodo "scientifico" degli evoluzionisti:
ha cominciato col dare per certo il principio darwiniano, secondo il quale si possono comporre "alberi genealogici" degli esseri viventi in base alla percentuale di diversificazione delle sequenze di aminoacidi delle proteine che li compongono (maggiore diversità = precoce divergenza delle linee evolutive delle due specie rispetto al progenitore comune);
ha continuato stabilendo che questo meccanismo di "errore-correzione" casuale, che si verifica continuamente nella duplicazione del DNA, è alla base della cascata proteica della coagulazione, nella quale le 4 diverse proteine sarebbero state prodotte da micromutazioni casuali di un'unica proteina iniziale; la dimostrazione di questo "dato scientifico" starebbe nella inutile complessità del meccanismo di coagulazione: «Nessun Creatore avrebbe progettato un sistema così indiretto e macchinoso» ha affermato Doolittle;
ha concluso "leggendo in modo elastico" i risultati di una ricerca eseguita da altri scienziati, su due gruppi di topi ai quali era stato sottratto rispettivamente il gene produttore di due delle proteine della cascata proteica. I topi così manipolati sono andati incontro fatalmente ad emorragie o trombosi, ma, secondo Doolittle, accoppiandoli tra loro, la prole sarebbe stata perfettamente sana, il che avrebbe dimostrato che la coagulazione può avvenire anche in assenza di alcune proteine. Le conclusioni a cui erano giunti i ricercatori, invece, erano ben diverse: la prole di quei genitori deficitari era incapace di formare coaguli e le femmine morivano durante le gravidanze.

Ben diversamente dai desideri di Doolittle, la ricerca ha dimostrato con prove certe e ripetibili che la cascata proteica della coagulazione è un esempio di complessità irriducibile e che soggetti deficitari anche di una sola proteina non potevano essere intermediari evolutivi, perché meccanismi semifunzionanti non sarebbero stati riconosciuti "vantaggiosi" nella "lotta per la sopravvivenza"; non avrebbero superato "il vaglio severo della selezione naturale" perché la loro utilità si sarebbe rivelata soltanto a posteriori, a processo evolutivo concluso, non durante la comparsa casuale dei singoli componenti del meccanismo
(2).

Un altro esempio di complessità irriducibile è la struttura interna delle proteine istoniche. Queste proteine, in numero di cinque, sono composte. Ciascuna in media di 100 aminoacidi. La loro funzione è importantissima, in quanto esse impacchettano la lunghissima catena del DNA nel nucleo degli eucarioti, impedendo che essa si possa attorcigliare in modo inestricabile o rompersi rendendo impossibile la sua funzione che è quella di duplicarsi e di trascrivere le proteine necessarie alla vita degli organismi.

Senza simili proteine sarebbe stato impossibile lo sviluppo di tutti gli organismi pluricellulari e la terra sarebbe abitata solo da bacteri. Orbene gli aminoacidi presenti nella catena di queste proteine sono identici in tutte le posizioni in tutti gli organismi. Ad esempio l'istone 4 del pisello, composto da 100 aminoacidi è identico all'istone 4 della mucca ad eccezione di due soli aminoacidi; ciò vuole dire che la sostituzione anche di un solo aminoacido nella catena è deleterio per ogni organismo: avviene come se in un automobile ci vogliono 100 pezzi per far funzionare il motore, se si elimina un solo pezzo il motore non parte. Così se si sostituisce un solo aminoacido nella catena dell'istone, la proteina non funziona più e la selezione naturale la ha eliminata.

Ecco un esempio di complessità irriducibile all'interno di una sola proteina. La probabilità che il caso cieco abbia dato origine ad una proteina simile all'istone è di 1:20 elevato a 100 che rappresenta un numero davvero enorme (3).



***
(1) M. Blondet Darwin alle corde? in Il Timone, n. 10 Novembre/Dicembre 2000.
(2) Evoluzionismo: Invece, la scienza afferma che ... in Editoriale Il Giglio, 27/10/2005.
(3) N. Nobile Proteine istoniche in Sulle tracce delle origini, 27/10/2005.

La contro-evoluzione biochimica

Nel biochimismo degli organismi viventi si ritrovano moltissimi casi in cui ciò che si vede non riesce a trovare alcuna spiegazione sulla base del meccanismo evolutivo. Vediamo alcuni casi.

I prodotti cosiddetti "secondari" delle piante rappresentano una categoria molto numerosa ed eterogenea di sostanze naturali alle quali è difficile assegnare precisi significati metabolici e fisiologici. L'attributo "secondari" sta a significare proprio che questi prodotti non partecipano a quei processi metabolici essenziali al mantenimento della vita in un organismo vegetale.

D'altra parte non si può neppure sostenere che i prodotti secondari derivino dai primari in quanto molti di essi si originano da specifiche vie di biosintesi prive di connessioni con il metabolismo primario.

L'ipotesi che i prodotti secondari fossero prodotti finali e quindi si accumulassero nelle cellule della pianta è stata abbandonata in quanto studi accurati hanno dimostrato la loro continua sintesi e degradazione.

E' certamente azzardato, allo stato attuale delle conoscenze, tentare di assegnare un significato fisiologico alle sostanze che stiamo considerando.

Ora, se la morfologia delle piante è stata sottoposta nel tempo a forte pressione selettiva -come la teoria evoluzionistica afferma- non vi è motivo per non credere che analoga sorte sia toccata alla biochimica delle piante.

In virtù di questa, si sarebbe dovuta formare nelle diverse specie una quantità molto elevata di prodotti secondari dei quali sarebbero dovuti rimanere -per selezione- solo quelli capaci di conferire alla pianta uno specifico vantaggio evolutivo. Ciò, come detto sopra, non si è verificato.


Per rimanere nel campo del biochimismo delle piante, non si può trascurare la stranezza della fotorespirazione.

La fotorespirazione è un normale ciclo respiratorio cellulare che, per il fatto di avvenire in contemporanea con la fotosintesi, avviene con una velocità particolarmente elevata, senza nessun vantaggio per la pianta e con un dispendio energetico notevolmente maggiore del necessario: essa cioè condiziona la resa netta della fotosintesi e riduce la produttività delle piante.

E' un processo così illogico che i fisiologi vegetali parlano di una necessità delle piante a subire e quindi ad adattarsi a questo ciclo biochimico: "le piante terrestri si sono ben adattate a convivere con la fotorespirazione, mentre un certo numero hanno imparato non tanto a tollerarla quanto a ridurla al minimo"
(1).


Negli animali, la perdita di enzimi (enzimaferesi) coll'aumento del livello di organizzazione è nota in molti casi e rappresenta un esempio di quella che, con una disinvolta contraddizione in termini, è detta "evoluzione regressiva" (2).



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(1) A. Alpi, P. Pupillo e C. Rigano, Fisiologia delle piante, SES, p. 104.
(2) G. Sermonti e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica all'evoluzionismo, Rusconi 1980, p. 71.

Mutazioni e selezione genetica (1)

 

[...] Attualmente, pur nella grande varietà delle posizioni dei singoli ricercatori, la maggior parte degli evoluzionisti concorda su spiegazioni dell'evoluzione che combinano le acquisizioni della genetica sulla eredità e sulle mutazioni, con l'idea originale di Darwin intorno alla selezione naturale: le teorie attuali sui meccanismi della evoluzione non sono altro che messe a punto di questa "teoria-base" detta "mutazioni-selezione". Vediamo che cosa afferma.

La genetica, branca della biologia che si occupa della eredità, mostra che il patrimonio ereditario di ciascun individuo è strutturato secondo unità microscopiche perfettamente individuate, dette geni. I geni sono localizzati nei cromosomi, situati nel nucleo di ogni cellula, secondo un ordine ben determinato: ciascun gene, o una data sequenza di essi, corrisponde a una serie complessa di funzioni, che la cellula è o sarà chiamata a svolgere. Il corredo di geni di ogni individuo contiene, in altri termini, la descrizione dell'individuo stesso, il suo progetto o piano di montaggio: è questo corredo di geni che, per esempio, è all'origine dello sviluppo dell'uomo così come di ogni animale pluricellulare. Esso stabilisce i tempi e le modalità della crescita del feto: quando e come si deve formare il tessuto nervoso, quando e come quello osseo, quando e come gli occhi, i capelli, e così via.

Accade, tuttavia, che nel corso dello sviluppo di un individuo, o durante la sua vita, il suo patrimonio genetico subisca mutazioni, cioè alterazioni di struttura. Ricorrendo alla immagine del piano di montaggio, è come se le linee di esso fossero state in qualche modo alterate. Ciò che la genetica ha accertato intorno al fenomeno delle mutazioni si può riassumere nelle seguenti proposizioni:
> le mutazioni si trasmettono ereditariamente secondo le leggi di Mendel;
> il loro tasso è estremamente basso: presso gli animali superiori è appena di 1 ogni 10.000 / 100.000 individui;
> fanno generalmente apparire delle anomalie, delle tare, a volte delle vere e proprie mostruosità, che limitano notevolmente gli individui colpiti;
> se l'organo colpito è un organo fondamentale, l'individuo muore prematuramente, spesso allo stadio di embrione;
> il carattere delle mutazioni è profondamente casuale, cioè non si conosce alcun agente mutageno con azione specifica;
> il numero delle mutazioni letali è da 10 a 15 volte superiore a quello delle mutazioni "vitabili", cioè delle mutazioni che mantengono comunque in vita l'individuo colpito.

Per la teoria evoluzionistica "mutazioni-selezione", le mutazioni costituiscono la fonte della variabilità del mondo vivente, alla quale attinge la selezione naturale per trattenere gli individui nei quali le mutazioni hanno incrementato il tasso di natalità o diminuito quello di mortalità, cioè gli individui favoriti dalle mutazioni.

Anche la selezione naturale è un fatto di osservazione, definitivamente acquisito alla scienza. Le sue modalità di azione, quando possono esplicarsi, sono estremamente incisive. Per esempio, se in una coltura di un milione di batteri compare un individuo mutato, o mutante, il cui ritmo di duplicazione è superiore dell'1 % rispetto agli altri, dopo 4000 generazioni, cioè qualche giorno su scala batterica, il rapporto di popolazione sarà invertito: un individuo originale per milione di mutanti.

La selezione naturale, utilizzando i prodotti delle mutazioni e con l'effetto dell'isolamento geografico delle popolazioni, rende perfettamente conto di quelle modificazioni limitate in seno alle specie, note da sempre ai naturalisti, che talvolta prendono il nome di microevoluzione. Una delle sue manifestazioni più conosciute è la formazione di razze all'interno di una specie.

La microevoluzione, però, non ha nulla a che vedere con l'evoluzionismo: tra essi esiste una differenza di natura. Quasi sempre gli evoluzionisti trascurano tale differenza con disinvoltura colpevole, così che fenomeni microevolutivi vengono interpretati come esempi di evoluzione
(2). La microevoluzione implica modificazioni organiche limitate ed esclude completamente la comparsa di nuovi organi o di nuove funzioni; l'evoluzionismo, invece, per rendere conto delle differenze organiche e funzionali tra i gruppi di viventi passati e attuali, deve postularle: la microevoluzione è indifferente o regressiva, l'evoluzionismo è progressivo.

La teoria evoluzionistica dunque, parte da basi concrete - le mutuazioni, la selezione -, in grado di rendere conto delle modificazioni limitate dei viventi, realmente riscontrabili in natura, per spiegare la comparsa di nuovi gruppi della classificazione sistematica attraverso modifiche profonde e apparizioni di funzioni e di organi nuovi negli esseri viventi. Per rendere plausibili questi fantomatici passaggi, gli evoluzionisti ricorrono a sofismi e a mistificazioni, con i quali il ruolo delle mutazioni e della selezione viene completamente alterato.



***
(1) Tratto da Luciano Benassi, Mistificazioni evoluzionistiche e matematica, in Cristianità n. 95 (1983).
(2) Cfr. G. Montalenti, L'avesse saputo Darwin, in Scienza e Vita nuova, anno IV, 4-5-1982. Montalenti riporta come "un classico" della evoluzione l'esempio della Biston betularia, la falena di cui sono sopravvissuti soltanto individui scuri. Quelli chiari, al tempo della rivoluzione industriale, risaltavano particolarmente sui tronchi di betulla ricoperti di fuliggine, diventando facile preda degli uccelli. Un tipico esempio di azione della selezione naturale è diventato un caso di evoluzione in atto!

 

PALEONTOLOGIA E FILOGENESI

 

La semplice successione apparente delle forme non è una prova dell'evoluzione: è necessario dimostrare che c'è stata filiazione. Ebbene questo in paleontologia è molto raro anzi si può affermare che non è ancora capitato (1).
Con le similarità morfologiche bisogna andarci piano. Ernst Mayr di Harvard, una delle massime autorità nel campo della tassonomia, sostiene ora che tutte le elevate categorie animali inventate dall'uomo, generi, famiglie, ordini, e via dicendo, sono arbitrarie, in quanto le supposte relazioni non sono dimostrabili con esperimenti scientifici.

1.     Un'evoluzione senza alcuna continuità e gradualità

2.     E il settimo giorno l'Evoluzione si riposò

3.     I "mitici" anelli di congiunzione

4.     L'elefante volante

5.     Il mito dell'evoluzione del cavallo

6.     Filogenesi ed embriologia



Un'evoluzione senza alcuna continuità e gradualità

L'evoluzione, sia nella microgenesi o microevoluzione (formazione delle specie), sia nella macrogenesi o macroevoluzione (formazione di gruppi maggiori), dovrebbe avvenire mediante fattori casuali, continui e non a sbalzi o a scatti cioè sia l'una che l'altra sarebbe avvenuta mediante accumulo graduale di piccole mutazioni (1).

Invece le osservazioni paleontologiche mostrano che la successione filogenetica procede a scatti.

Nelle rocce sedimentarie Precambriane vi è una quasi completa assenza di fossili nonostante che questi sedimenti siano in perfetta continuità con i sedimenti cambriani; fra l'altro tali rocce sembrano perfettamente idonee per la conservazione fossilifera; lo stesso Darwin rimase perplesso di questa situazione per lui imbarazzante (2).

I pochi rinvenimenti ritrovati nel Precambriano possono essere così considerati:

Volendo anche accettare le tendenze di alcune scuole paleontologiche che considerano questi ultimi come veri microrganismi fossili pre - farenozoici, resta difficile da spiegare come questi rari ritrovamenti - dubbi e dispersi qua e là su tutta la superficie del globo - possano poi aver dato origine all'improvviso apparire della fauna cambriana (6).

Si tratta quindi di colmare l'abisso di non continuità tra forme di vita estremamente semplici (i dubbi unicellulari pre - paleozoici) e la sorprendente complessa ed eterogenea fauna di metazoi del Cambriano (7).

Infatti uno degli aspetti più sorprendenti delle faune del tardo farenozoico (600-700 milioni di anni) è il fenomeno della comparsa di molti tipi di animali radicalmente diversi l'uno dall'altro in un intervallo di tempo assai, troppo breve da essere giustificata sulla scorta delle teorie evoluzionistiche (8).

Nel suo libro Red Giants and White Dwarfs (Giganti rosse e nane bianche), Robert Jastrow afferma: "La documentazione fossile non contiene tracce di questi stadi preliminari nello sviluppo degli organismi pluricellulari [...] I reperti fossili conservati nelle rocce contengono molto poco oltre a batteri e piante unicellulari, finché, circa un miliardo di anni fa, dopo un progresso invisibile protrattosi per circa tre miliardi di anni, si ebbe un decisivo salto di qualità: sulla Terra comparvero i primi organismi pluricellulari".




Vediamo ora cosa ci dicono i resti fossili dei periodi successivi al Precambriano relativamente al fiorire ed allo svilupparsi delle varie forme di vita sulla terra.

Una prima grande stranezza deriva dal fatto che il Cambriano (500-550 milioni di anni fa) poté assistere alla comparsa di nuovi phyla e classi ad una velocità eccezionale, praticamente di colpo ed inoltre contemporaneamente per un gran numero di essi (9).

Le creature viventi trovate negli strati risalenti al periodo Cambriano risultano emerse tutte all'improvviso e conteporaneamente: nelle testimonianze fossili non vi si trovano antenati preesistenti da cui possano essere derivate. I fossili rintracciati sono comstituiti da lumache, trilobiti, spugne, vermi, meduse, ricci di mare e altri invertebrati di struttura complessa. Questo ampio mosaico di organismi viventi è costituito da un gran numero di creature complesse emerse così all'improvviso che a tale evento, nella letteratura geologica, venne dato il nome di esplosione cambriana.

La maggior parte delle forme di vita trovate in questi strati presenta sistemi complessi e completi come occhi, branchie, sistema circolatorio e altre strutture fisiologiche avanzate non dissimili da quelle moderne. Ad esempio, la struttura estremamente complessa bucherellata a doppio cristallino dell'occhio dei trilobiti è una vera e propria meraviglia. Questo occhio apparve 530 milioni di anni fa in stato perfetto. David Raup, professore di geologia presso le Università di Harvard, Rochester e Chicago, ha detto: "I trilobiti si avvalevano di organi ottimamente progettati, che, per poter essere sviluppati oggi, richiederebbero un ingegnere ottico ben preparato e ricco d'ingegno" (10). Inoltre la struttura oculare a nido d'api dei trilobiti è sopravvissuta fino ai nostri giorni senza un singolo cambiamento. Alcuni insetti come le api e le libellule presentano la loro stessa struttura oculare (11). Questa situazione risulta in palese contrasto con la tesi dell'evoluzione progressiva degli esseri viventi dal primitivo al complesso.

