"CONTROEVOLUZIONE" TRATTO DA CONTROEVOLUZIONE.IT
Cos'è l'evoluzionismo? Pochi hanno le idee chiare, ma
tutti sono fermamente convinti che l'uomo discenda dalla scimmia (meglio sarebbe
dire da un progenitore comune alla scimmia) e questa convinzione viene da tutti
difesa strenuamente quasi ci stesse accaparrando chissà quale nobiliare casato
di discendenza.
Negli stessi ambienti universitari delle facoltà
naturalistiche e biologiche, gli studenti - che lì dovrebbero essere formati in
maniera obiettiva - vengono a conoscenza della teoria evoluzionistica come se si
trattasse non già di una teoria, ma di un dato oramai completamente acquisito,
estremamente chiaro e lineare, senza il benché minimo punto dubbio e da non
mettere assolutamente in discussione.
Uno dei testi liceali più diffusi
di biologia, Invito alla Biologia, di Curtis/Sue Barnes (Zanichelli,
2002), contiene oltre 100 pagine (20% del totale) sulla sola evoluzione. Dei 30
maggiori testi di Biochimica pubblicati negli USA dal 1970 al 1992, 13 (43%) non
hanno alcun riferimento bibliografico sulla teoria dell'evoluzione, mentre nei
rimanenti 17 vi sono 138 riferimenti su un totale di 144,000 voci bibliografiche
(dati citati da M. Behe, Darwin's Black Box: The Biochemical Challenge to
evolution, New York, Simon & Shuster, 1998).
Praticamente si è
passati dalla "Teoria evoluzionistica" all' "Evoluzione" come fatto acclarato.
Per operare questo passaggio, non riuscendo a trovare sufficienti
riscontri scientifici, la scienza ha dovuto creare un fattore che
riuscisse a giustificare tutte le ipotesi evoluzionistiche. Il fattore
dell'evoluzione è il "caso": questo diventa il supremo artefice di tutto ciò che
avviene.
Il paradosso è che, per giustificare la teoria evoluzionistica
che si sorregge su di esso, il caso opera con modalità particolare tanto da
ravvisare un preciso finalismo nel suo operare.
Criticando
l'evoluzionismo e sottolineando la sua natura filosofico-speculativa e non
scientifica non si ostacola l'apprendimento delle materie scientifiche. Per
contro, crediamo che fare luce sulle mistificazioni dell'evoluzionismo possa
solo essere di aiuto alla scienza che non dovrebbe mai accettare per vere teorie
mai suffragate dalle evidenze sperimentali e consentire che chi insegna scienza,
la utilizzi solo per un indottrimento ideologico cessando di insegnare scienza
ed iniziando ad insegnare filosofia.
La teoria dell'evoluzione non derivò i suoi concetti
fondamentali da nuove scoperte o indagini effettuate nel campo delle discipline
biologiche - come qualsiasi nuova teoria biologica scientificamente postulata -
ma venne concepita nella forma mentis dell'illuminismo razionalista e del
liberalismo progressista, soprattutto a partire dagli anni violenti della
rivoluzione francese.
Tutti gli elementi che si ritrovano nell'opera di
Charles Darwin - presentata nel 1859 - erano già presenti nel mondo culturale
fin dal primo decennio del XIX secolo; lo studioso pertanto rappresentò la
conclusione piuttosto che l'inaugurazione di una determinata linea di pensiero.
La stessa teoria di Darwin che si fa scaturire dalle sue osservazioni
naturalistiche effettuate durante il famoso viaggio sul Beagle non sono
originali di Charles, ma del suo nonno Erasmus, uomo dotato di vastissima
erudizione ed intellettualmente legato ai circoli culturali francesi di
indirizzo massonico - rivoluzionario; le sue opere sull'evoluzione avevano già
trovato larga diffusione.
Ciò fa anche comprendere come la teoria darwinista
non sia derivata - così come tendono a riportare le ricostruzioni storico -
scientifiche - da osservazioni naturalistiche del giovane Charles, ma siano
state formulate indipendentemente da ogni studio e solo dopo si siano cercate
evidenze che potessero in qualche modo convalidarle.
Alla base di questa
linea serpeggiava uno stato di profonda insofferenza ed ostilità nei confronti
della visione del mondo tradizionale.
Secondo tale visione, la realtà
fisica, naturale, percepita dai sensi, non era tutta la realtà, bensì un
semplice aspetto o espressione particolare di una realtà indefinitamente più
vasta, metafisica, supernaturale; perciò non poteva trovare la sua completa
spiegazione in se stessa, ma unicamente nell'ambito della logica di tale più
ampia realtà.
In urto con tutto questo, lo spirito dell'età rivoluzionaria
mirava a spiegare tutte le cose naturali, senza uscire dall'ambito della natura
stessa, reputata come la sola ed unica realtà.
La teoria evoluzionistica
così si presentava come un utilissimo strumento per colpire la reputazione
stessa della Chiesa Cattolica ed il sentimento religioso in generale.
E' per
questo infatti che, pur essendo presentata come teoria scientifica, la
presentazione della stessa non fu effettuata come pubblicazione in ambienti
scientifici, ma si rivolse al grande pubblico con un libro che raccoglieva in
forma ordinata un numero svariato di esempi ed argomentazioni non dimostrabili,
ma invece suscettibili di far presa sul grosso pubblico.
La formulazione
della teoria della selezione naturale è stata formulata combinando alcune tesi
del liberalismo economico con i metodi degli allevatori del bestiame domestico,
rielaborando un'ingenua concezione dell'ereditarietà in base al common sense
britannico (1).
In quanto abbiamo detto è evidente
la natura ideologica dell'intera teoria evoluzionistica. E' infatti tipico
dell'ideologia forzare l'interpretazione: quando lo schema non si adatta alla
realtà, invece di ammettere questa evidenza, pretende che la realtà si adatti
allo schema.
***
(1) Pietro Omodeo, Creazionismo ed evoluzionismo,
Laterza, p. 179.
EVOLUZIONISMO
A cento anni dalla scomparsa, il mondo scientifico
ufficiale, con grande dispiego di mezzi, ha celebrato nel 1982 l'"anno
darwiniano". Quotidiani, settimanali, riviste di divulgazione hanno offerto
generosamente le proprie pagine alla memoria del "fondatore" e alla diffusione
del suo "messaggio": una claque invadente e ossessiva ha applaudito senza
interruzione alle vecchie tesi evoluzionistiche riproposte, come sempre, secondo
enunciati ambigui e sfuggenti e con il consueto corredo di "prove"
(2). Lo spazio per il dissenso è stato
pressoché nullo e su ogni voce discorde è stata fatta gravare un'atmosfera ora
di ironia, ora di disinteresse. Non è consentito avere dubbi "sulla validità
della teoria [...]. L'impostazione corretta di questo dubbio non è
[...] "se l'evoluzione è vera", ma se sappiamo tutto dell'evoluzione"
(3).
Della evoluzione,
in pratica, si conosce ben poco. Giuseppe Montalenti, presidente dei Lincei,
fautore e divulgatore in Italia della teoria evoluzionistica, ammette, per
esempio, che "non è a credere che tutto sia chiaro, che tutti i problemi
siano risolti. Al contrario, molti rimangono aperti e intorno a essi si discute
e si ricerca molto. [...] Molti e gravi sono i problemi anche in quello
che abbiamo chiamato l'aspetto storico dell'evoluzione. Il quadro del processo
evolutivo appare disegnato nelle sue grandi linee in modo abbastanza
attendibile, ma quando si cerca di fissare il particolare si incontrano spesso
grandi difficoltà" (4).
Se le difficoltà permangono, come sempre, e se nessun fatto nuovo,
nessuna verifica sostanziale sono intervenuti in questi cento anni a fare sì che
l'evoluzionismo sia qualcosa di più di un disegno "attendibile" soltanto
nelle sue "grandi linee", le celebrazioni riservate a Darwin e alla sua
teoria, fatto anomalo nella storia della scienza, inducono a un atteggiamento di
sospetto. Il sospetto cade e diviene certezza se si considera che Darwin e
l'evoluzionismo sono troppo importanti per essere lasciati al vaglio della
usuale metodologia scientifica: non tanto per il rischio di vedere cadere ciò
che affermano, quanto per il timore di dovere affermare ciò che negano. Ne ha
chiara coscienza Francois Jacob, evoluzionista, premio Nobel per la medicina nel
1965: "Quello che Darwin ha mostrato è che per rendere conto dello stato
attuale del mondo vivente non c'era affatto bisogno di ricorrere ad un Ingegnere
Supremo. [...] Tuttavia se l'idea di un progetto, di un piano generale
del mondo vivente, stabilito da un creatore è scomparsa con il darwinismo,
questo ha conservato un alone di armonia universale" (5). Quindi, per evitare che
l'"Ingegnere Supremo", cacciato dalla porta principale più di cento anni
fa, rientri per quella di servizio attraverso la oggettiva constatazione della
"armonia" della sua opera, ovvero della perfezione e della finalità delle
sue parti, si rende necessario un costante rilancio della teoria
evoluzionistica, nel quale non siano discussi e criticati i dubbi e le prove, ma
sia posto l'accento sull'impatto rivoluzionario che essa ha avuto e continua ad
avere su ogni concezione del mondo che faccia ricorso a un creatore.
Un
creatore presuppone una volontà, e una volontà esprime una intenzione, un
progetto: ebbene, continua Jacob, "la teoria della selezione naturale
consiste precisamente nel capovolgere questa affermazione. [...] In
questo rovesciamento, in questa specie di rivoluzione copernicana sta
l'importanza di Darwin per la nostra rappresentazione dell'universo e della sua
storia" (6). Se poi si
considera che la concezione tradizionale del mondo "ha nella dottrina
cristiana il suo più saldo fondamento" (7), non è difficile collocare il movimento
evoluzionistico nel quadro più ampio del movimento che il pensiero
contro-rivoluzionario denomina "Rivoluzione" e che si realizza nella lotta e
nella demolizione tematica di ogni espressione conforme a quella dottrina: sul
piano religioso, su quello politico-sociale-istituzionale, su quello economico,
fino a colpire, da ultimo, i legami microsociali e l'individuo stesso.
Seguendo lo schema di Plinio Corrêa de Oliveira (8), lo svolgimento storico mette in
evidenza, dalla fine dei Medioevo cristiano, una I Rivoluzione, protestantica,
che distrugge i legami religiosi; una II Rivoluzione, liberale-illuministica,
che distrugge i vincoli e i legami dell'antico ordine sociale; una III
Rivoluzione, comunistica, che abolisce il residuo ordine economico. Ma,
ulteriore al comunismo, Corrêa de Oliveira intravede una "IV Rivoluzione
nascente" (9), il cui tratto
saliente sta nel carattere ristretto del suo campo d'azione: i legami
microsociali, cioè la trama di relazioni che ogni uomo tesse in quanto membro di
una comunità, di una famiglia, in quanto genitore. E dopo i legami microsociali,
spesso in diretta relazione con essi, si pone l'ordine interiore della persona,
che trova nella gerarchia intelletto-volontà-sensibilità il riferimento di ogni
azione e di ogni manifestazione.
V'è ora da chiedersi: se
l'evoluzionismo, come non esitano ad affermare i suoi esponenti più
rappresentativi, è una rivoluzione, nel senso di "sovvertimento" e non in
quello, purtroppo diffuso, di semplice "cambiamento" rispetto a un ordine
precedente, come collocarlo all'interno dello schema ora tracciato?
Per
il suo carattere intellettuale e accademico, l'evoluzionismo si pone
innanzitutto su di un piano non immediatamente legato ai fatti e ai
comportamenti delle persone: l'evoluzionismo è una rivoluzione nelle idee.
Cionondimeno, analogamente ai grandi sistemi ideologici del passato, esso aspira
a fornire una giustificazione al comportamento individuale e sociale. Ciò è
tanto più vero in un'epoca come la nostra che "si è lasciata gradatamente
persuadere che l'essere umano, analizzato, scomposto, scandagliato dalle varie
direttive di ricerca non è altro che una macchina, di volta in volta
meccanica, chimica, elettrica o cibernetica" (10). Ora, è al contenuto delle idee
evoluzionistiche e alla loro capacità di penetrazione che si deve guardare per
rispondere alla importante domanda che ho posto prima.
Già ho osservato
che il loro carattere sovversivo generale risiede nell'affermazione di una
visione del mondo che fa a meno di un creatore. Tuttavia non è difficile
constatare che esse si spingono ben oltre, negando anche l'ordine morale che
deriva dalla esistenza di un creatore e che, per questo, è vincolante.