Tutti questi invertebrati complessi emersero impovvisamente e in modo completo senza alcun legame o forma transizionale con gli organismi unicellulari, le uniche forme di vita presenti sulla terra prima della loro apparizione.

Richard Monastersky, editore di Earth Sciences, una delle più popolari pubblicazioni della letteratura evoluzionista, afferma, a proposito della esplosione cambriana, apparsa del tutto inaspettatamente: "Mezzo miliardo di anni fa apparvero improvvisamente le ragguardevoli forme di animali complessi che oggi vediamo. Questo momento, al principio del periodo Cambriano, all'incirca 550 milioni di anni fa, segna l'esplosione evolutiva che riempì i mari delle prime creature complesse. Gli ampi phyla animali odierni erano già presenti nei primi anni del Cambriano ed erano distinti tra loro quanto lo sono oggi (12).

Douglas Futuyma, un eminente biologo evoluzionista, ammette tale realtà e dice: "Gli organismi poterono apparire sulla terra soltanto già completamente formati. In caso contrario, essi devono essersi sviluppati da specie preesistenti per mezzo di un processo di modificazione. Se apparvero in uno stato di completo sviluppo, devono essere stati creati da una intelligenza onnipotente" (13). Darwin stesso ne riconobbe la possibilità quando scrisse: "Se molte specie, appartenenti agli stessi generi o famiglie, fossero realmente apparse improvvisamente, questo fatto sarebbe fatale alla teoria dell'evoluzione per selezione naturale (14)."

Il periodo Cambriano rappresentaun ostacolo attualmente insuperato per le teorie evoluzionistiche. Il paleoantropologo evoluzionista svizzero Stefan Bengston confessa la mancanza di vincoli di transizione allorquando descrive tale periodo e finisce per commentare: "Frustrante (e imbarazzante) per Darwin, questo evento ancora ci abbaglia" (15).

Lo zoologo Harold Coffin è giunto a questa conclusione: "Se l'ipotesi dell'evoluzione graduale dal semplice al complesso è esatta, si dovrebbero poter trovare gli antenati di queste creature viventi improvvisamente apparse nel Cambriano; ma non sono stati trovati, e gli scienziati ammettono che ci sono scarse speranze di trovarli in futuro".


Nel tardo Siluriano compaiono insieme i Condroitti ed i primi Osteitti e fin qui il problema sarebbe limitato dato che queste due classi avrebbero una origine difiletica. Gli Osteitti poi nel Devoniano si diversificano, ma nel Devoniano compaiono anche gli Anfibi che derivano da una sottoclasse degli Osteitti: i Sarcopterigi; questi ultimi si differenziano ben presto dagli Attinopterigi - l'altra sottoclasse degli Osteitti - e danno a loro volta origine agli ordini dei Dipnoi e dei Crossopterigi. Nell'ambito dei Crossopterigi poi si diversificano i Celacanti da un lato ed i Ripidisti dall'altro. E' proprio dai Crossopterigi Ripidisti che avrebbero avuto origine gli Anfibi. Ciò che lascia esterrefatti è che una successione così complessa che va dai primi Osteitti ai Sarcopterigi (Osteitti già molto evoluti), poi ai Crossopterigi che si diversificano in Ripidisti, e da questi si arriva infine ai primi Anfibi, sarebbe avvenuta solo in una cinquantina di milioni di anni un tempo assolutamente insignificante dal punto di vista evoluzionistico.



Gli insetti appaiono all'improvviso nella documentazione fossile, e in grande abbondanza, senza alcun antenato evolutivo come mostra anche l'immagine della mosca fossile rinvenuta in un'ambra dominicana di 20-30 milioni di anni fa proveniente da un'antica foresta pluviale rintracciata nelle rocce di una montagna vicino Santiago nella Repubblica Dominicana. Dalla loro comparsa, nel Devoniano (circa 400 milioni di anni fa), fino a oggi non sono cambiati molto. A proposito del rinvenimento di una mosca fossile alla quale sono stati attribuiti "40 milioni di anni", il dott. George Poinar jr. dice: "L'anatomia interna di queste creature è straordinariamente simile a quella delle mosche attuali. Ali, zampe, testa e persino la struttura cellulare interna hanno un aspetto molto moderno". E in un commento pubblicato sul Globe and Mail di Toronto si leggeva: "Dopo aver risalito per 40 milioni di anni la scala evolutiva, non hanno fatto in pratica nessun progresso apprezzabile".

La comparsa della mosca già perfetta confuta le pretese evoluzioniste. Il biologo inglese Robin Wootton ha scritto in un articolo intitolato The Mechanical Design of Fly Wings (Il disegno meccanico delle ali delle mosche):
"Meglio comprendiamo il funzionamento delle ali degli insetti, più fine e bello ci appare il loro disegno. Le strutture sono tradizionalmente disegnate in modo tale da deformarsi il meno possibile; i meccanismi sono progettati per muovere le parti che li compongono in maniera prevedibile. Le ali degli insetti combinano queste due caratteristiche, utilizzando componenti dotati di una vasta gamma di proprietà elastiche, elegantemente assemblate per permettere deformazioni adatte alle forze facendo uso dell'aria nel modo migliore
(16).

D'altra parte, non esiste neppure un singolo fossile che consenta di provare l'immaginaria evoluzione delle mosche. Ciò è quanto il noto zoologo francese Pierre Grassè intendeva quando ha detto: "Siamo al buio per quanto riguarda l'origine degli insetti" (17).


Anche gli animali che si estinsero seguirono lo stesso schema. I dinosauri, per esempio, appaiono all'improvviso nella documentazione fossile del Triassico, senza alcun legame con forme ancestrali. Si moltiplicarono considerevolmente per tutto il Cretaceo ed il Giurassico, per poi estinguersi.

A questo riguardo, il Bulletin del Field Museum of Natural History di Chicago afferma: "Nella sequenza le specie appaiono in modo molto repentino, mostrano una stabilità assoluta o quasi nel corso della loro esistenza nella documentazione, e poi scompaiono bruscamente dalla medesima. E non sempre è chiaro - anzi, di rado lo è - se i loro discendenti fossero effettivamente più adatti dei loro predecessori. In altre parole, è difficile riscontrare un miglioramento biologico".


Tutto quanto finora detto, vale e si rafforza analizzando la cosiddetta fioritura esplosiva dei mammiferi.

Gli evoluzionisti sostengono che tutte le specie mammifere si siano evolute da un comune progenitore. Nondimeno, gli orsi, le balene, i topi e i pipistrelli presentano enormi differenze. Ognuno di questi esseri viventi possiede sistemi specificamente disegnati. Per esempio, i pipistrelli sono stati creati con un sistema sonar molto sensibile che li aiuta ad orientarsi nel buio. Questi complessi sistemi, che la moderna tecnologia può soltanto imitare, non possono essere apparsi come risultato di coincidenze casuali. Anche i fossili dimostrano che i pipistrelli emersero improvvisamente 50 milioni di anni fa nella perfezione del loro stato attuale, senza mostrare alcun "processo evolutivo": "L'ordine dei Chirotteri, i pipistrelli, è estremamente specializzato per il volo, ma primitivo per altri caratteri della dentature, del sistema nervoso, ecc. L'adattamento al volo si è compiuto rapidamente; splendidi esemplari, con tutti i caratteri dell'ordine, sono stati trovati in terreni dell'Eocene iniziale (18).

Inoltre, nel momento della brusca apparizione dei mammiferi, le differenze tra loro erano già molto marcate. Animali tanto diversi, quali i pipistrelli, i cavalli, i topi e le balene sono tutti mammiferi emersi nel corso dello stesso periodo geologico. Stabilire una relazione evolutiva tra loro è impossibile anche all'interno dei più vasti confini dell'immaginazione. Lo zoologo evoluzionista R. Eric Lombard vi attribuì grande importanza in un articolo apparso sulla rivista Evolution:
"Queste ricerche di specifiche informazioni al fine di costruire filogenesi di taxa di mammiferi andranno incontro a delusioni" (19).



Se il mondo vivente fosse il risultato di un lento e graduale processo di evoluzione, ogni taxon dovrebbe aver fatto la sua prima comparsa nella forma di un gruppo naturale privo di sostanziali diversità rispetto al taxon originario di provenienza.

I più antichi rappresentanti di ogni taxon, in altre parole, dovrebbero essere piuttosto difficili da distinguere da quelli del taxon da cui derivarono, ed i loro caratteri peculiari (le ali degli Pterosauri e dei Chirotteri, il carapace dei Cheloni, le penne degli Uccelli, gli arti natatori degli Ittiosauri e dei Cetacei, ecc.) dovrebbero trovarsi appena abbozzati o sviluppati in modo scarso.

Invece non è così. I taxa risultano regolarmente ben individuabili fin dal loro primo apparire come fossili, e non si riesce mai né ad allacciarli con sicurezza ad antenati comuni vissuti in epoche precedenti, né, in ogni caso, a scorgere con chiarezza le derivazioni (20).

Ogni ritrovamento fossile classificabile in maniera sistematicamente diversa dagli altri organismi, ha un numero di diversità tale da rendere inverosimile una evoluzione diretta anche dalla specie tassonomicamente più ravvicinabile.

Questo significa che dallo studio delle diverse classi (ed anche ordini e famiglie), non si ritrovano assolutamente i resti fossili degli anelli di congiunzione postulati dalle teorie evoluzionistiche (21).

Tutto quanto finora detto, concorda con l'approfondito studio preparato dalla Società Geologica di Londra e dall'Associazione Paleontologica d'Inghilterra, sui cui risultati John N. Moore, docente di scienze naturali, ha scritto:
"Circa 120 scienziati, tutti specialisti, hanno compilato i trenta capitoli di un lavoro monumentale di oltre 800 pagine, per presentare la documentazione fossile di piante e animali suddivisi in circa 2.500 gruppi. [...] Come si può notare, ciascuna principale forma o tipo di pianta e animale ha una storia separata e indipendente da quella di tutte le altre forme o tipi! Gruppi sia di piante che di animali appaiono all'improvviso nella documentazione fossile. [...] Balene, pipistrelli, cavalli, primati, elefanti, lepri, scoiattoli, ecc., quando apparvero per la prima volta erano tutti distinti fra loro come lo sono oggi. Non c'è traccia di un antenato comune, e ancor meno di collegamenti con qualche rettile, presunto progenitore". Moore aggiunge: "Nella documentazione fossile non sono state trovate forme di transizione, molto probabilmente perché non esistono proprio forme di transizione a livello fossile. E' molto probabile che non si sia mai verificata una transizione da una specie animale all'altra e/o da una specie vegetale all'altra".



***
(1) V. Marcozzi, Alla Ricerca dei nostri predecessori, EP 1990, p. 15.
(2) G. Sermonti e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica all'evoluzionismo, Rusconi 1980, p. 190.
(3) Cfr. ibid., pp. 193-4.
(4) Cfr. ibid., p. 195.
(5) Cfr. ibid., p. 198.
(6) Cfr. ibid., p. 200.
(7) Cfr. ibid., p. 201.
(8) V. Marcozzi, Alla Ricerca dei nostri predecessori, EP 1990, p. 17.
(9) Cfr. ibid., p. 17.
(10) David Raup, Conflicts Between
Darwin and Paleontology, Bulletin, Field Museum of Natural History
, Vol 50, January 1979, p. 24.
(11) R.L.Gregory, Eye and Brain: The Physiology of Seeing,
Oxford University Press
, 1995, p. 31.
(12) Richard Monastersky, Mysteries of the Orient, Discover, April 1993, p. 40.
(13) Douglas J. Futuyma, Science on Trial,
New York
: Pantheon Books, 1983, p. 197.
(14) Charles Darwin, The Origin of Species: A Facsimile of the First Edition,
Harvard University Press
, 1964, p. 302.
(15) Stefan Bengston, Nature, Vol. 345, 1990, p. 765.
(16) Robin J. Wootton, The Mechanical Design of Insect Wings, Scientific American, v. 263, November 1990, p. 120.
(17) Pierre-P Grassé, Evolution of Living Organisms,
New York
, Academic Press, 1977, p. 30.
(18) E. Padoa, Manuale di anatomia comparata dei vertebrati, Feltinelli, 1990, p. 52.
(19) R. Eric Lombard, Review of Evolutionary Principles of the Mammalian Middle Ear, Gerald Fleischer, Evolution, Vol 33, December 1979, p. 1230.
(20) G. Sermonti e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica all'evoluzionismo, Rusconi 1980, pp. 234-6.
(21) G. Sermonti e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica all'evoluzionismo, Rusconi 1980, p. 271.

 

E il settimo giorno l'Evoluzione si riposò

 

Altro fenomeno strano è che l'evoluzione si sarebbe ormai arrestata da tempi molto lunghi, infatti:

Le classi e gli ordini sembrano aver raggiunto il culmine della loro diversità fra l'Ordoviciano ed il Devoniano; dopodiché risultano aver subito un brusco declino fino al termine del Triassico, mantenendosi da allora praticamente costanti. Cioè la diversità esistente al giorno d'oggi è la stessa di quella esistita nei tempi trascorsi a partire dal Cambriano.

Tipi nuovi non si sono formati da 420 milioni di anni, classi nuove da 140 milioni, ordini nuovi da 50. Inoltre vi sono forme viventi che da tempi remotissimi non sono variate ed altre che avrebbero avuti una evoluzione improvvisa o rapidissima per poi rimanere invariate per milioni di anni nella più completa immobilità evolutiva (equilibrio punteggiato)
(2).

Di esempi di immobilità evolutiva ne esistono tantissimi.

Un esempio molto evidente è costituito dalle tartarughe, che sono una specie rettile. Appaiono all'improvviso tra le testimonianze fossili dotate della loro corazza. Per citare una fonte evoluzionista: "... dalla metà del periodo triassico (circa 175 milioni di anni fa), i suoi membri erano già numerosi e in possesso delle basilari caratteristiche delle tartarughe. I legami tra le tartarughe e i cotilosauri, da cui probabilmente discendono, sono quasi del tutto assenti" (3).
Non esiste alcuna differenza tra i fossili delle antiche tartarughe e i membri di questa specie oggi viventi. Le tartarughe, semplicemente, non si sono "evolute": sono sempre state le stesse fin dal momento della loro comparsa.

Un altro bell'esempio è fornito da un particolare pesce, il Celacanto (Latimeria chalumnae), che si credeva fosse esistito 410 milioni di anni fa. Gli evoluzionisti, dallo studio dei fossili, evidenziarono che il Celacanto era una forma transizionale dotata di un polmone primitivo, un cervello sviluppato, un sistema digestivo e circolatorio pronto a funzionare sulla terra e addirittura un primitivo meccanismo motorio. Queste interpretazioni anatomiche furono accettate come una verità indiscutibile dai circoli scientifici fino alla fine degli anni trenta. Il Celacanto fu presentato come un anello di congiunzione in grado di provare la transizione evolutiva dall'acqua alla terra. Purtroppo esemplari viventi di questo pesce furono catturati molte volte a partire dal 1938, e tutte le congetture speculazioni degli evoluzionisti furono sommessamente accantonate. Inoltre i Celacanti viventi avevano mantenuto le identiche caratteristiche dei loro avi presenti nei fossili di 410 milioni di anni prima.

Formiche fossili ed altri insetti rintracciati in sedimenti ed ambra dell'età di 100 milioni fa, non mostrano differenze con le attuali specie.

La rivista Discover ne sottolinea un altro esempio: "Il lìmulo [Xiphosura polyphemus] [...] esiste praticamente immutato da 200 milioni di anni".

Un quadro analogo si riscontra a proposito delle piante. Nelle rocce si trovano foglie fossili di molti alberi e arbusti che differiscono ben poco da quelle delle stesse piante esistenti oggi: quercia, noce, noce americano, vite, magnolia, palma e molte altre.
Foglie fossili della Liquidambar styraciflua (albero a foglia caduca di dimensioni medio grandi, originario dell'America settentrionale ed è anche piantata in Europa per il suo caratteristico fogliame rosso autunnale) sono state rintracciate nel nord-est della Germania in sedimenti del Miocene di circa 20 milioni di anni fa. Le foglie sono praticamente identiche alle attuali.



***
(1) G. Sermonti e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica all'evoluzionismo, Rusconi 1980, p. 216.
(2) V. Marcozzi, Alla Ricerca dei nostri predecessori, EP 1990, p. 28.
(3) Encyclopaedia Britannica, 1971, vol. 22, p. 418 e The Dawn of Life, Orbis Pub., Londra, 1972.