L'evoluzionismo, infatti, traendo l'uomo dal caso e facendone un
"prolungamento delle cose [...] sullo stesso piano degli animali"
(11), lo sottrae a ogni
responsabilità: la storia diventa storia della biologia, dove "tutto è
permesso" (12) e dove
"non vi sono più leggi divine che assegnino limiti all'esperimento"
(13).
Una volta esclusi
Dio e la sua volontà, cioè una volta rotto il legame Creatore-creatura, rimane
la constatazione del puro divenire. Da esso gli esseri emergono non in vista di
un fine secondo un progetto, ancorché immanenti al movimento stesso, bensì in
virtù del puro gioco delle fluttuazioni statistiche. "L'evoluzione -
scrive Jacob - mette in gioco intere serie di contingenze storiche"
(14), così che "il mondo
vivente avrebbe potuto essere diverso da quello che è, o addirittura non
esistere affatto" (15).
Questa affermazione è molto importante per il tipo di analisi che sto
conducendo. Essa dimostra, infatti, che l'evoluzionismo contiene in sé anche gli
elementi della II e della III Rivoluzione: la rottura dei legami politici, cioè
delle antiche solidarietà sociali fondate sulla gerarchia e sull'ordine, e di
quelli economici. Se ne rende ben conto lo stesso Jacob: "Finché l'Universo
era opera di un Divino Creatore, tutti gli elementi erano stati da lui creati
per accordarsi in un insieme armonioso, accuratamente preparato al servizio del
componente più nobile: l'uomo. [...] Era un modo di concepire il mondo
che aveva importanti conseguenze politiche e sociali, in quanto legittimava
l'ordine e la gerarchia della società" (16). Ora, invece, perde di senso qualunque
tentativo di fondare un ordine e una gerarchia: "il migliore di tutti i mondi
possibili è diventato semplicemente il mondo che si trova a esistere"
(17).
In questo emergere
prepotente del "caso" come fonte ed essenza della realtà, in questa dissolvenza
dell'essere umano, della sua libertà e della sua volontà nel movimento
evolutivo, risiede il carattere originale della rivoluzione darwiniana: una
originalità che la distingue dallo stesso marxismo e da ogni altra ideologia di
matrice hegeliana. Nella dialettica hegeliana e in quella marxistica, il
movimento universale, dell'Idea o della Materia, conservava pur sempre una sua
finalità, una "direzione privilegiata", "ascendente", e offriva agli individui
più consapevoli la possibilità di tuffarsi nella corrente e di accelerare in
qualche modo il corso della storia. Ma ora che il mondo esistente non può essere
che il frutto del caso, costruito come una quaterna del lotto, ogni pretesa di
perfettibilità diventa inutile e assurda: anche il mondo di domani, come quello
di oggi, uscirà "alla cieca" dall'urna dei "mondi possibili".
Distinta
dal comunismo, dunque, ma anche "oltre" il comunismo (18): la rivoluzione darwiniana procede
inesorabile secondo una logica folle di trasgressioni successive. Abbattute le
barriere tra le specie, in una visione del mondo vivente nel quale gli organismi
perdono la loro tipicità e la loro fissità strutturale, dove "oggetto
effettivo di conoscenza è la popolazione nel suo insieme" (19), l'avanguardia evoluzionistica
propone, da ultimo, il programma di ricostruzione della società e degli
individui sulle basi delle indicazioni della sociobiologia e della ingegneria
genetica. L'inserimento dell'aborto nelle legislazioni di molti paesi,
accompagnato da campagne propagandistiche sul suo uso come strumento di
selezione in base alle caratteristiche genetiche dei feti (20); la diffusione della fecondazione
artificiale, che esclude ogni rapporto di paternità e di maternità, lasciano
intravedere l'inquietante scenario di una umanità pianificata e manipolata
artificialmente, che attraverso la tecnica della clonazione (21), realizza il sogno utopico della
uguaglianza assoluta: quella relativa al patrimonio ereditario degli individui.
Il movente occulto della Rivoluzione è l'odio a Dio. Non potendo questo
odio scagliarsi contro Dio stesso, si proietta contro le sue opere e, nella sua
forma più consapevole e compiuta, contro il capolavoro del creato: l'uomo.
Nell'uomo Dio ha infuso la scintilla dell'intelletto, che lo distingue dagli
animali, ma a ogni uomo ha anche assegnato una vita interiore, un modo di
affacciarsi al reale e di riflettere su di esso del tutto diverso da quello di
ogni altro uomo: è il dono della personalità. E' evidente che
l'aggressione organizzata e tematica della Rivoluzione al creato deve prevedere
il momento di lotta specifica all'essere umano: questo attacco, come si è detto,
si compie con la IV Rivoluzione. Nel quadro di questa battaglia, forse quella
finale che la Rivoluzione si accinge a combattere (22), la rivoluzione evoluzionistica svolge
il ruolo di aggressivo genetico, fornendo le idee per una alterazione
delle differenze psico-somatiche tra gli individui.
La prospettiva è
al limite; tuttavia non è eliminabile: la direzione in cui
l'evoluzionismo lavora nei laboratori di genetica è quella di un mondo popolato
da miliardi di esseri uguali, repliche esatte di uno stesso "progetto umano".
Scrive ancora Jacob: "Forse si riuscirà anche a produrre, a volontà e nel
numero di esemplari desiderato, la copia esatta di un individuo: un uomo
politico, un artista, una reginetta di bellezza, un atleta. Nulla vieta di
applicare fin d'oggi agli esseri umani i procedimenti selettivi utilizzati per i
cavalli da corsa, i topi da laboratorio o le vacche lattiere [...]. Ma
tutto questo non ha più a che fare soltanto con la biologia" (23).
E' vero, tutto ciò è già
oltre la biologia, è la prospettiva sinarchica della Repubblica Universale, di
un mondo, come insegna Corrêa de Oliveira "senza disuguaglianze né sociali né
economiche, diretto mediante la scienza e la tecnica, la propaganda e la
psicologia" (24); di un
mondo nel quale, paradossalmente, quella umanità che l'evoluzionismo vuole
scaturita dai branchi scimmieschi delle savane, ritorna a essere mandria
indistinta e brutale come i suoi mitici progenitori.