I "mitici" anelli di congiunzione (1)

 

A livello paleontologico la situazione esistente oggi rispetto ai giorni di Darwin non è cambiata di molto. La testimonianza dei fossili è ancora quella descritta alcuni anni fa dallo zoologo D'Arcy Thompson nel suo libro On Growth and Form (Crescita e forma): "L'evoluzione darwiniana non ci ha spiegato in che modo gli uccelli discendono dai rettili, i mammiferi dai primi quadrupedi, i quadrupedi dai pesci, o i vertebrati dagli invertebrati. [...] Andare in cerca di anelli di congiunzione per colmare le lacune significa cercare invano, per sempre".

Volendo rimanere anche solo a livello dei vertebrati, che sono ampiamente documentati a livello fossile ed ampiamente studiati, si può affermare che non vi è traccia alcuna di una continuità dimostrata fra le varie classi.

Prendiamo in esame il classico schema del continuum evolutivo -che vede il succedersi dai primi pesci agli anfibi, da questi ai rettili trasformatisi in uccelli ed in mammiferi- ed analizziamolo meglio. Nel Siluriano compaiono i primi Gnatostomi; la complessa ristrutturazione che subisce l'apertura boccale con il passaggio delle ossa dell'arco orale da un piano bidimensionale (tipico degli Agnati) ad un piano tridimensionale, all'arretramento della posizione del punto articolare con la conseguente scomparsa di uno o più archi scheletrici (con le relative camere branchiali) non trova riscontro in una documentazione fossile che mostri la graduale trasformazione.

Verso la metà dell'era Paleozoica, dal Devoniano in poi, nei mari apparve quasi improvvisamente un altro importante e significativo gruppo di vertebrati, i Placodermi. Questi animali a differenza dei preesistenti e più primitivi Ostracodermi presentavano una caratteristica innovativa che sarebbe stata fondamentale per il prosieguo dell'evoluzione dei vertebrati: la comparsa di un apparato masticatore contraddistinto dalla presenza delle ossa mandibolare e mascellare.

Pesci

Si dice che gli Osteitti (pesci ossei) siano comparsi nel Devoniano si dice probabilmente da alcuni Placodermi (un'altra classe dei Cordati) di cui però non è ancora stata trovata alcuna traccia. Allora il problema è stato spostato ed oggi si suppone che gli Osteitti siano derivati da forme di ittiopsidi primitive, i Teleostomi, o dagli Acantodi e questi ultimi a loro volta sarebbero derivati dai Teleostomi; i Teleostomi a loro volta sarebbero derivati dai Placodermi. Però in questa serie di ipotesi -analogamente alla prima- mancano i fossili di tutte le forme intermedie di transizione che -date le caratteristiche dermiche di questi organismi- avrebbero dovuto fossilizzare molto bene.

Tutte e tre le suddivisioni dei pesci dotati di ossa appaiono per la prima volta tra le testimonianze fossili approssimativamente nello stesso periodo. Essi si presentano già ampiamente divergenti morfologicamente e pesantemente corazzati. Come ebbero origine? Che cosa permise loro una così ampia differenziazione? Come poterono giungere ad avere una corazza pesante? Perché non vi è traccia di precedenti forme intermedie
(2)?

Pesci > Anfibi

Non vi è neppure un singolo fossile in grado di dimostrare l'esistenza di una creatura per metà pesce e per metà anfibio. Questo fatto è confermato, sebbene con qualche riluttanza, dall'autorità di un evoluzionista molto noto, Robert L. Carroll, autore di Vertebrate Paleontology and Evolution: "Non abbiamo alcun fossile intermedio tra il pesce ripidistiano e i primi anfibi" (3).

Due paleontologi evoluzionisti, Colbert e Morales, scrivono a proposito delle tre classi fondamentali di anfibi, rane, salamandre e cecilie: "Non vi è prova di un anfibio Paleozoico che combini le caratteristiche la cui presenza ci si attenderebbe in un singolo comune antenato. Le più antiche rane, salamandre e cecilie conosciute sono molto simili ai loro discendenti viventi (4).

La transizione dall'acqua alla terra ferma, seppure fosse avvenuta in tempi molto lunghi -come viene affermato dalle teorie evoluzioniste- avrebbe dovuto comunque affrontare varie, enormi ed insuperabili difficoltà:

E' statisticamente impossibile che tutti questi drammatici cambiamenti fisiologici possano essere avvenuti contemporaneamente e casualmente (per mutazioni-adattamenti-selezione) nello stesso organismo ed inoltre in tempi brevissimi (come è ampiamente dimostrato dai fossili).

Anfibi > Rettili

Il paleontologo evoluzionista Robert L. Carroll è stato costretto ad accettare che "i primi rettili erano molto differenti dagli anfibi e i loro antenati non sono ancora stati trovati"
(5).

Rettili > Uccelli

In primo luogo le ali, che sono la peculiare caratteristica degli uccelli, rappresentano un'empasse per gli evoluzionisti. Uno di essi, il turco Engin Korur, confessa l'impossibilità dell'evoluzione delle ali: "Il carattere comune degli occhi e delle ali è che essi possono funzionare soltanto se sono completamente sviluppati. In altre parole, un occhio sviluppato solo a metà non può vedere, così come un uccello con le ali a metà non può volare. Come questi organi siano pervenuti all'essere è rimasto uno dei misteri della natura che attende di essere illuminato" (6).

La domanda sul modo in cui la perfetta struttura delle ali sia pervenuta all'essere a seguito di mutazioni accidentali rimane del tutto priva di risposta. Non c'è modo di spiegare come le zampe anteriori di un rettile abbiano potuto trasformarsi in ali perfettamente funzionanti in seguito ad una serie fortuita di mutazioni geniche.

La sola presenza delle ali, inoltre, non è sufficiente a un organismo terrestre per volare. Ad esempio, le ossa degli uccelli sono molto più leggere di quelle di esseri che vivono al suolo. I loro polmoni funzionano in maniera del tutto diversa. Hanno un sistema muscolare e scheletrico differente e un sistema cardiaco e circolatorio molto specializzato. Queste caratteristiche sono prerequisiti altrettanto necessari al volo che le ali. Tali meccanismi devono essere tutti presenti contemporaneamente; non possono formarsi gradualmente per "accumulazione".

Il corpo dei rettili è ricoperto di scaglie, mentre gli uccelli sono rivestiti di penne. Dal momento che gli evoluzionisti considerano i rettili gli antenati degli uccelli, sono costretti ad affermare che le penne costituiscano il risultato dell'evoluzione delle scaglie dei rettili. Nondimeno, non vi è alcuna similarità tra le scaglie e le penne.

Un professore di fisiologia e neurobiologia presso l'Università del Connecticut, A. H. Brush, conferma questa realtà sebbene sia un evoluzionista: "Ogni caratteristica, dalla struttura e organizzazione dei geni, allo sviluppo, morfogenesi e organizzazione dei tessuti, è differente" (7).

Non esiste alcuna testimonianza fossile in grado di provare che le penne degli uccelli si siano evolute dalle scaglie dei rettili. Al contrario, "le penne appaiono improvvisamente tra i fossili come un carattere di distinzione innegabilmente unico degli uccelli (e) unica tra i vertebrati" (8). Inoltre, nei rettili non è ancora stata scoperta una struttura epidermica che possa far supporre una sua evoluzione verso le penne (9).

Alcuni scienziati inoltre hanno formulato una serie di obiezioni sulla teoria che vede derivare gli uccelli dai rettili.

  1. La mano degli uccelli sono diverse, i teropodi mantengono il primo, il secondoe il terzo dito, mentre gli uccelli hanno il secondo, il terzo e il quarto dito.
  2. La forcella formata dalla fusione delle clavicole degli uccelli è diversa dalle clavicole dei teropodi.
  3. I polmoni complessi degli uccelli non potevano evolversi dai polmoni dei teropodi; in effetti gli uccelli possiedono polmoni elaborati e dissimili da quelli di qualunque altro animale vivente. I polmoni degli uccelli infatti funzionano in maniera totalmente differente rispetto a quella degli animali terrestri. Questi ultimi inspirano ed espirano attraverso le stesse vie aeree. Negli uccelli, l'aria entra nel polmone dalla parte anteriore ed esce dalla parte posteriore. Questo "disegno" distinto è una peculiarità degli uccelli, i quali necessitano di una grande quantità di ossigeno durante il volo.


Rettili > Mammiferi

Molte sono le differenze morfo-funzionali fra rettili e mammiferi.
Un esempio delle barriere strutturali tra questi è costituito dalla struttura mascellare. La mandibola dei mammiferi è costituita da un solo osso sul quale si trovano i denti. Nei rettili, invece, vi sono tre piccole ossa su entrambi i lati.
Un'altra sostanziale differenza è che tutti i mammiferi hanno tre ossicini nell'orecchio medio (il martello, l'incudine e la staffa), mentre in tutti i rettili vi è un singolo osso.
Gli evoluzionisti affermano che la mascella e il medio orecchio dei rettili si siano gradualmente evoluti nei corrispettivi propri dei mammiferi. Nondimeno la questione su come tale processo sia avvenuto rimane senza risposte. In particolare, rimane inesplicata la domanda su come un orecchio con un singolo osso si sia potuto evolvere a tal punto da presentare tre ossicini, pur continuando a svolgere la sua funzione.
Non sorprende neanche più che non sia stato trovato neppure un singolo fossile che colleghi i rettili ai mammiferi.
Questa è la ragione per cui il paleontologo evoluzionista Roger Lewin è stato costretto a dire che "la transizione verso il primo mammifero, che probabilmente avvenne in uno o, tutt'al più, in due casi, è ancora un enigma"
(8).

***
(1) Tratto e liberamente integrato da H. Yahya, L'inganno dell'evoluzione.
(2) Gerald T. Todd, Evolution of the Lung and the Origin of Bony Fishes: A Casual Relationship, American Zoologist, Vol 26, No. 4, 1980, p. 757.
(3) R. L. Carroll, Vertebrate Paleontology and Evolution, New York
: W. H. Freeman and Co. 1988, p. 4.
(4) Edwin H. Colbert, M. Morales, Evolution of the Vertebrates,
New York
: John Wiley and Sons, 1991, p. 99.
(5) Robert L. Carroll, Vertebrate Paleontology and Evolution,
New York
: W. H. Freeman and Co., 1988, p. 198.
(6) E. Korur, Gözlerin ve Kanatlarin Sirri (The Mystery of the Eyes and the Wings), Bilim ve Teknik, No. 203, October 1984, p. 25.
(7) A. H. Brush, On the Origin of Feathers, Journal of Evolutionary Biology, vol. 9, 1996, p. 132.
(8) Cfr. ibid., p. 131.
(9) Ibid.
(10) Roger Lewin, Bones of Mammals, Ancestors Fleshed Out, Science, vol 212,
June 26, 1981, p. 1492.

 

L'elefante volante

 

L'evoluzione dovrebbe agire -come la teoria stessa postula- per piccole mutazioni adattatitve; non è assolutamente ipotizzabile che si verifichi mediante aberrazioni che come risultato facciano comparire intere nuove strutture funzionali, migliorative ed adattativamente vantaggiose.

Questo significa che il passaggio da una struttura funzionale ad un'altra altrettanto funzionale non può avvenire di colpo - presupponendo anche la più semplice della trasformazioni una serie enorme e complessa di modifiche genetiche -, ma presuppone il passaggio attraverso tutta una serie di strutture sempre più diverse dall'originaria e sempre più simili alla finale.

Ma questo processo, non essendo guidato da alcuno, necessita di una condizione necessaria e cioè che tutte le strutture intermedie siano sempre funzionali altrimenti l'animale risulterebbe svantaggiato dalla selezione naturale (1).

L'evidenza delle cose respinge completamente questa possibilità; una situazione che può risultare esemplificativa e chiarificante a tal riguardo e la formazione delle ali.

Nel fantastico passaggio da strutture locomotorie a strutture estremamente specializzate quali le ali, si dovrebbe transitare per una serie lunghissima di strutture misfunzionali intermedie; un arto che non è una zampa e che non è un'ala non serve né per la locomozione né per il volo.

Inoltre tale appendice ingombrante ed inservibile risulta terribilmente svantaggiata da quella selezione naturale tanto amata dagli evoluzionisti.

Pur, comunque, ammettendo che il gruppo animale, così appesantito, riesca ugualmente a sopravvivere per migliaia di generazioni in queste condizioni bisognerebbe poi presupporre che queste strutture inutili di per se inizierebbero a tendere verso forme complessissime senza però un senso se non quello che un domani remoto potrebbero permettere al gruppo di volare: questo è un finalismo che la natura non ha!
(2).

Se è esistito veramente il povero animale mezzo rettile e mezzo uccello non deve aver avuto tuttavia una vita facile. più che i vantaggi di essere dinosauro e uccello allo stesso tempo, deve aver avuto tutti gli svantaggi.

Secondo le ricostruzioni, infatti, doveva essere in grado di effettuare solo voli planati, vale a dire che, per quanto dotato di penne, non gli riusciva di spiccare il volo a partire da terra; doveva perciò salire sugli alberi e di là lanciarsi in volo planato.

Come se non bastasse quando era a terra le ali rendevano più lenta e faticosa la sua corsa dietro la preda.

Correre battendo nello stesso tempo le ali comporta infatti un notevole dispendio di energia e le ali mentre alleggeriscono il peso del corpo sollevandolo da terra, diminuiscono anche la presa sul terreno mentre contemporaneamente, per un effetto vela, rallentano la corsa.

Se è esistito veramente, avrà maledetto ogni giorno la cecità dell'evoluzione che lo condannava ad essere uccello e rettile allo stesso tempo.

Altro che vantaggio evolutivo che la selezione naturale avrebbe avvantaggiato!

C'è da aggiungere che le varie teorie che dovrebbero spiegare come sia nato il volo negli uccelli (teoria cursoria e teoria saltatoria) sono completamente insoddisfacenti e morfologicamente (tecnicamente) non realizzabili; inoltre sono marcatamente segnate da un vizio di impostazione lamarkiano.

A rendere ancora più incredibile il tutto, c'è da dire che questo fantascientifico cammino è stato seguito da molte linee; infatti secondo i dati della paleontologia molti gruppi avrebbero inventato il volo ed in modo completamente indipendente; ciò significa se anche ci fosse una remota, improbabilissima possibilità che una linea evolutiva sia arrivata al volo, questa incredibile probabilità si sarebbe ripetuta più volte.

Infatti restando solo nell'ambito dei vertebrati il volo si sarebbe evoluto nei rettili - i grandi rettili volanti preistorici -, negli uccelli - dall'archeopteryx che ha una linea evolutiva parallela ma separata rispetto ai rettili - e nei mammiferi - con i chirotteri.

Il carattere caricaturale di questa forma di passaggio è pienamente confermato dalla paleontologia: tanto è vero che i chirotteri più antichi compaiono all'improvviso nell'Eocene, senza mostrare alcuna sostanziale differenza rispetto a quelli odierni.


Veniamo ora a qualche considerazione su quello che è considerato un anello di congiunzione fra rettili ed uccelli: l' Archæopteryx.

Gli ultimi studi sui fossili di Archæopteryx rivelano, che questa creatura non è assolutamente una forma transizionale, ma un uccello con alcune caratteristiche distinte rispetto a quelli attuali (3).

La tesi che l'Archæopteryx fosse un "mezzo-uccello" incapace di volare perfettamente era molto popolare nei circoli evoluzionisti fino a pochi anni orsono. L'assenza di uno sterno, cioè delle ossa del petto, in questa creatura, o perlomeno il fatto che non corrispondesse a quello degli uccelli attuali, venne sostenuto come la prova più evidente dell'incapacità di volare perfettamente di questo uccello. Infatti sull'osso del petto, situato sotto il torace, si collegano i muscoli necessari al volo. Ai nostri giorni, quest'osso si trova in tutti gli uccelli, volatili e non. Anche nei pipistrelli, mammiferi volanti che appartengono ad una famiglia del tutto diversa.