***
(1)
in Cristianità n. 95 (1983)
(2) La corsa alle "prove" costituisce,
nella storia dell'evoluzionismo, un capitolo a sé. Dalla ricerca dei cosiddetti
"anelli mancanti" tra due gruppi di viventi al clamoroso falso paleontologico di
Piltdown nel quale ebbe un ruolo attivo padre Teilhard de Chardin gli
evoluzionisti non hanno mai tralasciato nulla che potesse confortare la validità
della loro teoria. Così non è infrequente imbattersi in notizie come Un bimbo
con coda conferma la teoria dell'evoluzione (il Giornale nuovo,
21-5-1982).
(3) Così Claudio Barigozzi, in il Giornale nuovo,
17-6-1982. Questo tour d'esprit è talmente frequente presso gli autori
evoluzionisti che, si può dire, caratterizzi la logica dell'evoluzionismo
stesso: non è più la teoria a sottostare ai dati della realtà, ma è la realtà a
essere forzata entro le maglie rigide della teoria.
(4) Giuseppe Montalenti,
Charles Darwin, Editori Riuniti, Roma 1982, pp. 117-118.
(5) Francois
Jacob, Evoluzione e bricolage, gli "espedienti" della selezione naturale,
Einaudi, Torino 1978, p. VIII.
(6) Ibid., p. 36. Sul carattere
rivoluzionario del darwinismo cfr. anche Iring Bernard Cohen, La rivoluzione
darwiniana, in Le Scienze, n. 172, dicembre 1982. L'autore — che in
realtà è Victor S. Thomas, professore di storia della scienza ad Harvard —
ritiene estremamente significativa l'affermazione fatta da Darwin a conclusione
dell'Origine delle specie, l'opera con cui presentò al mondo scientifico
la sua teoria. Scriveva Darwin: "Quando le opinioni sostenute in questo
libro, od altre opinioni analoghe, verranno ammesse dalla generalità degli
studiosi, si può prevedere oscuramente che vi sarà una grande rivoluzione nella
storia della scienza" (Charles Darwin, L'origine delle specie, ed.
originale del 1859 e app. con le varianti dell'ed. del 1872, trad. it., Newton
Compton, Roma 1981, p. 557). Cohen commenta così: "Questo evento, una
dichiarazione di rivoluzione in una pubblicazione scientifica formale, è
apparentemente senza precedenti nella storia della scienza". Interessante è
ancora l'osservazione di Cohen sul fatto che "c'è un solo altro autore
scientifico dell'epoca moderna che può essere paragonato a Darwin, [...]
ed è Sigmund Freud, un dato che mostra l'incredibile intuito che Freud ebbe
quando, paragonò l'effetto prevedibile delle sue idee [sull'inconscio e
sulla psicanalisi, ndr] a l'effetto di quelle di Darwin".
(7) G.
Montalenti, op. cit., p. 42.
(8) Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira,
Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. it. accresciuta, Cristianità,
Piacenza 1977.
(9) Ibid., p. 189.
(10) Emanuele Samek Lodovici,
Ma l'uomo non è solo una macchina, in Il Settimanale, anno 1980,
n. 34-35.
(11) F. Jacob, La logica del vivente, tr. it., Einaudi,
Torino 1971, p. 215.
(12) Ibidem.
(13) Ibidem.
(14)
Idem, Evoluzione e bricolage, Gli "espedienti" della selezione naturale,
cit., p. VIII.
(15) Ibidem.
(16) Ibidem.
(17)
Ibid., p. IX.
(18) Cfr. Lucio Colletti, Marx era il suo miglior
nemico, in Darwin. Come si diventa uomo, supplemento a
L'Espresso, anno XXVII, n. 13, 4-4-1982.
(19) F. Jacob, La logica
del vivente, cit., p. 207. Darwin, in pratica, ha negato la specie e il
"tipo" o "modello" a cui ogni specie rinvia. Il mondo vivente è, per
l'evoluzionismo, un grande sistema i cui elementi, tutti diversi, sono in
continua trasformazione.
(20) Il problema è discusso in Harry Harris,
Diagnosi prenatale e aborto selettivo, tr. it., Einaudi, Torino 1978.
(21) Clonazione è la tecnica con cui l'intero patrimonio cromosomico
di un individuo viene introdotto in una cellula per ottenere un duplicato
biologico dell'individuo stesso. Fino dal 1979 i ricercatori Karl Illmensee,
svizzero, e Peter Hoppe, statunitense, hanno ottenuto topi clonati, primi
tra i mammiferi a essere generati con questo trattamento. Il Corriere Medico
del 13/14-1-1981, nel pubblicare un estratto del testo ufficiale con cui i
due ricercatori presentavano l'esperimento, titola "profeticamente": Oggi i
topi, domani l'uomo.
(22) Cfr. Massimo Introvigne, Le origini della
Rivoluzione sessuale, in Cristianità, anno VII, n. 54, ottobre 1979.
L'autore osserva che il mutamento di interesse della Rivoluzione, dai fenomeni
macrosociali a quelli microsociali, non è il segno di una "crisi" della
Rivoluzione stessa. Al contrario, "il fine della Rivoluzione è la IV
Rivoluzione", ovvero si sono demolite le istituzioni cristiane per quindi
demolire l'uomo naturale e cristiano.
(23) F. Jacob, La logica del
vivente, cit., p. 375.
(24) P. Corrêa de Oliveira, op. cit., p.
117.
EVOLUZIONISMO E IDEOLOGIA
Le teorie evoluzioniste hanno enormi responsabilità nelle
ecatombi che la storia dell'umanità ha sperimentato negli ultimi secoli della
sua esistenza.
Lo stesso Darwin ha scritto nel suo L'evoluzione delle
specie: «Tra tutti gli uomini ci deve essere lotta aperta; [...] le razze
umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle
selvagge».
L'influsso del darwinismo e dell'evoluzionismo è
rintracciabile in quasi tutte le degenerazioni ideologiche del XIX secolo:
ABIOGENESI
Uno dei "nodi" fondamentali della storia della vita sulla
terra è, ovviamente, quello della sua comparsa.
Si tratta di un "nodo" così
complesso che lo stesso Darwin preferì lasciarlo insoluto, aggirando più o meno
brillantemente il problema; eppure, "sciogliere il nodo" dell'origine della vita
era indispensabile per tutta la costruzione darwiniana dell'evoluzionismo: se i
primi viventi non si sono "evoluti" dalla materia per cause puramente
meccaniche, a che scopo attribuire ai meccanismi delle "piccole variazioni
casuali" e della "selezione naturale" la successiva comparsa di tutte le specie
animali e vegetali?
"La probabilità di una formazione spontanea della vita dalla materia inanimata è pari a 1 seguito da 40000 zeri... E' abbastanza grande da seppellire Darwin e l'intera teoria dell'evoluzione." (C. Wickramasinghe, professore di matematica applicata e astronomia presso la University College di Cardiff, Galles)
Il codice genetico consiste nella corrispondenza fra terne
di
E' un codice universale e, dal punto di
vista chimico, arbitrario, sulla cui origine "invece che di "problema", si
dovrebbe parlare ai enigma. Il codice non ha senso se non è tradotto. Il
meccanismo traduttore della cellula moderna comporta almeno cinquanta
costituenti macromolecolari, anch'essi codificati nel DNA. Il codice
genetico può dunque essere tradotto solo dai prodotti stessi della
traduzione. E' questa l'espressione moderna dell'omne vivum ex ovo. Ma
quando e come questo anello si è chiuso su se stesso? E' molto difficile anche
solo immaginarlo" (1) dice Monod, che qui, nel suo campo
specifico, è rigoroso, salvo poi pretendere, poco dopo, di spiegare tutto con il
solito binomio caso-necessità (2).
Spieghiamo meglio questo
paradosso: il processo di traduzione necessita di proteine ed enzimi che vengono
prodotti grazie ad un processo anch'esso (ovviamente) di traduzione. Quale
selezione casuale avrebbe potuto portare ad evolvere un sistema che per
costruire anche i primi "operai" necessari alla sua produzione necessita di
quegli stessi "operai"? Si trattava praticamente di adempiere ad un compito che
non esisteva in quanto senza di loro quel processo non poteva compiersi.
A questa si aggiunge un'altra enorme difficoltà: la distinzione fra i
primi coacervati e le prime cellule viventi è stata la possibilità per queste
ultime di duplicarsi lasciando ad ognuna delle nuove entità le proprie
caratteristiche, il proprio genoma. Questo nelle cellule primitive sarebbe stato
un proto-DNA, cioé un DNA molto semplice, ma sempre un DNA.
Questo, per
attuare il proprio processo di replicazione -prima fase della creazione di due
cellule "figlie" che crea due DNA uguali da ripartire nella successiva
divisione-, avrebbe avuto bisogno di quelle stesse proteine che abbiamo visto
sopra, ma che non era ancora capace di tradurre perché erano ancora troppo pochi
evoluti i vari meccanismi biochimici cellulari (non esistevano le proteine
giuste, i vari RNA necessari, ecc.).
Senza dividersi in due cellule
-attraverso un primordiale processo mitotico- la cellula non solo non la si
sarebbe potuta definire vivente, ma sarebbe stata destinata a "morire" dopo
periodi variabili, ma non troppo lunghi. Non esistono infatti cellule che vivano
per sempre, se non "rinnovandosi" attraverso la loro duplicazione. Ma se quella
cellula era destinata a morire in breve tempo, come si sarebbe mai potuta
evolvere in milioni di anni?
***
(1) Jacques Monod, Il
caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia
contemporanea, tr. it., 7a ed., Mondadori, Milano 1974, p. 139.
(2) Cfr.
ibid., pp. 140-142.
Le proteine sfidano il caso
Le proteine sono molecole giganti che consistono di unità
più piccole dette "amminoacidi", i quali vengono disposti secondo una sequenza
particolare in certe quantità e strutture. Queste molecole costituiscono i
blocchi da costruzione delle cellule viventi.
Perché una proteina
ottemperi alla sua specifica funzione, è necessario che ognuno dei suoi
amminoacidi si trovi nel posto giusto e nell'ordine corretto.
Una
proteina di media dimensione è composta di 288 amminoacidi. Questi possono
essere disposti in 10300 modi diversi. Questo numero astronomicamente
grande consiste di un 1 seguito da 300 zeri. Di tutte queste possibili sequenze,
soltanto una forma la desiderata molecola proteica. Il resto di esse sono catene
di amminoacidi che possono risultare o del tutto inutili o potenzialmente
dannose per gli esseri viventi.
In altre parole, la probabilità della
formazione di una sola molecola proteica è pari a "1 su 10300". La
probabilità che questo "1" accada è praticamente impossibile. (In matematica, le
probabilità inferiori a 1 su 1050 sono considerate "probabilità
zero").
Per di più una molecola proteica di 288 amminoacidi è piuttosto
modesta se paragonata ad alcune molecole proteiche giganti composte di migliaia
di amminoacidi. Qualora si applichi il calcolo delle probabilità a queste
proteine giganti, la parola "impossibile" diventa inadeguata.
William
Stokes, un geologo americano, nel suo libro Essential of Earth History fa
notare che tale possibilità è così remota "che essa (la proteina) non sarebbe
potuta apparire neppure nel corso di miliardi di anni su miliardi di pianeti,
ognuno dei quali ricoperto da un manto di soluzione di acqua concentrata dei
necessari amminoacidi."
Avanzando di un passo nella direzione dello
schema dello sviluppo della vita, osserviamo che una sola proteina non significa
nulla per se stessa. Uno dei più piccoli batteri mai scoperti, il Mycoplasma
Hominis H39, contiene 600 tipi di proteine. In questo caso dovremmo ripetere
gli stessi calcoli delle probabilità prima applicati ad una sola proteina per
ognuno di questi 600 tipi differenti. Il risultato rende assurdo anche il
concetto stesso di impossibilità.
Robert Shapiro, professore di chimica
preso l'Università di New York e esperto di DNA, ha calcolato la probabilità di
formazione accidentale dei 2.000 tipi di proteine trovati in un singolo
batterio. Il numero che si ottenne fu 1 su 1040000: questo è un
numero incredibile, che si ottiene aggiungendo 40000 zeri all'1 (1).
Ebbene in ogni in una cellula umana vi sono 20.000 differenti tipi di
proteine (10 volte più che nei batteri).
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CALCOLO DELLE PROBABILITÀ CHE UNA PROTEINA DI 500 aa SI FORMI PER CASO | ||||||||||||||||||||||
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3. La probabilità che gli
amminoacidi si combinino con un "legame peptidico".