Tuttavia, la scoperta del settimo Archæopteryx fossile nel 1992 causò un grande stupore tra gli evoluzionisti. La ragione fu che in esso l'osso del petto, ritenuto mancante da tali studiosi, era invece presente. La rivista Nature descrisse il rinvenimento nei termini seguenti:
"La recente scoperta del settimo esemplare di Archæopteryx preserva un parziale sterno rettangolare a lungo sospettato ma mai documentato prima. Esso attesta la forza dei suoi muscoli atti al volo"
(4).
Questa scoperta minò alla base la tesi che l'Archæopteryx fosse un mezzo-uccello incapace di volare completamente.
D'altra parte, la struttura delle penne degli uccelli divenne uno dei più importanti elementi di prova a dimostrazione del fatto che l'Archæopteryx fosse un uccello volante nel vero senso della parola. La struttura asimmetrica delle penne di questo animale non è distinguibile da quella degli uccelli moderni, a riprova così della sua perfetta idoneità al volo. Il famoso paleontologo Carl O. Dunbar ha scritto: "In ragione delle sue ali, l'Archæopteryx deve essere chiaramente classificato come un uccello" (5).
Un altro fattore che venne rivelato dalla struttura delle penne dell'Archæopteryx fu il suo metabolismo a sangue caldo tipico degli uccelli. Come è noto, i rettili e i dinosauri sono animali a sangue freddo che dipendono dalla temperatura ambientale in quanto non sono in grado di regolare in modo indipendente il loro calore corporale. Tale importante funzione viene adempiuta, nel caso degli uccelli, dalle penne. Le penne dell'Archæopteryx, di cui aveva bisogno per mantenere il calore del suo corpo a differenza dei dinosauri, dimostrano che questi fu un vero uccello a sangue caldo.
I due punti importanti sui quali gli evoluzionisti si fondano quando affermano che l'Archæopteryx sia una forma transizionale, sono gli artigli sulle ali e i denti. Sebbene queste caratteristiche siano effettivamenti presenti, ciò non implica alcuna relazione con i rettili. Inoltre, due specie di uccelli oggi viventi, il Taouraco e l'Hoatzin, hanno artigli per aggrapparsi ai rami. Queste creature sono assolutamente uccelli e non presentano alcuna caratteristica dei rettili. Questa è la ragione per cui è completamente infondato sostenere che l'Archæopteryx sia una forma transizionale soltanto per la presenza degli artigli sulle ali.
Neppure i denti nel becco giustificano la precedente affermazione. Gli evoluzionisti commettono una vera e propria frode allorquando asseriscono che i denti siano una caratteristica dei rettili, in quanto ciò non corrisponde al vero. Oggi non tutti i rettili sono provvisti di denti. L'Archæopteryx, per di più, non è la sola specie di uccelli che presenti tale attributo. E' corretto affermare che oggi gli uccelli sono privi di denti, tuttavia, le testimonianze fossili risalenti all'epoca dell'Archæopteryx e posteriori, sino ad un'età relativamente recente, parlano dell'esistenza di un distinto genere di uccelli che può essere classificato come "uccello provvisto di denti".
Il punto fondamentale, tuttavia, è che la struttura dentale dell'Archæopteryx e di altri uccelli è del tutto diversa da quella dei loro supposti antenati, i dinosauri. I famosi ornitologi Martin, Stewart e Whetstone osservarono che i primi presentavano denti con superficie superiore piatta e radici larghe, mentre i secondi, ovvero i dinosauri teropodi, gli ipotetici antenati di questi uccelli, avevano denti a forma di sega e con radici strette (6).
I ricercatori, dopo aver posto a confronto le ossa dei polsi dell'Archæopteryx e quelle dei dinosauri, hanno osservato che non esiste alcuna similitudine tra loro (7).
Gli studi di anatomisti quali Tarsitano, Hecht e A.D. Walker rivelarono che alcune "similarità", che si asseriva fossero esistite tra questa creatura e i dinosauri, come proposto da John Ostrom, erano in realtà interpretazioni errate (8).

Tutti questi ritrovamenti mostrano che l'Archæopteryx non fu un anello transizionale, ma solo un uccello appartenente alla categoria degli "uccelli con i denti".
Mentre gli evoluzionisti hanno sostenuto per decenni che l'Archæopteryx fosse la prova più importante dell'evoluzione degli uccelli, altri fossili recentemente rinvenuti hanno invalidato tale prospettiva per altri riguardi.
Lianhai Hou e Zhonghe Zhou, due paleontologi dell'Istituto Cinese di Paleontologia dei Vertebrati, hanno scoperto nel 1995 un nuovo uccello fossile, da essi denominato Confuciusornis. Questo uccello risale approssimativamente allo stesso periodo dell'Archæopteryx (circa 140 milioni di anni fa), ma non è fornito di alcun tipo di dente. Il suo becco e le sue ali, inoltre, sono del tutto simili a quelle degli uccelli attuali, dei quali condividono anche la medesima struttura scheletrica, tuttavia presentano artigli all'estremità delle ali come l'Archæopteryx. La speciale struttura detta "pigostilo" era presente in questa specie per sostenere le penne timoniere. In breve, questo uccello, contemporaneo dell'Archæopteryx (considerato il più antico antenato di tutti gli uccelli e accettato come un semi-rettile), ha un'enorme somiglianza con i volatili moderni. Questo fatto inficia tutte le tesi evoluzioniste che reputavano l'Archæopteryx il primitivo antenato di tutti gli uccelli.
Un altro fossile, rinvenuto in Cina nel novembre 1996, ha creato una confusione addirittura maggiore. L'esistenza di questo uccello, risalente a 130 milioni di anni fa, detto Liaoningornis, fu annunciata su Science da Hou, Martin e Alan Feduccia. Il Liaoningornis presentava un osso pettorale, sul quale si innestavano i muscoli del volo, del tutto simile a quello degli uccelli attuali, dai quali era difficilmente distinguibile anche per altri riguardi. La sola differenza erano i denti nel becco. Questo fatto mostrò che gli uccelli forniti di denti non avevano una struttura primitiva secondo quanto sostenuto dagli evoluzionisti (9). Come venne espresso sulla rivista Discover, in un articolo dal titolo "Whence came birds? This fossil says not from dinosaurs"("Da dove provengono gli uccelli? 'Non dai dinosauri' dice questo fossile") (10).
Un altro fossile che contraddice la tesi evoluzionista sull'Archæopteryx è l'Eoalulavis. La struttura alare dell'Eoalulavis, che si disse fosse più giovane di 30 milioni di anni dell'Archæopteryx, è stata osservata nei moderni uccelli che volano lentamente. Ciò rappresenta la dimostrazione che 120 milioni di anni fa vi erano uccelli indistinguibili per molti aspetti da quelli attuali (11).
Queste testimonianze indicano con sicurezza che né l'Archæopteryx né gli altri uccelli antichi simili ad esso furono forme di transizione. I fossili non ci dicono che le differenti specie di uccelli si sono evolute le une dalle altre. Provano, al contrario, che gli uccelli attuali e quelli arcaici sono vissuti nello stesso periodo. Alcune specie, tuttavia, come l'Archæopteryx e il Confuciusornis, si estinsero e solo una parte delle specie preesistenti è stata in grado sopravvivere sino ai giorni nostri.
In breve, alcune particolari caratteristiche dell'Archæopteryx dimostrano che questo essere vivente non può essere considerato una forma transizionale! Stephan Jay Gould e Niles Eldredge, due paleontologi evoluzionisti di fama mondiale provenienti da Harvard, accettano che l'Archæopteryx sia un "mosaico" vivente che riunisce in sé caratteristiche diverse, il quale, tuttavia, non può essere considerato una forma transizionale!


***
(1) G. Sermonti e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica all'evoluzionismo, Rusconi 1980, p. 54.
(2) Cfr. ibid., p. 274.
(3) Tratto da H. Yahya, L'inganno dell'evoluzione.
(4) Nature, Vol 382, August, 1, 1996, p. 401.
(5) Carl O. Dunbar, Historical Geology, New York
: John Wiley and Sons, 1961, p. 310.
(6) L. D. Martin, J. D. Stewart, K. N. Whetstone, The Auk, Vol 98, 1980, p. 86.
(7) Ibid, p. 86; L. D. Martin, Origins of Higher Groups of Tetrapods,
Ithaca, New York
: Comstock Publising
Association, 1991, pp. 485, 540.
(8) S. Tarsitano, M. K. Hecht, Zoological Journal of the Linnaean Society, Vol 69, 1985, p. 178; A. D. Walker, Geological Magazine, Vol 177, 1980, p. 595.
(9) Old Bird", Discover,
March 21, 1997
.
(10) Ibid.
(11) Pat Shipman, Birds Do It...
Did Dinosaurs?, p. 28.

 

Il mito dell'evoluzione del cavallo (1)

 

Fino a non molto tempo fa, un'immaginaria sequenza dell'evoluzione del cavallo era avanzata come la principale testimonianza fossile della teoria evoluzionista. Oggi, tuttavia, molti evoluzionisti ne ammettono apertamente l'infondatezza. L'evoluzionista Boyce Rensberger, nel corso di un simposio tenutosi nel 1980 presso il Museo di Storia Naturale di Chicago, ha affermato che tale scenario non trova conferme nelle testimonianze fossili e che in questo caso non è possibile parlare di processo evolutivo:

Il popolare esempio dell'evoluzione del cavallo, che suggerisce una graduale sequenza di cambiamenti da una creatura con quattro dita delle dimensioni di una volpe fino all'animale odierno, molto più grande e con una sola unghia, si è già da molto tempo rivelato errato. In luogo di cambiamenti graduali, i fossili di ogni specie intermedia appaiono completamente distinti, persistono immutati e quindi si estinguono. Le forme transizionali sono sconosciute (2).

Il famoso paleontologo Colin Patterson, direttore del Natural History Museum of England, dove ancora si mostravano gli schemi dell'"evoluzione del cavallo", ha detto riguardo a questa pubblica esposizione allestita presso il pianterreno del museo:
Sono circolate una terribile quantità di storie, le une più fantasiose delle altre, sulla reale natura della vita. L'esempio più famoso, ancora in mostra al piano sottostante, è l'esibizione dell'evoluzione del cavallo, risalente a circa cinquant'anni orsono. E' stata presentata come l'esatta verità dalla tradizione manualistica. Ora, io ritengo che ciò sia deplorevole, in particolare quando coloro che diffondono questo tipo di storie possono essere consapevoli della natura speculativa di alcune di esse (3).

Qual'è allora lo scenario per "l'evoluzione del cavallo"? Tale descrizione fu preparata grazie ai falsi documenti compilati sulla base della sistemazione sequenziale di fossili di specie distinte che, secondo la forza d'immaginazione degli evoluzionisti, sarebbero vissuti in India, Sudafrica, Nord America ed Europa. Esistono più di venti tabelle sull'evoluzione del cavallo proposte da differenti ricercatori. Gli evoluzionisti non sono riusciti a raggiungere un comune accordo sul problema di questi alberi genealogici, che, tra l'altro, sono in totale disaccordo tra loro. Il solo punto in comune è la credenza che una creatura della taglia di un cane detta "Eohippus", vissuta nel periodo eocenico, cioè 55 milioni di anni fa, sia il progenitore del cavallo (Equus). Le ipotetiche linee evolutive dall'Eohippus all'Equus sono, tuttavia, del tutto inconsistenti.

Lo scrittore evoluzionista Gordon R. Taylor illustra questa verità poco conosciuta nel suo libro The Great Evolution Mistery:
"Ma forse la più grave debolezza del darvinismo è la mancanza di paleontologi in grado di trovare filogenesi convincenti o sequenze di organismi capaci di dimostrare i maggiori cambiamenti evolutivi... Il cavallo è spesso citato come l'unico esempio compiuto. Ma il fatto è che la linea dall'Eohippus all'Equus è molto irregolare. E' addotta per mostrare un continuo incremento di dimensioni, ma la realtà è che alcune varianti erano più piccole dell'Eohippus, non più grandi. Esemplari provenienti da fonti differenti possono essere riuniti in una sequenza all'apparenza convincente, ma non vi è prova sufficiente a confermare che essi fossero disposti secondo questo ordine temporale" (4).

Tutti questi fatti dimostrano chiaramente come le tabelle sull'evoluzione del cavallo, presentate come una delle più solide prove a favore del darvinismo, non siano altre che favole fantastiche ed implausibili.



***
(1) Tratto da H. Yahya, L'inganno dell'evoluzione, cap. 5.
(2) Boyce Rensberger, Houston Cronicle, 5 novembre 1980, p. 15.
(3) Colin Patterson, Harper's, febbraio 1984, p. 60.
(4) Gordon Rattray Taylor, The Great Evolution Mistery, Abacus, Sphere Books, Londra 1984, p. 230.

 

Filogenesi ed embriologia

 

Nella legge biogenetica universale di Ernst Haeckel -proposta dal biologo evoluzionista alla fine del XIX secolo- si postula che gli embrioni viventi -durante il loro sviluppo- ripercorrano il processo evolutivo dei loro progenitori. Egli teorizzò che nel corso del suo sviluppo nell'utero materno, l'embrione umano dapprima mostri le caratteristiche di un pesce, poi di un rettile ed infine quelle umane.

Sebbene da allora è stato provato che questa teoria non è altro che una fantasia, è tuttavia normale trovare nei testi universitari e non, richiami alla teoria che si riassume nel detto l'ontogenesi riassume la filogenesi cioé lo sviluppo di un individuo ricapitola le tappe evolutive della sua ascendenza
(1).

La presenza nei libri di testo dei disegni degli embrioni di Haeckel (che, morto nel 1919, è anche uno dei padri fondatori dell'eugenetica) è però ancora più grave, trattandosi di una frode conclamata. L'obiettivo di Haeckel, mostrando la rassomiglianza tra diverse specie nelle prime fasi di vita, era quello di dimostrare l'origine comune di tutti i viventi, come se lo sviluppo dell'embrione riproducesse il meccanismo generale dell'evoluzione da uno stadio indifferenziato verso stadi differenziati. Peccato però che Haeckel avesse alterato di proposito i disegni degli embrioni e che avesse scelto degli esempi di comodo, oltretutto non riguardanti i primi stadi di vita.

Oggi i biologi sanno bene come gli embrioni delle varie specie all'inizio non si somiglino affatto tra loro ed alla teoria della ontogenesi, che ricapitola la filogenesi, sono in pochi a crederci ormai. Essa è stata, anzi, apertamente sconfessata come "erronea" e "poco convincente" da importanti ricercatori fra cui Walter Bock, biologo della Columbia University e C. H. Woddington dell'università di Edimburgh nel suo Principles of Embryology, un testo classico.


L'esempio più famoso di supposte similarità animali è quello delle fenditure branchiali nell'embrione umano durante il cosiddetto stadio del pesce. La maggior parte degli embriologi è arrivata ora alla conclusione che quelle similarità fra uomo e pesce sono del tutto superficiali. L'embrione umano non sviluppa mai le fenditure né, tanto meno, branchie o altre strutture tipiche dei pesci.

E' ormai noto che le "branchie" che ipoteticamente appaiono nei primi stadi dell'embrione umano sono in realtà le fasi iniziali del condotto uditivo medio, della paratiroide e del timo. La parte embrionale che venne paragonata al "sacco vitellino" si è rivelata una sacca che produce sangue per l'infante. La parte che è stata identificata come una "coda" da Haeckel e dai suoi successori è in realtà la spina dorsale, la quale rassomiglia ad una coda solo perché prende forma prima delle gambe.

Un altro esempio è il cuore dell'embrione umano: secondo la teoria della ricapitolazione, la sua forma iniziale dovrebbe essere un singolo "tubo" come quello dei pesci. Si è potuto osservare, invece, che la fase iniziale è un "doppio tubo"
(2).

Questi fatti sono universalmente noti nel mondo scientifico e sono accettati anche dagli stessi evoluzionisti. George Gaylord Simpson, uno dei fondatori del neo-darvinismo, scrive:
Haeckel travisò il principio evolutivo coinvolto. E' ora fermamente stabilito che l'ontogenesi non ripete la filogenesi (3).



***
(1) C. Houillon, Embriologia dei vertebrati, EA 1987, p. 4.
(2) Duane Gish, Panorama, 2.2.1981. Duane Gishil, biochimico che ha collaborato fra l'altro alle ricerche del premio Nobel Vincent Du Vigneaud sulla sintesi di ormoni.
(3) G. G. Simpson, W. Beck, An Introduction to Biology, New York, Harcourt Brace and World, 1965, p. 241.

 

 

FISIOLOGIA ED UOMO

 

Nessuna prova chiara e convincente è stata avanzata per verificare se esista una relazione tra l'uomo e la scimmia, ad eccezione di frodi, distorsioni, disegni e commenti fuorvianti.
Tutte le scoperte e le ricerche scientifiche hanno dimostrato che i fossili non suggeriscono alcun processo evolutivo secondo quanto sostenuto dagli evoluzionisti. I fossili che vengono considerati gli antenati degli umani appartengono di fatto o a diverse razze umane o a specie di scimmie.

1.     Sistemi inutili che si affermano e meccanismi utili "sfortunati"

2.     Il nostro albero genealogico senza rami né radici

3.     I fossili umani

4.     Impasse dell'evoluzionismo

Sistemi inutili che si affermano e meccanismi utili "sfortunati"

A questo punto del nostro percorso, nasce una considerazione: se è così facile evolvere strutture e sistemi, ci si domanda come mai tale fenomeno sarebbe avvenuto per organi particolarmente complessi (ali, occhi, etc.) e non per altri adattamenti che sarebbero stati di indubbio vantaggio evolutivo e sarebbero stati molto più facili da realizzare.

La vista ha una sua indubbia utilità e nonostante la sua complessità si è diffusa in tutto il regno animale. Ma allora perché altri sistemi, anche meno complessi, ma decisamente "vantaggiosi" non hanno avuto la stessa "fortuna"?

Un esempio può essere l'omeotermia, raggiunta solo da uccelli e mammiferi (da tutte le specie delle due classi), ma non evoluta da alcuna altra specie; eppure tutti gli altri vertebrati hanno sistema circolatorio, un normale metabolismo cellulare che può produrre energia e quindi calore, manca solo un meccanismo di regolazione, sì complesso ma non più di altri sistemi che le varie classi possiedono.

Eppure l'omeotermia avrebbe permesso dei vantaggi incredibili nell'affermazione e nella diffusione per le classi che l'avessero raggiunta.


Un altro esempio è fornito dal sonno: durante il suo svolgimento avvengono una serie di processi importanti (processi di consolidamento della memoria, risposte immunitarie, ecc.), ma perché non si sono evoluti sistemi che li rendessero non necessari o ridotti (come nei delfini) dato che il dormire espone l'animale a rischi notevoli, fa perdere tantissimo tempo utile che, nella continua "lotta per la sopravvivenza" sarebbe stato estremamente utile recuperare?


L'apprendimento non è altro se non un processo attraverso il quale l'informazione che proviene dal mondo esterno entra nel cervello e lì viene trattenuta, ma il cervello già contiene una certa quantità di informazioni innate; noi siamo cioè già preparati a rispondere in maniera adeguata all'ambiente.
Quindi l'apprendimento altro non è se non l'imparare a non fare quello che facevamo prima; in effetti noi abbiamo una risposta istintiva che sulla base delle informazioni che vengono dall'esterno viene capovolta, modificata.
Questo fa pensare che nel corso di tutta la filogenesi i comportamenti innati si siano modificati milioni di volte adattandosi di volta in volta a cambiamenti ambientali.
Il problema è che secondo la teoria neodarwinista deve essere supposto un passaggio da acquisito ad innato che in realtà non avviene (di tutto ciò che imparo, ai miei figli non rimane niente); l'unico modo affinché un comportamento divenga ereditario è che avvengano mutazioni casuali nel punto giusto del DNA, e solo allora si installerà un circuito innato diverso da quello che c'era prima.

Il nostro albero genealogico senza rami né radici

Anche l'evoluzione dell'Uomo è in discussione. L'albero genealogico fornitoci dagli evoluzionisti viene sconvolto da sempre nuove scoperte, che spingono i nostri presunti "progenitori comuni fra uomo e scimmia" alla posizione di rami collaterali. L'uomo di Neanderthal, estintosi "solo" 25 mila anni fa (già esisteva l'uomo moderno), non solo ha perso il posto di nostro "antenato", ma anche quello di parente collaterale. Due studi recenti hanno ricavato il DNA del Neanderthal: è cosi diverso dal nostro, che le due specie non potevano unirsi ed avere prole. Era una umanità aliena. Da poco in Spagna (ad Atapuerca) è stato trovato il fossile d'un uomo di 780 mila anni, eppure completamente moderno. Così moderno che gli imbarazzati evoluzionisti hanno creato una specie apposta per lui: Homo Antecessor ("che precede gli altri") (1).
A più riprese, dai tempi di Darwin, gli evoluzionisti hanno creduto di ravvisare in fossili resti di ominoidi, gli ipotetici comuni antenati di uomini e primati, nonché di ominidi, razze simili all'homo sapiens, ma ancora sottosviluppate, subumane. Nel 1932, per esempio, fu scoperto in India un fossile, i frammenti di una mandibola e di alcuni denti, che pareva qualcosa di diverso dall'uomo e dai primati in genere. "Un ominide" fu l'immediata ipotesi dei ricercatori darwiniani. La ragione della supposizione era che i denti incisivi e i canini del fossile erano più piccoli di quelli dei primati moderni. Ma dopo 40 anni di studi sul supposto ominide chiamato Ramapithecus, Robert Eckard, paleontologo dell'università di Pennsylvania, è arrivato alla conclusione, accettata dalla maggior parte dei ricercatori, che "dal punto di vista morfologico, ecologico e del comportamento" il Ramapithecus e altri fossili del genere sembrano essere stati dei primati. Un altro ipotetico antenato dell'uomo è stato considerato fino a poco tempo fa l'Australopithecus, nome attribuito a un considerevole numero di fossili scoperti nell'Africa orientale da diversi paleontologi, fra cui Louis Leakey. Si riteneva, ma non tutti erano d'accordo, che l'Australopithecus fosse vissuto dai due ai tre milioni di anni fa. Si disse che era stato in grado di camminare in posizione eretta come l'uomo e che inoltre aveva usato alcuni strumenti piuttosto rudimentali. Ma dopo anni di studi e di dispute Richard Leakey, figlio di Louis, anche egli paleontologo, ha potuto stabilire che "l'ominide" aveva braccia lunghe e gambe corte, che probabilmente non aveva un comportamento eretto e che il suo cervello era di appena 500 centimetri cubici. Un'altra varietà di primate, insomma. Un altro caso clamoroso è quello dell'Uomo del Nebraska che i paleontologi americani avevano "ricostruito" in base a un dente trovato appunto in quello Stato. Finché fu appurato senza possibilità di dubbio che il dente era appartenuto a un suino (2).

***
(1) Maurizio Blondet, Darwin alle corde? tratto da Il Timone, n. 10 Novembre/Dicembre 2000
(2) Duane Gish, intervista a Panorama, 2.2.1981. Duane Gishil, biochimico che ha collaborato fra l'altro alle ricerche del premio Nobel Vincent Du Vigneaud sulla sintesi di ormoni.

I fossili umani (1)

Quando pensiamo all'evoluzione umana, ci vengono immediatamente in mente i quadri e le statue, che vediamo spesso nei musei e nei libri e che raffigurano qualcosa a mezza strada fra l'uomo e la scimmia. Tali esseri, in verità, sono esistiti soltanto nella mente dei loro artisti. Una fotografia di L.S.B. Leakey (2), vari anni fa, richiamò la mia attenzione su questo fatto. Fra le dita stringeva un frammento di osso, tanto piccolo da essere appena visibile. Nell'articolo annunziava che il suo ritrovamento colmava un importante vuoto nella conoscenza della storia dell'evoluzione dell'uomo.

Partendo da minuscoli frammenti come questo, gli evoluzionisti costruiscono dei grandi modelli raffiguranti non la persona o l'animale come erano, poiché è impossibile saperlo, ma come avrebbero dovuto essere per adattarsi alla teoria evoluzionistica. Questa è un'accusa grave, ma cercherò di provarla. Per prima cosa riconosco subito che non tutti i casi sono gli stessi e che a volte le ossa forniscono al disegnatore un ausilio per il disegno che deve fare, ma il numero delle ossa in possesso degli scienziati è molto limitato. Esaminiamone alcune che sono state ritenute le più importanti.

L'uomo di Piltdown (di solito, come in questo caso, ai fossili considerati nella linea umana, è stato dato il nome del luogo in cui sono stati trovati), costituì una delle più importanti scoperte di fossili umani. Esso venne rinvenuto in una cava di ghiaia nel Sussex, in Inghilterra, nel 1912, e venne generalmente usato come prova convincente dell'evoluzione dell'uomo in testi pro evoluzionisti. L'Enciclopedia Britannica, la più autorevole nella lingua inglese, lo considerava il secondo per importanza, fra i fossili che dimostravano l'evoluzione dell'uomo. Degli artisti evoluzionisti, partendo da un pugno di ossa, crearono i loro modelli e i loro disegni per musei e per libri di testo. Dopo molti anni si scoprì che l'uomo di Piltdown non era che una burla premeditata! La mascella era quella di una scimmia antropomorfa ed il cranio quello di un uomo moderno, malgrado il fatto che rapporti compilati da esperti affermavano trattarsi di un essere tanto primitivo che si dubitava avesse potuto parlare. Tanto la mascella quanto i denti erano stati alterati perché sembrassero antichi. Uno degli ossicini del naso proveniva probabilmente da un'altra parte del corpo di un animale di piccole proporzioni.

Mentre da un lato non dimostra l'evoluzione, l'uomo di Piltdown dimostra la difficoltà, se non l'impossibilità di ricostruire con precisione uomini che non vivono più. Alcuni scienziati, sin dall'inizio, si mostrarono scettici circa l'uomo di Piltdown, com'è avvenuto anche per altri fossili umani. Tuttavia fu quarant'anni dopo che esso venne infine discreditato. Oggi le statue dell'uomo di Piltdown sono state rimosse dai musei e i disegni che lo rappresentavano dai libri, benché il danno da esso arrecato [...] sussista ancora nella vita di molti. E' lamentevole che non si sia più guardinghi nell'insegnare agli scolari, come fatti, cose che scienziati di fama ritengono dubbie.

Un altro fossile che era stato accolto come un progenitore del genere umano fu l'uomo del Nebraska, anche chiamato con il suo più altisonante nome scientifico Hesperopiteco. Si trattava, in pratica, di null'altro che di un dente, ma era tutto quello che era necessario perché degli esperti costruissero l'intero uomo che, naturalmente, aveva proprio l'aspetto sognato da un evoluzionista. Attualmente forse si continuerebbe a [...] (insegnare e divulgare le teorie costruite e confermate su quella) scoperta (se non si fosse capito) che si trattava del dente di un porco e non di un uomo.

Questi esempi servono a metterci in guardia contro la grande eventualità di errori nell'interpretazione delle prove fornite dai fossili, allorquando si ha un'idea preconcetta con la quale si vuol far calzare tutto.

La grandezza della scatola cranica e la grandezza e la forma delle altre ossa vengono usate per determinare il grado di evoluzione. Ma va ricordato che anche fra le persone viventi oggi esiste una grande differenza. Le ossa del pigmeo attuale o dell'aborigeno australiano paragonate a quelle di un giocatore di pallacanestro mostrano una grande differenza e, se poste nell'ordine giusto, potrebbero servire per dimostrare o l'evoluzione o la degenerazione per coloro che non sapessero che queste persone sono vissute nella stessa epoca. Per mostrare una diversità nei confronti dell'uomo moderno è realmente necessario paragonare gli ossi fossili con quelli dell'uomo moderno più specificamente simile e non con l'uomo medio.

Provare l'età dell'uomo fossile comporta un certo numero di altre difficoltà, una delle quali è costituita dal fatto che si ha l'abitudine di seppellire i morti invece di lasciarli negli strati nei quali hanno vissuto e camminato. Questa abitudine potrebbe creare un'enorme differenza se la regione nella quale vivevano avesse subito un'erosione, poiché basterebbe scavare di poco per porre il morto in strati formatisi molti anni prima. Un'altra difficoltà è che i fossili non si formano normalmente, se non si è verificata una pressione, di solito sotto l'acqua. In condizioni ordinarie i corpi si decompongono. E a rendere più complicato il problema, gli scheletri non vengono di solito rinvenuti insieme, ma in pezzi sparsi qua e là.

Alle difficoltà sopra menzionate si aggiunge quella costituita dalla datazione, generalmente molto incerta, in quanto basata sulla speranza che sia vera l'evoluzione che essa cerca di provare. Si tratta di stabilire l'età dei fossili mediante l'età degli strati che li contengono, la quale è di solito a sua volta determinata dall'età dei campioni fossili contenutivi. La difficoltà di datazione dei fossili umani è ancora più evidente poiché per il periodo del Pleistocene, nel quale, secondo gli evoluzionisti, si sviluppò l'uomo, si hanno poche prove di evoluzione di altre forme di vita e si manca perciò di fossili guida. Si cerca di fissare una data per questo periodo mediante i cambiamenti climatici, e la sua durata sarebbe stabilita sulla base delle ere glaciali. Il numero delle ere glaciali postulate per l'America varia da una a cinque, ma il più comunemente indicato è di quattro. Il completo accordo manca ancora e le prove raccolte in altre parti del mondo non contribuiscono molto ad appoggiare l'idea di quattro ere glaciali. Per esempio «nuovi studi fondamentali compiuti da A.I. Popov cambiano radicalmente i fatti conosciuti sull'era glaciale in Siberia occidentale. Il fenomeno dominante osservabile del Quaternario era una vasta invasione del mare e non una glaciazione» (3).

Le prove tendono a far pensare, secondo questi autori, che molte di quelle che erano considerate prove di una glaciazione non erano altro che risultati del ghiaccio trasportato dal mare. Se invece di esservi quattro distinte ere glaciali, l'erosione glaciale si è verificata solo durante un periodo, il periodo del Pleistocene ne risulterebbe drasticamente abbreviato.

Le parole di Frederick Johnson, che scriveva insieme a Willard Libby, la più alta autorità riconosciuta sulla datazione mediante il radiocarbonio, difendono la datazione col carbonio contro le critiche mossegli da sostenitori di altri metodi e mettono anch'esse in risalto la precarietà delle datazioni in questo periodo:

In geologia, alcune, ma non tutte le critiche circa le date ottenute mediante il radiocarbonio, sono basate su deduzioni riguardanti il comportamento di una lastra di ghiaccio attualmente inesistente. Non v'è alcuna maniera per provare o negare le ipotesi circa la velocità con la quale il ghiaccio ha avanzato o si è ritirato, il grado di precisione del tentativo di calcolare gli anni passati contando gli strati formati in fondo a vecchi laghi o il significato delle modificazioni della vegetazione (4).

Egli conclude che è « assurdo » criticare le date ottenute mediante il carbonio sulla base di questo tipo di prove. La confusione che risulta nella datazione di un periodo nel quale si suppone l'uomo stesse evolvendosi viene fatta risaltare nella discussione presentata nell'Enciclopedia Britannica circa l'ultima era glaciale: «Si constata che la datazione mediante il radiocarbonio assegna soltanto la metà del tempo concesso dalle più antiche valutazioni... I geologi conservatori ritengono a proposito delle ere glaciali che si dovrebbero proseguire le ricerche per ottenere ulteriori e più ampie informazioni. Nel frattempo si deve rispettare il lavoro di stratigrafia, lavoro e ricerca attentamente documentati» (5). Ciò significa che per adesso si seguiranno le date più antiche invece di quelle ottenute mediante il radiocarbonio che ridurrebbero il tempo della metà. Ma come vedremo esistono prove convincenti che le date ottenute mediante il radiocarbonio sono esse stesse troppo antiche.

I fossili, che gli evoluzionisti hanno considerato umani o appartenenti alla linea evolutiva dell'uomo, sono da anni fonte di estrema confusione. La tendenza di ciascuno degli scopritori era quella di considerare la propria scoperta come qualcosa di unico, di un tipo completamente diverso da quella degli altri, sottraendola a volte gelosamente allo sguardo sfavorevole dei colleghi scienziati.

E' emersa nondimeno una quadruplice classificazione dei presunti anelli di congiunzione fra l'uomo e gli animali inferiori che è diventata la classica spiegazione dell'evoluzione umana. Malgrado ciò, la storia della ricerca di una connessione tra l'uomo e gli animali è la storia di un processo continuo di scoprire e scartare un presupposto anello di congiunzione dopo l'altro, allorché si scoprono fossili di uomini che vissero prima degli intermedi. Ciò sta spostando la ricerca di una forma intermedia a strati sempre più vecchi. Mostreremo più avanti che c'è qualche evidenza nei fossili che ci consente di prevedere la continuazione di questo processo fino agli strati più vecchi. Nel frattempo, bisogna leggere ciò che segue realizzando che tutti gli anelli di congiunzione di questo classico sistema di classificazione sono già stati scartati. Nel 1972 quando Richard Leakey trovò il cranio 1740, che menzioneremo più avanti, dichiarò che ciò eliminava completamente la classica spiegazione dell'evoluzione umana e che non aveva nulla da mettere al suo posto. A quanto pare, neppure nessun altro è stato capace di sostituirlo, perché i testi vanno ancora presentando il vecchio smentito sistema dell'evoluzione umana. Dunque esaminiamo questo sistema iniziando dall'anello più antico.

L'Australopiteco

Si tratta di animali simili a gorilla, almeno per quel che riguarda la cresta ossea rinvenuta a volte alla sommità del cranio e le dimensioni del cervello. I denti sono tuttavia alquanto simili a quelli dell'uomo. Inoltre è probabile che questi esseri camminassero in posizione eretta. Di essi si sa ben poco altro, poiché i fossili rinvenuti sono pochi e frammentari. I fossili più noti appartenenti a questo gruppo sono lo Zinjantropo e l'Homo habilis, rinvenuti in Africa dal dottor Leakey.

Il più completo di questi ritrovamenti effettuati dal Leakey è un cranio che, al momento del suo rinvenimento era sminuzzato in più di quattrocento pezzi ritrovati setacciando tonnellate di terra fra le quali erano sparsi. Occorse più di un anno per mettere insieme i pezzi, ed un collega del Leakey disse che era come ricostituire un uovo schiacciato da un autocarro (6).

Malgrado la forma di tali pezzi, non solo il cranio è stato ricostruito in maniera da soddisfare i requisiti dell'evoluzione, ma sono state presentate illustrazioni del suo aspetto completo di barba. Mentre, di solito, ricostruzioni di tal genere vengono eseguite con grande cautela e mettendo in guardia circa i loro limiti, sventuratamente esse sono spesso impiegate da altri per «smerciare» l'evoluzione agli scolari, senza il beneficio delle riserve e delle messe in guardia espresse al riguardo.

I metodi convenzionali di datazione facevano risalire lo Zinjantropo a più di seicentomila anni or sono. Il metodo del potassio e argon, ad un milione e settecentomila anni (7).

La maggior parte delle autorità, oggi sostiene che l'uomo moderno non si è sviluppato dall'Australopiteco, ma che invece tutti e due provengono da qualche altro animale ancora sconosciuto.

II Pitecantropo o Homo erectus

Il secondo gruppo è quello del Pitecantropo che si ritiene avesse caratteristiche intermedie fra la famiglia dell'Australopiteco e noi e che sarebbe vissuto mezzo milione di anni or sono.