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Il progetto "genoma umano" si è concluso ed oggi
sappiamo di averne 32 mila geni. Dato che la stima corrente del rapporto
geni-proteine è di uno a tre, in ogni cellula ci sarebbero quindi 100 mila
proteine da cui dipende ogni attimo della nostra vita.
Se la formazione
accidentale di anche una sola di queste proteine -come abbiamo visto- è
impossibile, è miliardi di volte ancora più impossibile che circa 100 mila
queste proteine si riuniscano in modo corretto casualmente e costituiscano una
cellula umana.
La presunta età della terra non risulterebbe neanche
lontanamente sufficiente a permettere la formazione di neppure una singola
proteina mediante il metodo di "prova ed errore" presunto dalle teorie
evoluzionistiche.
Chandra Wickramasinghe, professore di matematica
applicata e astronomia presso la University College (Cardiff, Galles), commenta:
"La probabilità di una formazione spontanea della vita dalla materia inanimata è
pari a 1 seguito da 40000 zeri... E' abbastanza grande da seppellire Darwin e
l'intera teoria dell'evoluzione. Non vi è stato alcun brodo ancestrale, né su
questo pianeta né su qualsiasi altro, e se gli inizi della vita non furono
accidentali, allora devono essere stati prodotti da un'intelligenza risoluta"
(2).
***
(1) Robert Shapiro, Origins: A Sceptics
Guide to the Creation of Life on Earth,
(2) Fred Hoyle,
Chandra Wickramasinghe, Evolution from Space,
Il concetto di "complessità irriducibile" viene elaborato
da Michael Behe, biochimico della Leighton University, per descrivere quei
meccanismi il cui funzionamento dipende dall'interazione di molte parti. Questi
sistemi non possono formarsi per lenta evoluzione, ma debbono necessariamente
essere progettati e assemblati tutti in una volta.
Come afferma anche
Michael Behe, troppi apparati delle creature viventi presentano una complessità
irriducibile. Come esempio di "complessità irriducibile", Behe porta il caso
della trappola per topi. Costituita di cinque pezzi - una molla, la fagliela, il
gancetto che tiene la tagliola in posizione, l'esca, la tavoletta su cui il
tutto è inchiodato - è una macchina molto semplice. Ma la sua semplicità "non
può essere ridotta". Se manca un solo pezzo, non è che la trappola funzioni meno
bene; non funziona affatto. Dunque, non può essersi formata a poco a poco, con
aggiunte e miglioramenti; la trappola è stata progettata fin dall'inizio così.
Molti apparati di esseri viventi sono ugualmente "irriducibili". Non funzionano
se mancano anche solo di un componente (1).
I meccanismi biochimici che
vengono studiati a livello molecolare non sono altro che delle "macchine
composte di molecole" e come tali vanno osservate.
Prendendo in esame
una macchina semplice come la trappola per topi, si osserva che essa è
composta da 5 parti (tagliola, molla, berretta, gancio e formaggio): togliendo
una qualsiasi di queste parti, la trappola non funziona più, cioè la macchina
non può essere resa più semplice di com'è.
Lo stesso discorso vale per
le "macchine molecolari", e Behe per dimostrarlo ha preso in esame il flagellum,
il ciglio degli organismi monocellulari che funziona come una sorta di "motore
fuori bordo".
Gli evoluzionisti considerano gli organismi monocellulari,
come i batteri, le forme di vita più semplici e primitive, trovandosi al gradino
più basso della scala evolutiva attuale.
In realtà non è così: le
ricerche dei biochimici dimostrano che non c'è assolutamente niente di
"semplice" e che tutt'altro che primitivi, i batteri rappresentano invece un
caso di "miniaturizzazione".
Semplificando al massimo la descrizione, esso
risulta composto da 3 diverse proteine che danno luogo a diverse strutture e
funzioni:
- la tubulina per i microtubuli;
- la nexina, che
produce una sorta di adesivo gommoso;
- la dyneina che permette il
movimento.
Le tre proteine hanno una funzione coordinata che
soltanto nell'insieme compone il flagellum e ne permette il funzionamento. Esse
devono necessariamente essere esistite tutte e tre sin dall'inizio, né possono
essersi formate gradualmente per selezione naturale perché, nell'intertempo tra
la formazione dell'una e dell'altra, il flagello sarebbe stato inutilizzabile,
non avrebbe consentito il movimento e la struttura – o addirittura i batteri
stessi - sarebbero stati esposti alla soppressione da parte della selezione
naturale stessa, perché inadatti alla vita.
Un altro esempio, più
facilmente comprensibile perché ci riguarda da vicino, è il meccanismo di
coagulazione del sangue.
Esso prevede una cascata proteica
composta da 4 proteine diverse, tutte concorrenti, in un delicato equilibrio, ad
ottenere l'effetto coagulante in caso di emorragia. L'intero meccanismo, in
realtà, coinvolge una dozzina di proteine che hanno funzione regolatrice,
controllando che il coagulo si formi solo dove è necessario, smontandolo quando
non è più utile ecc.
La cascata proteica necessita di tutte e 4
le proteine che la compongono ed è un esempio di complessità irriducibile,
perché, se anche soltanto una delle proteine non fosse stata presente sin
dall'inizio, negli individui portatori della cascata incompleta il meccanismo
della coagulazione non avrebbe funzionato ed essi sarebbero in breve morti per
emorragia o per trombosi.
Diversi scienziati evoluzionisti hanno tentato
di confutare questi studi, tra questi il dott. Russel F. Doolittle, membro della
National Academy of Sciences, che in polemica con Behe ha cercato di dimostrare
l'errore del ragionamento circa la coagulazione, applicando il consueto metodo
"scientifico" degli evoluzionisti:
ha cominciato col dare per certo il
principio darwiniano, secondo il quale si possono comporre "alberi genealogici"
degli esseri viventi in base alla percentuale di diversificazione delle sequenze
di aminoacidi delle proteine che li compongono (maggiore diversità = precoce
divergenza delle linee evolutive delle due specie rispetto al progenitore
comune);
ha continuato stabilendo che questo meccanismo di
"errore-correzione" casuale, che si verifica continuamente nella duplicazione
del DNA, è alla base della cascata proteica della coagulazione, nella
quale le 4 diverse proteine sarebbero state prodotte da micromutazioni casuali
di un'unica proteina iniziale; la dimostrazione di questo "dato scientifico"
starebbe nella inutile complessità del meccanismo di coagulazione:
«Nessun Creatore avrebbe progettato un sistema così indiretto e macchinoso» ha
affermato Doolittle;
ha concluso "leggendo in modo elastico" i risultati di
una ricerca eseguita da altri scienziati, su due gruppi di topi ai quali era
stato sottratto rispettivamente il gene produttore di due delle proteine della
cascata proteica. I topi così manipolati sono andati incontro fatalmente
ad emorragie o trombosi, ma, secondo Doolittle, accoppiandoli tra loro, la prole
sarebbe stata perfettamente sana, il che avrebbe dimostrato che la coagulazione
può avvenire anche in assenza di alcune proteine. Le conclusioni a cui erano
giunti i ricercatori, invece, erano ben diverse: la prole di quei genitori
deficitari era incapace di formare coaguli e le femmine morivano durante le
gravidanze.