Fra i fossili più importanti di questo gruppo c'è il Sinantropo, anche conosciuto sotto il nome di uomo di Pechino, poiché questi fossili furono rinvenuti in Cina, nei pressi di Pechino. Questi avanzi consistevano soprattutto in denti, mandibole e parti di quattordici crani che presumibilmente erano stati fracassati per poterne mangiare il cervello che, per ciascun cranio, costituiva una quantità di carne che andava dai cm3 915 ai 1225. Insieme a questi fossili c'erano prove dell'uso del fuoco e di utensili. Tutti questi fossili sono apparentemente andati perduti nel tentativo di farli uscire dalla Cina durante la seconda guerra mondiale.


L'altro ben noto rappresentante di questo gruppo è l'uomo di Giava, di cui si hanno una calotta cranica ed un femore. Fu rinvenuto dapprima da Eugène Dubois insieme ad altri crani umani ordinari di cui egli non fece cenno per trent'anni, fino a quando l'uomo di Giava non fu comunemente accettato. Più tardi vennero rinvenute parti di quattro altri crani, alcuni denti e frammenti di mandibole e di femori. I femori sarebbero stati identici a quelli dell'uomo moderno. Ciò attribuisce all'uomo di Giava, una posizione di rilievo nell'evoluzione, poiché alcuni descrivono la testa del Pitecantropo come simile a quella di una scimmia antropomorfa. Tuttavia, poiché furono trovati anche crani umani normali, esiste sempre la possibilità che le gambe accompagnassero i crani umani e non l'uomo di Giava, poiché tutto fu trovato nella ghiaia depositata sull'argine di un fiume. Se vivevano ambedue nella stessa epoca, si escluderebbe così l'importanza dell'uomo di Giava dal punto di vista evolutivo. Per quel che riguarda i denti, tuttavia, essi rassomiglierebbero a quelli umani sotto molti aspetti, ma ne differirebbero sotto altri.

Nel riportare questi «fatti» a proposito del Pitecantropo e dell'Australopiteco, ho cercato di essere quanto più obiettivo possibile e di presentare il pensiero corrente della maggioranza. Ma le autorità in questo campo sono in disaccordo fra loro e anche riguardo alle proprie precedenti affermazioni, sia a proposito delle opinioni circa l'evoluzione, sia circa il volume cerebrale, l'uso del fuoco e degli utensili degli uomini o degli animali cui appartengono i fossili, o di altri che abitarono la caverna molti anni dopo, ecc. Tutto ciò che si può realmente dire, quindi, è che il Pitecantropo e l'Australopiteco vivevano un tempo ma che ora sono estinti. Come si dirà anche nella parte riguardante l'anatomia comparata, le interpretazioni dipendono dalle opinioni basilari di coloro che interpretano. Se pensano che la somiglianzà debba per forza mostrare derivazione, vengono ad una conclusione. Se pensano invece che la somiglianzà di disegno indichi la creazione dallo stesso creatore arrivano ad una conclusione diversa.

E' possibile che Dio abbia creato l'Homo erectus così come era.

Un'altra possibile spiegazione è quella che esso fu prodotto da mutazioni, che operando nella loro solita direzione in persone normali diedero origine ad una razza degenerata.

Un'affascinante ma non tanto probabile variazione è quella dell'evoluzionista dott. Geoffrey Bourne, un noto primatoloeista il quale ritiene che sia la scimmia ad essersi sviluppata dall'uomo! (8) Poiché per lungo tempo l'Homo erectus è stato considerato dagli evoluzionisti un anello di congiunzione fra l'uomo e la scimmia e ora sembra che l'uomo sia vissuto assai prima dell'Homo erectus, il dott. Bourne pensa che il primo Homo erectus, si sviluppò dall'uomo e poi la scimmia dall'Homo erectus! Sebbene il dott. Bourne non abbia convinto molti che la scimmia si sviluppò così dall'uomo, il fatto che un coltissimo ed eminente scienziato ritenga che la prova si dovrebbe interpretare proprio in maniera opposta a quella normalmente impiegata dagli altri evoluzionisti, mostra quanto in effetti sia debole l'evidenza a favore dell'evoluzione umana.

L'uomo di Neanderthal

Anche a proposito dell'uomo di Neanderthal i malintesi sono stati altrettanto grandi come nel caso dell'inganno di Piltdown. In merito a ciò, l'Enciclopedia Britannica dice: «La concezione popolare, secondo cui questi individui avevano stazione goffa ed andatura dinoccolata con ginocchia piegate, sembra sia dovuta in larga parte all'erronea interpretazione di certe caratteristiche delle ossa delle ginocchia di uno degli scheletri di Neanderthal scoperti agli inizi del XX secolo» (9).

Rivedo questo nel 1979. Da cento anni ci si serve dell'uomo di Neanderthal per insegnare l'evoluzione. Il materiale fossile a nostra disposizione è di gran lunga più abbondante per l'uomo di Neanderthal che per gli altri gruppi che abbiamo già esaminato. La maggior parte di esso è stato a nostra disposizione da anni; alcuni di questi fossili da prima di quello impiegato per l'interpretazione evolutiva, ma solo negli ultimi anni, con la scoperta che uomini moderni esistevano molto prima di quelli di Neanderthal si comincia a cessare di servirsi di lui come un anello nell'evoluzione dell'uomo! Come i musei dovettero disfarsi delle statue dell'uomo di Piltdown, adesso stanno cambiando quelle di Neanderthal. Cito l'estratto di un articolo del «Portland Oregonian» degli inizi del 1971, circa il cambiamento delle statue dell'uomo di Neanderthal al Chicago Field Museum of Natural History. Esso si intitola: «Lento avanzamento dell'uomo di Neanderthal» (in un'epoca in cui si può raggiungere la luna in un paio di giorni, lento è senz'altro il termine da impiegare!).

«L'idea che si aveva dell'uomo di Neanderthal era quella di un povero scemo peloso e tanto curvato che le dita si trascinavano per terra, mentre gli occhi incavati scrutavano da sotto massicce sopracciglia cercando carne.

In primo luogo -diceva Cole- l'uomo di Neanderthal stava ritto come noi. Il capo era eretto, ben disposto sulla colonna vertebrale, altrimenti avrebbe perso l'equilibrio.

Aveva un buon volume cerebrale e non c'era quella sorta di gobba muscolosa che andava dalle spalle al collo, come appariva invece nella vecchia immagine da sostituire».

Poiché gran parte del ragionamento in favore dell'evoluzione è basato sul minor volume cerebrale del Pitecantropo e dell'Australopiteco, è interessante notare che il volume cerebrale medio dell'uomo di Neanderthal è maggiore di circa cm3 100 rispetto a quello medio dell'uomo odierno che è di cm3 1350 (10). E' anche interessante osservare quanto poco importante divenga la questione del volume cerebrale quando ci occupiamo di volumi cerebrali più grandi di quelli dell'uomo di oggi invece che di quelli più piccoli. A proposito di tale ragionamento, il ben noto antropologo M. F. Ashley Montague scrive:

«Paragonato all'uomo moderno, l'uomo di Neanderthal si distingue per la fronte molto meno schiacciata di quanto appaia, in quanto l'apparenza viene accentuata dalla presenza di arcate sopraccigliari molto sviluppate... Nonostante il fatto che le conclusioni relative all'intelligenza dedotte dalla forma della testa siano state da tempo dimostrate infondate, vi sono tuttavia alcuni studiosi i quali, dimentichi di questo fatto, asseriscono che l'uomo di Neanderthal non doveva esser molto intelligente, poiché aveva sopracciglia alquanto più sporgenti delle loro. Resta il fatto che, entro una certa gamma di variazioni, né il volume, né la forma, né la misura del cervello degli ominidi si trova legato minimamente all'intelligenza. Individui il cui cervello non superava i cm3 750 si sono dimostrati d'intelligenza perfettamente normale. E' noto che persone con fronte bassa non sono mentalmente né migliori né peggiori di quelli che l'hanno alta...» (11).

Le epoche che oggi sono assegnate ai fossili di Neanderthal variano dal 30.000 al 60.000 a.C. Però a volte si sentono ancora date fino al 150.000 a.C. prima attribuite ad essi. I fossili che vengono ritenuti più antichi dimostrano essere quelli maggiormente simili all'uomo moderno (12), mostrando che egli si è sviluppato da noi e non viceversa. L'uomo di Neanderthal prova semplicemente che l'uomo ha una terribile tendenza a forzare l'evidenza perché questa coincida con le sue teorie. Ci si chiede quante altre prove date dai fossili in favore dell'evoluzione verrebbero a cadere se se ne sapesse qualcosa di più a loro riguardo, o se ciò che sappiamo già non fosse interpretato partendo da presupposti evoluzionistici.

Per riassumere, allora, l'insegnamento che l'uomo si sarebbe evoluto dall'uomo di Neanderthal che camminava piegato ed era stupido, è stato basato sull'immaginazione degli evoluzionisti e su di un fossile che aveva una malattia delle ossa. Questo è stato un errore molto più grave di quello dell'uomo di Piltdown, in quanto che esistevano molti scheletri di Neanderthal che mostravano che tutti gli altri camminavano ritti come noi.

L'Homo sapiens (l'uomo moderno)

L'uomo di Cro-Magnon sarebbe l'autore dei famosi dipinti cavernicoli che si fanno risalire ad un periodo che va da 34.000 a 10.000 anni a.C.. Questi dipinti mostrano una esecuzione uguale a quella di artisti moderni. Particolarmente famosi sono i dipinti rinvenuti a Lascaux, in Francia, e che risalirebbero a 30.000 anni a.C., ma che il metodo di datazione col radiocarbonio pone intorno all'ottavo millennio a.C. Poiché ciò non si accorda con la teoria della grande antichità di questi dipinti, queste date vengono respinte, col pretesto ch'esse mostrano semplicemente che la caverna era ancora abitata a quell'epoca (13). Non viene però spiegato come mai dopo 20.000 anni di esposizione al fumo dei fuochi accesi dai cavernicoli (dai cui carboni vengono le date) quei dipinti potessero apparire ancora vivi e in buono stato.

E' interessante notare che il cervello dell'uomo di Cro-Magnon aveva una capacità di cm3 1550-1750, cioè di cm3 200-400 superiore a quella dell'uomo moderno (14).

Il Cranio di Swanscombe, rinvenuto nel 1935 era considerato dagli evoluzionisti come uno dei più antichi fossili umani normali. «Misurate valutazioni basate su considerazioni di natura geologica danno un'antichità di non meno di 100.000 anni, oppure, secondo la prova potassio-argon, probabilmente almeno 200.000 anni!» (15). Il cranio di Steinheim costituisce un altro fossile ritenuto appartenente allo stesso periodo del cranio di Swanscombe.

La prova che prima dell'epoca di Neanderthal vi erano uomini normali avrebbe dovuto dimostrare agli evoluzionisti che questi non erano provenuti dall'uomo di Neanderthal, ma non fu così. Questo fatto mostra quale sia la confusione esistente a proposito dei fossili umani.

Nel 1965 venne rinvenuto a Vértesszöllös l'uomo d'Ungheria, fossile di particolare importanza poiché si ritiene che siano ben definite le epoche dei vari strati di quella zona (16). All'epoca in cui si stabilì la sua datazione, l'uomo d'Ungheria venne classificato come Pitecantropo, perché concordava con l'età di 400.000 anni assegnatagli (17). Successivi esami dei fossili hanno mostrato invece che si trattava di esempi di Homo sapiens (18). Poiché esisteva quasi nell'epoca stessa del Pitecantropo una delle nostre attuali specie, ciò rendeva quasi impossibile la nostra evoluzione da lui e molto difficile quella a partire dall'altro candidato l'Australopiteco.

Il ritrovamento del cranio 1740, avvenuto ad opera di Richard Leaky nel 1972, sembra aver eliminato ancora più definitivamente dalla linea dei nostri possibili progenitori sia l'Homo erectus che l'Australopiteco. Il cranio 1740 fu trovato in strati che si suppone si fossero formati milioni di anni prima dell'Homo erectus e contemporaneamente con l'Australopiteco, ma è essenzialmente di forma umana. La massa cerebrale (si riferisce sia stata di 800 cm3) era alquanto piccola per accertare se si trattava di un essere umano o di un animale estinto. Comunque se non apparteneva a un essere umano, la prova, confermata da scoperte successive, indica che il possessore del cranio 1740 era più simile all'uomo che non gli uomini scimmia dai quali, comunemente, ci è stato insegnato ci siamo evoluti. Una di queste scoperte successive consiste in orme umane trovate nel 1979 che, secondo Mary Leakey, stabiliscono il fatto che 3.600.000 anni fa l'uomo camminava ritto come noi.

Molte persone autorevoli concorderebbero con la dichiarazione di Leakey che il cranio 1740 respinge tutto quanto si era creduto precedentemente intorno all'evoluzione umana e che non è chiaro che cosa si dovrebbe mettere al suo posto.

Ciò non costituisce tuttavia un grave colpo per l'evoluzione come potrebbe sembrare, poiché molti evoluzionisti seri avevano già eliminato queste come eventuali possibilità ed essendo restati sforniti di qualcosa di ragionevole su cui appoggiare, si erano trincerati dietro l'illusorio «antenato comune». Poiché la caratteristica dell'antenato comune sembra sia quella di non lasciar fossili, è ancor più difficile provare che non siamo suoi discendenti. Ci sono anche alcuni che suggeriscono come nostro progenitore un dente chiamato Ramopiteco del quale non si conosce quasi niente.



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(1) Tratto da Tommaso Heinze, Creation vs. evolution handbook, Ed. Centro Biblico Napoli, 1973, cap. 1.

 

Impasse dell'evoluzionismo (1)

 

Anche le differenze anatomiche tra uomini e scimmie confutano la finzione dell'evoluzione umana; tra queste vi è il modo di camminare.

Gli esseri umani camminano eretti sui loro due piedi. Questo un tipo di locomozione è molto speciale in quanto non è presente in nessun'altra specie. Alcuni animali hanno una limitata capacità di movimento poggiando sulle zampe posteriori. L'orso e la scimmia, ad esempio, possono procedere in tal modo solo in rare occasioni e per breve tempo, quando vogliono raggiungere una fonte di cibo. Normalmente il loro scheletro è inclinato in avanti e in posizione quadrupede.
La locomozione bipede si sarebbe, allora, evoluta dall'andatura quadrupede delle scimmie come affermano gli evoluzionisti? Sicuramente no.
Le ricerche hanno dimostrato che l'evoluzione verso la locomozione bipede non è mai avvenuta, né ciò sarebbe possibile, principalmente in quanto questo carattere non rappresenta un vantaggio evolutivo. Il modo in cui si muovono i primati è molto più facile, veloce ed efficiente di quello degli uomini. Un uomo non potrebbe mai saltare da un ramo all'altro come uno scimpanzé, né correre alla velocità di 125 km orari come un ghepardo. Al contrario, l'andatura bipede dell'uomo è molto più lenta sul terreno. Per la stessa ragione, è la specie più indifesa in natura in termini di movimento e protezione. Secondo la logica dell'evoluzione, le scimmie non avrebbero dovuto evolversi verso la locomozione bipede: gli umani, piuttosto, sarebbero dovuti diventare quadrupedi.
Un'altra impasse dell'evoluzionismo è che la locomozione bipede non è funzionale al modello dello "sviluppo graduale" del darvinismo, il quale richiede un passo "scalare" tra l'una e l'altra postura. Nondimeno, grazie ad alcune ricerche condotte al computer nel 1996, il paleoantropologo inglese Robin Crompton ha dimostrato che tale passo scalare non sarebbe stato possibile. Lo studioso è pervenuto alla conclusione che un essere vivente può camminare eretto o a quattro zampe
(2). Un tipo di passo intermedio è impossibile a causa dell'estremo consumo di energia che comporterebbe. Questa è la ragione per cui è impossibile che sia esistito un mezzo-bipede.
L'immensa distanza tra l'uomo e la scimmia non si limita solo alla locomozione bipede. Molti altri problemi restano insoluti, quali le capacità cerebrali e verbali. A questo riguardo, la paleoantropologa evoluzionista Elaine Morgan confessa:
"Quattro dei misteri più insolubili dell'uomo sono:
1) Perché cammina su due gambe?
2) Perché ha perso la pelliccia?
3) Perché ha sviluppato un cervello così grande?
4) Perché ha imparato a parlare?
Le risposte ortodosse a queste domande sono:
1) 'Non lo sappiamo ancora';
2) 'Non lo sappiamo ancora';
3) 'Non lo sappiamo ancora';
4) 'Non lo sappiamo ancora'.
La lista delle domande potrebbe essere considerevolmente estesa senza intaccare la monotonia delle risposte."

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(1) Tratto da H. Yahya, L'inganno dell'evoluzione.
(2) Ruth Henke, Aufrecht aus den Baumen, Focus, Vol 39, 1996, p. 178

SELEZIONE NATURALE

 

Il modello neo-darvinista sostiene che la vita si è evoluta per mezzo di due meccanismi naturali: la "selezione naturale" e la "mutazione" che avrebbero agito come due meccanismi complementari. La mutazione origina le modificazioni negli organismi viventi. I caratteri determinati dalle mutazioni vengono avvantaggiati dai meccanismi della selezione naturale, i quali causano l'evoluzione.
Un'indagine approfondita di tale teoria permette di scoprire che non esiste assolutamente un tale meccanismo evolutivo, in quanto né la selezione naturale né la mutazione offrono alcun contributo alla supposizione che le specie differenti si siano trasformate ed evolute l'una dall'altra.

1.     Il ruolo della selezione naturale

2.     La selezione in atto (Biston Betularia)

3.     Meraviglie della natura

Il ruolo della selezione naturale (1)

Georges Salet [Docente universitario, profondo conoscitore delle maggiori questioni scientifiche del nostro tempo] spiega che la reale variabilità del mondo vivente può riassumersi nella seguente proposizione: "Gli organismi si modificano a caso. Ogni modificazione (mutazione) che corrisponde al MIGLIORAMENTO di un organo è automaticamente selezionata" (2). Ed ecco, invece, ciò che gli evoluzionisti, al seguito di Darwin, continuano a insinuare: "Gli organismi si modificano a caso. Le modificazioni (mutazioni) che corrispondono all'APPARIZIONE di una nuova funzione (e quindi, in senso lato, di un nuovo organo) SONO automaticamente selezionate" (3).

Le due proposizioni, come si vede, differiscono per le parole scritte in maiuscolo:
> "mutazione", che era singolare, è diventata plurale;
> "miglioramento" è diventato "apparizione".

Questi cambiamenti, apparentemente banali, sono tali da trasformare una proposizione esatta in un sofisma. Infatti è chiaro che la selezione naturale può intervenire sul mutante soltanto dopo che si sono verificate tutte le mutazioni necessarie alla comparsa del nuovo organo o della nuova funzione, cioè soltanto dopo che il nuovo organo è completamente costituito ed è in grado di esplicare perfettamente la nuova funzione: la selezione non può in alcun modo trattenere mutazioni intermedie perché non corrispondono ad alcunché di compiuto nell'organismo; anzi, un individuo in un simile stato sarebbe svantaggiato rispetto agli individui originali e la selezione naturale provvederebbe a cancellarlo in breve tempo dalla faccia della Terra. Per esempio, un essere vivente dotato di un organo a mezza strada tra una pinna e un arto non è né un pesce capace di nuotare nell'acqua, né un animale da terraferma. Un organo come un arto implica ossa, che ne assicurino la rigidità; articolazioni, che ne assicurino la mobilità, e muscoli, tendini e nervi, che ne assicurino la forza. Parlare di formazione progressiva e lenta degli arti è un puro esercizio verbale, privo di ogni riscontro scientifico. La selezione naturale non avrebbe nulla su cui agire.

Dietro una simile concezione circa il ruolo della selezione, oltre al misconoscimento dei fatti, vi è una cattiva comprensione dei concetti di "organo" e di "funzione". Nei trattati, nei libri di scuola e in ogni articolo sull'evoluzionismo, spesso si dice che un organo nuovo compare in forma molto semplice e che, in seguito, esso si perfeziona sotto il controllo della selezione come se, afferma Salet, bastasse "un poco di organo" per avere assicurata anche "un poco di funzione" (4). Gli evoluzionisti dimenticano che il "diagramma" della funzione svolta da un organo è del tipo "tutto o niente", proprio come accade per le macchine: nessun funzionamento fino a quando non sono a posto tutti i dispositivi componenti della macchina. Lo sanno bene gli automobilisti, dice Salet, che "senza carburatore o senza dispositivo di accensione un'auto non viaggia "meno bene": non viaggia affatto" (5).

Di fatto, una via di uscita esiste, ed è quella di ritenere che le mutazioni relative alla comparsa di un organo nuovo e di una nuova funzione avvengano tutte simultaneamente, così che la selezione può intervenire subito per conservare il risultato finale. Come si comprende, il problema si sposta verso il calcolo delle probabilità, poiché occorre stabilire che valore di probabilità hanno mutazioni casuali di verificarsi simultaneamente e di costruire qualcosa di nuovo.

Quella che sembra una via di uscita pone, in realtà, quesiti ancora più gravi dei precedenti e, ancora una volta, gli evoluzionisti propongono soluzioni illusorie.



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(1) Tratto da Luciano Benassi, Mistificazioni evoluzionistiche e matematica, in Cristianità n. 95 (1983).
(2) G. Salet, Hasard et certitude. Le Transformisme devant la biologie actuelle, cit., p. 212.
(3) Ibidem.
(4) Cfr. ibid., p. 214.
(5) Ibidem.

 

 

La selezione in atto (Biston Betularia)

 

Biston Betularia rappresenterebbe un esempio di selezione in atto e di evoluzione all'opera e pertanto una conferma definita "definitiva" della validità dell'evoluzione darwiniana.

Per tale motivo sono stati avviati molti esperimenti per dimostrare come l'agente principale dell'evoluzione fosse la predazione differenziale da parte degli uccelli.

Andrebbe innanzitutto sottolineato il fatto che il caso della Biston Betularia è stato sconfessato da autorevoli scienziati come esempio di evoluzione in atto. Il prof. Jerry Coyne ha avuto modo di esprimersi in tal modo "per il momento dobbiamo scartare Biston come esempio ben compreso di evoluzione all'opera (1) e in un altro articolo aggiunge: "La questione è importante [...] poiché i creazionisti hanno elevato i problemi incontrati con Biston al rango di confutazione dell'evoluzione stessa. Ricorrendo a insinuazioni inutili e non distinguendo con chiarezza fra l'innegabile fatto della selezione e il contrastato agente della stessa" (2).

Ma tutto ciò e assolutamente secondario nella nostra trattazione.

A nostro avviso, non è rilevante se gli esperimenti siano condotti con rigore scientifico, sebbene Robert Matthews sul Sunday Telegraph si sia espresso affermando che "gli evoluzionisti ammettono che uno degli esempi prediletti dagli evoluzionisti della teoria darwiniana, l'incremento ed il decremente di Biston Betularia) è fondato su una serie di grossolani errori scientifici. Gli esperimenti condotti sulla falena negli anni cinquanta, creduti a lungo una prova a favore della selezione naturale, sono ormai ritenuti privi di valore, perché erano stati progettati in modo da dare la risposta desiderata (3).

Né mettiamo in dubbio la buona fede degli scienziati sebbene definiti, sempre da Coyne, "scienziati ambiziosi che ignorano la verità per procurarsi fama e riconoscimenti".

Per noi il problema principale è che la disputa va spostata molto più a monte. E' l'impostazione del problema errato; secondo Majerus "L'evoluzione biologica si definisce come un cambiamento della frequenza di un allele nel tempo" e dato che la frequenza degli alleli della Biston Betularia si sono modificati nel tempo, ne deriverebbe che "questa è una prova inoppugnabile dell'evoluzione biologica" (4).

Che le frequenze si siano modificate nel tempo è indubbio; che queste modifiche siano state causate dalla predazione differenziale degli uccelli è plausibile, ma che ciò voglia essere usato come conferma di un intero processo evolutivo è, quanto meno esagerato.

Abbiamo solo dimostrato che il fenotipo più visibile (meno mimetizzabile) viene individuato, e quindi mangiato, più facilmente dai predatori. Queste falene probabilmente impareranno a scovare, se lasciate in pace dagli evoluzionisti, nascondigli più efficaci oppure, accontentiamo gli evoluzionisti, moriranno tutte. E allora? Il loro allele rimarrà presente nelle falene diverse e continueranno a nascere falene svantaggiate che camperanno male o magari moriranno.

Immaginiamo, sempre per accontentare gli evoluzionisti, che dopo molti millenni, l'allele dominante si affermi, perché avvantaggiato, e rimanga solo lui; ogni falena (tutte le falene) anno entrambi gli alleli dominanti: in tal caso si è ripristinata la situazione originaria.

Ma la scomparsa di un fenotipo mica significa evoluzione (in senso darwiniano)? Dov'è la possibilità di speciazione che il processo evolutivo presuppone necessariamente?

Come dire: se le donne bionde piacciono di più agli uomini esiste per queste un vantaggio selettivo in quanto vengono scelte di più per i fini procreativi. Immaginiamo un mondo fatto solo di uomini biondi e donne sia brune che bionde. Queste ultime hanno un vantaggio selettivo e nascono pertanto più bambini biondi. Nel lungo periodo rimangano solo donne bionde perché avvantaggiate evolutivamente. Perfetto il mondo è popolato solo da donne e uomini biondi. I bruni sono scomparsi. E dov'è l'evoluzione? Dove la possibilità che si generi una nuova specie o un ramo filetico della precedente?



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(1) Jerry Coyne, Not Black and white, in Nature, 1998 n. 396 pp. 35-36.
(2) Jerry Coyne, Evolution under pressure, in Nature, 2002 n. 418 pp. 19-20.
(3) Robert Matthews, Scientists pick holes in
Darwin moth theory
, in The Sunday Telegraph, 14 marzo 1999.
(4) Michael Majerus, L'evoluzione nero su bianco, in Darwin, anno 1 n. 3 pp. 37 (autore di Melanism: evolution in action).

 

 

Meraviglie della natura

 

Vediamo alcuni dei tanti casi in cui la selezione naturale non è affatto sufficiente per spiegare perché alcune specie oggi hanno determinate caratteristiche.

Ci sono in natura delle situazioni estremamente peculiari dove una specie si sarebbe evoluta verso delle forme tali da non essere direttamente avvantaggiate ma da avvantaggiare un'altra specie.
Ad esempio ci sono vespe solitarie il cui maschio non è accettato dalla femmina, perché non ha l'odore specifico; alcune orchidee però lo producono: il maschio si strofina in queste operando così l'impollinazione e, arricchito dell'odore specifico, viene accettato dalla femmina: la vespa femmina si sarebbe evoluta verso una forma che avvantaggia l'orchidea
(1).
Ma la vespa che vantaggio ne avrebbe avuto da questo strano meccanismo?

Una variante del caso ora descritto è quello di situazioni in cui una specie si evolve in una maniera molto peculiare senza alcun apparente vantaggio immediato. Il vantaggio lo avrà, però, alla fine del processo evolutivo. Qui vale la "massima" che afferma che la costanza viene premiata. Esiste, ad esempio, una particolare specie di orchidea priva di nettare che quindi non può attirare insetti con tale espediente per attuare l'impollinazione; allora l'orchidea ha modificato gradualmente ed in tempi lunghissimi le corolle in modo che forma, colore ed in particolare l'odore fossero quelle di una particolare specie di vespa femmina. L'orchidea australiana Chiloglottis trapeziformis, studiata da un gruppo di ricercatori australiani e tedeschi, infatti imita alla perfezione il feromone femminile della vespa Neozeleboria cryptoides.
I feromoni sono composti chimici utilizzati da molti insetti per attirare i componenti del sesso opposto, o per tracciare una via che altri componenti della colonia devono seguire per trovare il cibo. Attirata dal profumo, la vespa si posa sull'orchidea e tenta di accoppiarsi con essa. Infatti l'orchidea ha anche messo a punto un labello (una specie di protuberanza) che imita quasi alla perfezione l'addome della femmina di quel tipo di vespa. Il maschio si lancia sul labello dell'orchidea e tenta di accoppiarsi. Il labello, a questo punto, si capovolge insieme portando il maschio di vespa proprio nelle sacche di polline, ricoprendo la vespa. Accortosi dell'errore, questi lascia andare il labello (che può così tornare nella sua posizione originaria) e vola via, solo per essere ingannato da un'altra orchideache le consentirà di essere impollinata.
Il composto, chiamato dai ricercatori chiloglottone, è mirato specificamente a una sola specie di vespa. Ma c'è un problema: se il maschio della vespa incontra una vespa femmina "vera", a quel punto si ridurranno le probabilità per le orchidee di essere impollinate. E, allora, sapete cosa ha "studiato" l'orchidea, che vuole comunque riprodursi? Semplice: fiorisce di norma 2-3 mesi prima del periodo in cui le femmine possono accoppiarsi e producono il feromone, ottenendo così comunque il loro scopo. Tutti questi meccanismi evoluti insieme con un unico obiettivo, ingannare efficacemente la vespa: c'è davvero una premeditazione ed un finalismo che sembrano davvero inproponibili da realizzare in maniera del tutto casuale. I ricercatori, che hanno pubblicato la ricerca sulla rivista scientifica Science, fanno notare che in questo "affare" l'unica che ci guadagna è l'orchidea, mentre la vespa perde tempo ed energia per inseguire femmine inesistenti
(2).

La lingua del picchio è una "complessità irriducibile". Il noto uccellino ha una lingua lunga 15 centimetri, quanto il suo corpo. Dove la tiene? La tiene arrotolata attorno al cranio, come una fionda. La cosa stupefacente è che la lingua parte dal becco all'indietro, gira attorno al cranio e ritorna al becco dalla parte opposta. Ora, non è possibile che una lingua così straordinaria si sia "evoluta" per gradi. Il solo fatto che sia rivolta all'indietro avrebbe reso impossibile la nutrizione a generazioni di progenitori del picchio, finchè l'apparato non avesse raggiunto la necessaria lunghezza.

Altro caso: il limulus, una specie di granchio corazzato che vive sulle coste dell'Atlantico. Essere "primitivo", cugino degli antichissimi trilobiliti (estinti da milioni di anni), è considerato un fossile vivente, presente in strati fossili da 300 milioni di anni (e sempre uguale). Di recente s'è scoperto che gli gli occhi del limulus, di notte, aumentano il loro potere visivo di un milione di volte. Non sono affatto occhi "primitivi". Al contrario: sono più sofisticati degli apparecchi elettronici a visione notturna usati per scopi militari. Ciò che vediamo in natura è uno scoppio di fantasia progettistica (3).



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(1) Chauvin, La biologie de l'esprit, pp. 75-76 in Marcozzi, Alla Ricerca dei nostri predecessori, p. 30.
(2) Focus.it.
(3) Maurizio Blondet, Darwin alle corde? tratto da Il Timone, n. 10 Novembre/Dicembre 2000.

 

 

LOGICA E FISICA

 

La dottrina evoluzionista nasce come esigenza filosofica di rottura col pensiero scientifico e dottrinale corrente.
Parlo di dottrina evoluzionista poiché non ha neanche le lontane sembianze di una teoria scientifica. Nasce invece come una geometrica costruzione con dei chiari intenti.
Dopo la sua formulazione si è cercato semplicemente di adattare scoperte e dimostrazioni a quella teoria - oramai universalmente accettata - per tentare di renderla credibile: un incredibile cammino a ritroso contro ogni razionalità, metodo e prassi scientifica le quali invece esigono che dallo studio e dalla verifica di una serie di eventi, dopo un lungo ed attento esame degli stessi si posso formulare una teoria che ogni seguente scoperta può e deve necessariamente rimettere in discussione.

1.     Le toutologie dell'evoluzionismo

2.     Entropia e termodinamica

3.     Il tempo necessario all'evoluzione

4.     Evoluzionismo e scienza galileiana

Le toutologie dell'evoluzionismo

Anche a livello di logica le teorie evoluzionistiche non si auto-sostengono; esse infatti si basano su una serie di tautologie:

  1. Chi ha maggior successo riproduttivo? Il più adatto; ma chi è il più adatto? Chi ha maggior successo riproduttivo (1). Nonostante tutto, questa affermazione in senso darwiniano è stata assunta come una legge naturale ed ha acquisito i caratteri di perentorietà ed incontraddicibilità come una definizione, così da conferire al darwinismo quell'assolutismo dogmatico che lo vorrebbe porre come dottrina incontestabile. Comunque non sarebbe stato sostenibile il caso di un tipo più adatto che sopravviva peggio!
  2. Chi è li più evoluto? Chi, nei tempi lunghi se l'è cavata meglio; ma chi se l'è cavata meglio? Il più evoluto (2).
  3. Gli individui più adatti a sopravvivere hanno una migliore probabilità di sopravvivere di quelli che non sono così ben adatti a sopravvivere (3).

A rendere più bizzarra questa logica di ragionamento ci sono varie personalità che hanno offerto il loro contributo, come il premio nobel per la biologia Francis Crick che ha affermato che la selezione naturale "permette che avvengano miglioramenti, e se la complessità è vantaggiosa - come spesso è - porterà, a lungo andare, verso organismi sempre più complicati".

Inoltre per includere nella "logica evoluzionistica" tutti i casi presenti in natura, si tenta di giustificare in termini evolutivi anche quei casi in cui l'evoluzione non è stata perseguita, anzi la natura è andata in direzione opposta; si è così inventata l'evoluzione regressiva e lo stesso Darwin con estrema serenità ha affermato che "il risultato finale [della selezione naturale] sarà stato generalmente un progresso nell'organizzazione; in pochi casi, invece, avrà costituito un regresso"
(5). Questa affermazione è in aperta contrapposizione con tutte le premesse dell'evoluzione adattativa.

Quindi tutto il problema evoluzionistico viene risolto da un "come spesso è" che spiegherebbe parte dei casi che avvengono in natura. Ed i restanti casi che non trovano riscontro nelle affermazioni di cui sopra? Qui l'assioma "l'eccezione conferma la regola" decisamente non è applicabile. Nel campo scientifico si deve necessariamente affermare che l'eccezione invalida la regola.