Ben diversamente dai desideri di Doolittle, la ricerca ha
dimostrato con prove certe e ripetibili che la cascata proteica della
coagulazione è un esempio di complessità irriducibile e che soggetti deficitari
anche di una sola proteina non potevano essere intermediari evolutivi, perché
meccanismi semifunzionanti non sarebbero stati riconosciuti "vantaggiosi" nella
"lotta per la sopravvivenza"; non avrebbero superato "il vaglio severo della
selezione naturale" perché la loro utilità si sarebbe rivelata soltanto a
posteriori, a processo evolutivo concluso, non durante la comparsa casuale dei
singoli componenti del meccanismo (2).
Un altro esempio di
complessità irriducibile è la struttura interna delle proteine istoniche. Queste
proteine, in numero di cinque, sono composte. Ciascuna in media di 100
aminoacidi. La loro funzione è importantissima, in quanto esse impacchettano la
lunghissima catena del DNA nel nucleo degli eucarioti, impedendo che essa si
possa attorcigliare in modo inestricabile o rompersi rendendo impossibile la sua
funzione che è quella di duplicarsi e di trascrivere le proteine necessarie alla
vita degli organismi.
Senza simili proteine sarebbe stato impossibile lo
sviluppo di tutti gli organismi pluricellulari e la terra sarebbe abitata solo
da bacteri. Orbene gli aminoacidi presenti nella catena di queste proteine sono
identici in tutte le posizioni in tutti gli organismi. Ad esempio l'istone 4 del
pisello, composto da 100 aminoacidi è identico all'istone 4 della mucca ad
eccezione di due soli aminoacidi; ciò vuole dire che la sostituzione anche di un
solo aminoacido nella catena è deleterio per ogni organismo: avviene come se in
un automobile ci vogliono 100 pezzi per far funzionare il motore, se si elimina
un solo pezzo il motore non parte. Così se si sostituisce un solo aminoacido
nella catena dell'istone, la proteina non funziona più e la selezione naturale
la ha eliminata.
Ecco un esempio di complessità irriducibile all'interno
di una sola proteina. La probabilità che il caso cieco abbia dato origine ad una
proteina simile all'istone è di 1:20 elevato a 100 che rappresenta un numero
davvero enorme (3).
***
(1) M. Blondet Darwin alle corde? in Il
Timone, n. 10 Novembre/Dicembre 2000.
(2) Evoluzionismo: Invece, la
scienza afferma che ... in Editoriale Il Giglio, 27/10/2005.
(3)
N. Nobile Proteine istoniche in Sulle tracce delle origini,
27/10/2005.
Nel biochimismo degli organismi viventi si ritrovano
moltissimi casi in cui ciò che si vede non riesce a trovare alcuna spiegazione
sulla base del meccanismo evolutivo. Vediamo alcuni casi.
I prodotti
cosiddetti "secondari" delle piante rappresentano una categoria molto numerosa
ed eterogenea di sostanze naturali alle quali è difficile assegnare precisi
significati metabolici e fisiologici. L'attributo "secondari" sta a significare
proprio che questi prodotti non partecipano a quei processi metabolici
essenziali al mantenimento della vita in un organismo vegetale.
D'altra
parte non si può neppure sostenere che i prodotti secondari derivino dai primari
in quanto molti di essi si originano da specifiche vie di biosintesi prive di
connessioni con il metabolismo primario.
L'ipotesi che i prodotti
secondari fossero prodotti finali e quindi si accumulassero nelle cellule della
pianta è stata abbandonata in quanto studi accurati hanno dimostrato la loro
continua sintesi e degradazione.
E' certamente azzardato, allo stato
attuale delle conoscenze, tentare di assegnare un significato fisiologico alle
sostanze che stiamo considerando.
Ora, se la morfologia delle piante è
stata sottoposta nel tempo a forte pressione selettiva -come la teoria
evoluzionistica afferma- non vi è motivo per non credere che analoga sorte sia
toccata alla biochimica delle piante.
In virtù di questa, si sarebbe
dovuta formare nelle diverse specie una quantità molto elevata di prodotti
secondari dei quali sarebbero dovuti rimanere -per selezione- solo quelli capaci
di conferire alla pianta uno specifico vantaggio evolutivo. Ciò, come detto
sopra, non si è verificato.
Per rimanere nel campo del biochimismo
delle piante, non si può trascurare la stranezza della fotorespirazione.
La fotorespirazione è un normale ciclo respiratorio cellulare che, per
il fatto di avvenire in contemporanea con la fotosintesi, avviene con una
velocità particolarmente elevata, senza nessun vantaggio per la pianta e con un
dispendio energetico notevolmente maggiore del necessario: essa cioè condiziona
la resa netta della fotosintesi e riduce la produttività delle piante.
E' un processo così illogico che i fisiologi vegetali parlano di una
necessità delle piante a subire e quindi ad adattarsi a questo ciclo biochimico:
"le piante terrestri si sono ben adattate a convivere con la fotorespirazione,
mentre un certo numero hanno imparato non tanto a tollerarla quanto a ridurla al
minimo" (1).
Negli animali, la perdita
di enzimi (enzimaferesi) coll'aumento del livello di organizzazione è nota in
molti casi e rappresenta un esempio di quella che, con una disinvolta
contraddizione in termini, è detta "evoluzione regressiva" (2).
***
(1) A. Alpi,
P. Pupillo e C. Rigano, Fisiologia delle piante, SES, p. 104.
(2) G.
Sermonti e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica all'evoluzionismo, Rusconi
1980, p. 71.