Da parte degli evoluzionisti si è soliti affermare che i phila aventi un comune filogenesi sono quelli più simili fenotipicamente ed anche genotipicamente, ma ciò e naturale visto che il fenotipo è prodotto del genotipo; se il codice genetico è universale, cioè tutti i phila sono stati scritti con lo stesso linguaggio di programmazione, è naturale che quanto più simili sono le varie espressioni fenotipiche tante meno differenze si riscontreranno nei genomi rispettivi.

Come dire: se l'uomo somiglia di più alla scimmia che non al lombrico, il programma che serve per costruire l'uomo e la scimmia (guarda caso) saranno più simili che non il programma dell'uomo e del lombrico.

Ma di qui a dire che da questa evidenza ne deriva la dimostrazione dell'evoluzione è un passo troppo lungo.

Fortunamente non tutti soggiacciono al diffuso modo di pensare dell'evoluzionismo: Remy Gauvin, professore alla Sorbona e uno dei maggiori biologi ed etologi dei nostri tempi, afferma che "il neodarwinismo non è che un insieme di tautologie, che possono soddisfare solo i più ingenui".(4).

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(1) G. Sermonti e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica alle teorie evoluzionistiche, Rusconi, p. 41.
(2) Cfr. ibid., p. 41.
(3) Cfr. ibid., p. 35.
(4) Rémi Chauvin, La biologie de l'esprit, Rocher, Munich 1985, p. 19.
(5) Charles Darwin, L'origine delle specie, 1859 e 1872, p. 300.

 

 

Entropia e termodinamica (1)

 

Nonostante tutto quello che abbiamo visto finora, però, darwinisti e neodarwinisti insistono che l'evoluzione della specie è un dato di fatto innegabile confermato oltre che dalle scienze biologiche da fisica, geologia e astronomia. Tutto l'universo insomma parla di evoluzione, anche se i suoi meccanismi non sono ancora ben noti.

Ma se passiamo alle scienze fisiche ci accorgiamo che anche lì l'ipotesi evoluzionista ha evidenti inconsistenze.

La prova migliore contro la dottrina dell'evoluzione su cui gli scienziati dei due campi continuano a discutere è la seconda legge della termodinamica che può essere enunciata così: "Esiste una generale, naturale tendenza in tutti i sistemi osservati a passare dall'ordine al disordine, e che riflette la dissipazione di energia disponibile per future trasformazioni, la legge dell'entropia in continuo aumento".

Insomma, se così si può dire, l'universo con tutte le sue creazioni sembra che tenda a deteriorarsi, a disorganizzarsi, a precipitare forse verso il caos. Un piano inclinato. Di fronte a questa tendenza riconosciuta si pone la tendenza della natura, ravvisata dagli evoluzionisti, a forme sempre più complesse di organizzazione biologica, di sviluppo, di sistemazione e di ordine.

E qui sorge una profonda contraddizione che darwinisti e neodarwinisti non hanno saputo mai risolvere. Un loro tentativo di spiegazione è che la seconda legge della termodinamica si può applicare soltanto ai sistemi chiusi. Se invece il sistema è aperto a fonti di energia esterne, allora nel sistema si può determinare e mantenere una complessità a spese dell'energia fornita dall'esterno.

Caso tipico, dicono gli evoluzionisti, il nostro sistema solare. Noi, e non soltanto noi, obiettiamo che un sistema aperto non è poi per se stesso condizione sufficiente per generare e mantenere l'ordine, dato che l'energia incontrollata è distruttiva. Gli evoluzionisti più smaliziati se ne rendono conto.

George Gaylord Simpson, uno dei più famosi scienziati evoluzionisti, ha ammesso che "una semplice erogazione di energia non è sufficiente per sviluppare e mantenere un ordine". "E' come un toro" ha aggiunto "che irrompe in un negozio di porcellane".

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(1) Tratto da Richard Bliss, intervista a Panorama, 2.2.1981.

 

 

Il tempo necessario all'evoluzione (1)

 

Fino dai tempi di Darwin, ancora prima di individuare nelle mutazioni la fonte della variabilità del mondo vivente, i biologi avevano intuito le connessioni tra matematica ed evoluzione, ma nessuno tentò mai di impostare rigorosamente il problema (37). Ancora oggi l'atteggiamento evoluzionistico è quello di una certa "sufficienza": avendo avuto a disposizione un periodo dell'ordine di due miliardi di anni, si ritiene sostanzialmente inutile chiedersi cosa sia possibile o impossibile per la evoluzione in un tempo tanto lungo. Basta attendere: il tempo compirà da solo il miracolo della creazione della vita e della sua trasformazione. Ma non sarà un'attesa inutile?

A fronte di affermazioni gratuite e non provate, Georges Salet [Docente universitario, profondo conoscitore delle maggiori questioni scientifiche del nostro tempo] dimostra che la formazione casuale di un organo nuovo, anche modesto, richiederebbe periodi di tempo di durata inimmaginabile, che, espressi in anni, sarebbero dell'ordine di 10 seguito da parecchie centinaia o migliaia di zeri. Nella impossibilità di ripercorrere punto per punto i suoi calcoli, riporto qui di seguito i passaggi principali della dimostrazione.

Occorre osservare, innanzitutto, che la casualità delle mutazioni non implica affatto che esse possano produrre un qualsiasi risultato. Anche le fantasie del caso, dice Salet, hanno limiti. Nella teoria delle probabilità, questi limiti si chiamano soglie di impossibilità e rappresentano quei valori di probabilità al di sotto dei quali vi è la certezza che un evento casuale, di una certa natura, non si è mai verificato né mai si verificherà.

Sulla scorta delle speculazioni di Émile Borel, uno dei massimi matematici del nostro secolo, Salet determina le soglie di impossibilità assoluta per eventi di natura chimica e biochimica sulla Terra e nell'Universo. Considerando la velocità dell'elettrone nell'atomo e la sua massa si può stabilire in 1038 il massimo numero di eventi chimici che si possono svolgere ogni secondo in 1 grammo di materia. Stimando ancora, con larghissimo margine, che il Sole abbia riserve di idrogeno per 100 miliardi di anni, si può ritenere che il nostro pianeta, esistente già da qualche miliardo di anni, possa avere una vita di 1018 secondi. Infine, ritenendo che gli esseri viventi possano muovere una quantità di materia pari, al più, a quella contenuta in uno strato terrestre dello spessore di 1 chilometro, cioè 1024 grammi, si giunge alla cifra di 1080 come limite superiore sicuro del numero di tutto ciò che è possibile immaginare sulla Terra relativamente a eventi di natura chimica e biochimica. Questo numero è molto importante perché il suo inverso, cioè 10-80 (=1/1080), costituisce proprio la soglia di impossibilità assoluta per eventi chimici e biochimici (38). Salet riassume in un teorema queste considerazioni: "la realizzazione sulla Terra di un evento supposto o di un insieme di eventi supposti di natura chimica è impossibile se la probabilità di realizzazione di tale evento o insieme di eventi, in una sola prova, è inferiore a 10-100" (39).

Un altro dato utile ai fini della dimostrazione della impossibilità evolutiva è il numero massimo di esseri viventi che sono potuti esistere da quando la Terra può ospitare la vita, cioè da due miliardi di anni. I calcoli forniscono 1045 come valore. Nel caso particolare dei vertebrati tetrapodi, cioè anfibi, rettili, uccelli e mammiferi, ovvero i grandi gruppi della sistematica animale, si ottiene come valore massimo la cifra di 1025.

Sulla scorta di questi limiti superiori e dei relativi valori inversi di probabilità, Salet calcola i valori di probabilità delle serie di mutazioni casuali, che possono portare alla comparsa di novità vantaggiose nel patrimonio ereditario di un individuo. I risultati non lasciano adito a dubbio alcuno: tali valori di probabilità sono talmente inferiori ai limiti superiori da fare ritenere impossibile non solo la evoluzione nel suo complesso, ma anche la singola mutazione, o gruppo di mutazioni, capace di fare apparire un organo nuovo, per quanto semplice possa essere.

Per dare una idea, consideriamo il caso particolarmente interessante dei vertebrati tetrapodi, di cui si è detto sopra. L'interesse nasce da due considerazioni: la prima è che gli evoluzionisti hanno elaborato numerose e contraddittorie teorie sulla filiazione di un gruppo di vertebrati da un altro (40); la seconda è che ai mammiferi appartiene anche l'uomo che, per questo, verrebbe ricollegato ad antenati animaleschi.

Consideriamo, dunque, una specie S di vertebrati tetrapodi costituita da M individui. Se P è la probabilità che n geni del patrimonio ereditario di un individuo abbiano acquisito un nuovo carattere, in seguito a mutazioni casuali, si può scrivere che

P = p1 x p2 x ... x pn,


dove p1, p2,..., pn sono le probabilità di mutazione vantaggiosa dei singoli geni (41). Chiamando p il valore più grande tra essi si può scrivere che la probabilità di mutazione degli n geni è inferiore a pn , cioè

P < pn.


Ora, il numero probabile di individui della specie che hanno subito la mutazione sarà

N = P x M,


cioè la probabilità per un individuo moltiplicata per il numero totale degli individui (42). In virtù della diseguaglianza scritta sopra vale allora che

N < pn x M.


Assegniamo adesso valori ai simboli della disequazione, cercando di essere benevoli con la evoluzione. Supponiamo che alla mutazione siano interessati soltanto 5 geni (n = 5); che la probabilità della singola mutazione sia di un milionesimo (p = 10-6) e che la popolazione della specie sia addirittura uguale al numero massimo di vertebrati tetrapodi (M = 1025): con questa ipotesi il numero di individui mutati risulta inferiore a 10-30 x 10-25 = 10-5, cioè a 1 su 100.000.

Nel contesto della nostra dimostrazione questo numero significa che, in un periodo di un miliardo di anni la probabilità che sia apparso un solo vertebrato munito di 5 nuovi geni funzionali, è di 1 su 100.000, ovvero che occorrono 100.000 miliardi di anni per avere la quasi certezza di vederne uno.

Queste cifre danno solo una pallida idea del tipo di problema che sorge quando si vuole assegnare al caso la genesi e la complessità del mondo vivente. Basta supporre, per esempio, che i geni interessati alla novità siano 6 anzichè 5, perché la certezza della comparsa di un mutante risulti di 1 su 100 miliardi di miliardi di anni! Dato che la cosmologia più recente assegna all'Universo una età di circa 20 miliardi di anni
(43), si può ritenere assurda ogni ipotesi che faccia ricorso al caso come a fonte di variabilità vantaggiosa, sia in ambiente pre-vivente che in ambiente vivente.

Salet riassume quanto succintamente ho esposto nel seguente principio generale: "Se una costruzione nuova necessita di n nuovi geni, il tempo necessario perché mutazioni geniche conferiscono loro il carattere voluto è una funzione esponenziale di n rapidamente crescente. Tempi largamente superiori a quelli delle ere geologiche sono raggiunti per valori di n molto modesti" (44).



Conclusione


Questo principio, e i calcoli da cui deriva, non hanno trovato smentita di nessun genere. Ed è anche molto inverosimile che possano trovarne. L'atteggiamento evoluzionistico è, di solito, quello di ignorare le difficoltà e le obiezioni e di passare oltre, giocando sulla ignoranza dei molti e su fattori emotivi. Tra questi ultimi trova posto, senza dubbio, la convinzione diffusa che una risposta non scientifica a un problema posto dalla scienza, quale è quello relativo alla origine e alla varietà dei viventi, sia una sorta di capitolazione dell'intelletto, l'ammissione di un limite.

In realtà, ciò che cade e si frantuma, di fronte alle grandi questioni, non è l'intelletto, ma l'orgoglio "originale" che rispunta, oggi, nelle vesti di una scienza egemone del reale, attraverso la tecnica, e intollerante verso ogni fatto che sfugga ai suoi metodi di indagine.

Nel costringere i limiti della conoscenza entro i rigori del principio fisico di indeterminazione, Max Born, premio Nobel per la fisica nel 1954, scriveva con disprezzo "Quello che sta al di là, gli aridi tratti della metafisica, lo lasciamo volentieri alla filosofia speculativa"
(45).

Dal canto suo, la filosofia naturale e cristiana si fa carico di quegli "aridi tratti", sorretta dall'antica e ispirata sapienza: "Vani [per natura] sono tutti gli uomini, cui manca la conoscenza di Dio,/ e che dai beni visibili non seppero conoscere Colui che è,/ né dalla considerazione delle opere riconobbero l'artefice./ Ma o il fuoco o il vento o l'aria mobile/ o il cielo delle stelle o la gran massa delle acque/ o il sole e la luna credettero dei, governatori del mondo./ Se dilettati dalla bellezza di tali cose le supposero dei,/ sappiano quanto più bello di esse è il loro Signore,/ giacché l'autore della bellezza creò tutte quelle cose./ Se furono colpiti invece dalla loro potenza ed energia,/ intendano da esse, che più potente di loro è colui che le produsse./ Dalla grandezza invero e dalla bellezza delle creature/ si può conoscere, per analogia, il loro creatore" (46).



***
(1) Tratto da Luciano Benassi, Il tempo necessario all'evoluzione, in Cristianità n. 95 (1983).
(2) Ammette F. Jacob, La logica del vivente, cit., p. 200, che "Darwin — per analizzare la variazione delle popolazioni — non ricorre a trattamenti matematici complessi, ma fa appello all'intuizione e al buon senso".
(3) Il criterio per passare da 1080 (= numero massimo di eventi possibili) a 10-80 (= probabilità di un evento), è lo stesso che si applica nel noto caso del dado. Nel lancio del dado il numero massimo di eventi possibili è 6 (le sei facce dei dado), mentre 1/6 è la probabilità di uscita di una faccia.
(4) G. Salet, op. cit., p. 107. Il valore 10-80 è stato arrotondato, per comodità di calcolo, a 10-100 e ciò non cambia la validità della dimostrazione. Il teorema è, in realtà, il corollario di una proposizione più generale, enunciata per la prima volta da É. Borel e nota come "legge unica del caso". Per brevità non ho ritenuto di citarla in questa sede, anche se l'autore ne fa oggetto di una lunga analisi concettuale e matematica.
(5) Cfr., su questo argomento, l'ottima esposizione di R. Fondi, in G. Sermonti e R. Fondi, op. cit., pp. 233-274.
(6) La formula scritta della probabilità totale di eventi indipendenti come prodotto delle probabilità dei singoli eventi può risultare più chiara ricorrendo a un esempio immediato. Nel lancio di un dado, come si è detto, la probabilità di ottenere un numero, per esempio 4, è 1/6. Nel lancio di una moneta, invece, la probabilità di ottenere, per esempio, "testa" è 1/2. Nel lancio di dado e moneta la probabilità di ottenere 4 e "testa" è proprio 1/6 x 1/2 = 1/12.
(7) Procedendo con l'esempio del dado, si può ritenere, con buona approssimazione, che, su 6000 lanci, il numero di volte in cui uscirà 4 sarà circa 1/6 x 6000 = 1000.
(8) Cfr. Venzo de Sabbata, Universo senza fine. Attualità in astrofisica, Corso, Ferrara 1978, p. 162.
(9) G. Salet, op. cit., p. 156.
(10) Max Born, Fisica atomica, tr. it., Boringhieri, Torino 1968, p. 384.
(11) Sap. 13, 1-5.

Evoluzionismo e scienza galileiana

Continuando a discutere del rapporto fra l'evoluzionismo e le scienze esatte, il fisico italiano Antonino Zichichi, di notorietà internazionale, così si esprime relativamente alla scientificità delle teorie evoluzionistiche:

"Gli studiosi dell'Evoluzionismo Biologico della Specie Umana - nonostante i due secoli di ricerche - non sono riusciti a realizzare esperimenti [...] né a toccare traguardi come lo sono le equazioni di Maxwell e l'equazione di Dirac [...]

La teoria dell'evoluzione biologica della specie umana pretende di andare molto al di là dei fatti accertati."
(1)

"[...] Un argomento forte dell'evoluzionismo sono le caratteristiche comuni alle innumerevoli forme di vita animale. C'è una caratteristica di gran lunga più importante. Essa è comune, non solo alle forme di vita animale, ma anche a quelle di vita vegetale, e addirittura della stessa materia inerte. Questa radice comune non l'hanno scoperta gli evoluzionisti. Siamo stati noi fisici a scoprirla, seguendo l'insegnamento galileiano. Una pietra, un albero, un'aquila, un uomo sono fatti con le stesse particelle: protoni, neutroni ed elettroni. Non per questo noi fisici concludiamo dicendo che pietre, alberi, aquile e uomo sono realtà identiche.
La diversità della nostra specie è nell'esistenza della Ragione: nessuno la sa dedurre in modo rigoroso da principi fondamentali legati a equazioni e ad esperimenti riproducibili. Ecco perché nessuno si può arrogare il diritto di avere «scoperto la vera origine della nostra specie». Nessuno che sappia cosa vuol dire Scienza oserebbe fare simili affermazioni" (2).



***
(1) A. Zichichi, Galilei, divin uomo, Saggiatore, 2001, p. 235.
(2) A. Zichici, Il Messaggero, 11 febbraio 2001.

 

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