[...] Attualmente, pur nella grande varietà delle
posizioni dei singoli ricercatori, la maggior parte degli evoluzionisti concorda
su spiegazioni dell'evoluzione che combinano le acquisizioni della genetica
sulla eredità e sulle mutazioni, con l'idea originale di Darwin
intorno alla selezione naturale: le teorie attuali sui meccanismi della
evoluzione non sono altro che messe a punto di questa "teoria-base" detta
"mutazioni-selezione". Vediamo che cosa afferma.
La genetica,
branca della biologia che si occupa della eredità, mostra che il patrimonio
ereditario di ciascun individuo è strutturato secondo unità microscopiche
perfettamente individuate, dette geni. I geni sono localizzati nei
cromosomi, situati nel nucleo di ogni cellula, secondo un ordine ben
determinato: ciascun gene, o una data sequenza di essi, corrisponde a una serie
complessa di funzioni, che la cellula è o sarà chiamata a svolgere. Il corredo
di geni di ogni individuo contiene, in altri termini, la descrizione
dell'individuo stesso, il suo progetto o piano di montaggio: è questo corredo di
geni che, per esempio, è all'origine dello sviluppo dell'uomo così come di ogni
animale pluricellulare. Esso stabilisce i tempi e le modalità della crescita del
feto: quando e come si deve formare il tessuto nervoso, quando e come quello
osseo, quando e come gli occhi, i capelli, e così via.
Accade, tuttavia,
che nel corso dello sviluppo di un individuo, o durante la sua vita, il suo
patrimonio genetico subisca mutazioni, cioè alterazioni di struttura.
Ricorrendo alla immagine del piano di montaggio, è come se le linee di esso
fossero state in qualche modo alterate. Ciò che la genetica ha accertato intorno
al fenomeno delle mutazioni si può riassumere nelle seguenti proposizioni:
> le mutazioni si trasmettono ereditariamente secondo le leggi di Mendel;
> il loro tasso è estremamente basso: presso gli animali superiori è
appena di 1 ogni 10.000 / 100.000 individui;
> fanno generalmente
apparire delle anomalie, delle tare, a volte delle vere e proprie mostruosità,
che limitano notevolmente gli individui colpiti;
> se l'organo colpito è
un organo fondamentale, l'individuo muore prematuramente, spesso allo stadio di
embrione;
> il carattere delle mutazioni è profondamente casuale,
cioè non si conosce alcun agente mutageno con azione specifica;
> il
numero delle mutazioni letali è da 10 a 15 volte superiore a quello delle
mutazioni "vitabili", cioè delle mutazioni che mantengono comunque in
vita l'individuo colpito.
Per la teoria evoluzionistica
"mutazioni-selezione", le mutazioni costituiscono la fonte della variabilità del
mondo vivente, alla quale attinge la selezione naturale per trattenere
gli individui nei quali le mutazioni hanno incrementato il tasso di natalità o
diminuito quello di mortalità, cioè gli individui favoriti dalle
mutazioni.
Anche la selezione naturale è un fatto di osservazione,
definitivamente acquisito alla scienza. Le sue modalità di azione, quando
possono esplicarsi, sono estremamente incisive. Per esempio, se in una coltura
di un milione di batteri compare un individuo mutato, o mutante, il cui ritmo di
duplicazione è superiore dell'1 % rispetto agli altri, dopo 4000 generazioni,
cioè qualche giorno su scala batterica, il rapporto di popolazione sarà
invertito: un individuo originale per milione di mutanti.
La selezione
naturale, utilizzando i prodotti delle mutazioni e con l'effetto dell'isolamento
geografico delle popolazioni, rende perfettamente conto di quelle
modificazioni limitate in seno alle specie, note da sempre ai
naturalisti, che talvolta prendono il nome di microevoluzione. Una delle
sue manifestazioni più conosciute è la formazione di razze all'interno di
una specie.
La microevoluzione, però, non ha nulla a che vedere con
l'evoluzionismo: tra essi esiste una differenza di natura. Quasi sempre
gli evoluzionisti trascurano tale differenza con disinvoltura colpevole, così
che fenomeni microevolutivi vengono interpretati come esempi di evoluzione
(2). La microevoluzione implica
modificazioni organiche limitate ed esclude completamente la comparsa di nuovi
organi o di nuove funzioni; l'evoluzionismo, invece, per rendere conto delle
differenze organiche e funzionali tra i gruppi di viventi passati e attuali,
deve postularle: la microevoluzione è indifferente o regressiva,
l'evoluzionismo è progressivo.
La teoria evoluzionistica dunque,
parte da basi concrete - le mutuazioni, la selezione -, in grado di rendere
conto delle modificazioni limitate dei viventi, realmente riscontrabili in
natura, per spiegare la comparsa di nuovi gruppi della classificazione
sistematica attraverso modifiche profonde e apparizioni di funzioni e di organi
nuovi negli esseri viventi. Per rendere plausibili questi fantomatici passaggi,
gli evoluzionisti ricorrono a sofismi e a mistificazioni, con i quali il ruolo
delle mutazioni e della selezione viene completamente alterato.
***
(1) Tratto da Luciano Benassi, Mistificazioni
evoluzionistiche e matematica, in Cristianità n. 95 (1983).
(2)
Cfr. G. Montalenti, L'avesse saputo Darwin, in Scienza e Vita
nuova, anno IV, 4-5-1982. Montalenti riporta come "un classico" della
evoluzione l'esempio della Biston betularia, la falena di cui sono
sopravvissuti soltanto individui scuri. Quelli chiari, al tempo della
rivoluzione industriale, risaltavano particolarmente sui tronchi di betulla
ricoperti di fuliggine, diventando facile preda degli uccelli. Un tipico esempio
di azione della selezione naturale è diventato un caso di evoluzione in
atto!
PALEONTOLOGIA E FILOGENESI
La semplice successione apparente delle forme non è una
prova dell'evoluzione: è necessario dimostrare che c'è stata filiazione. Ebbene
questo in paleontologia è molto raro anzi si può affermare che non è ancora
capitato (1).
Con le
similarità morfologiche bisogna andarci piano. Ernst Mayr di Harvard, una delle
massime autorità nel campo della tassonomia, sostiene ora che tutte le elevate
categorie animali inventate dall'uomo, generi, famiglie, ordini, e via dicendo,
sono arbitrarie, in quanto le supposte relazioni non sono dimostrabili con
esperimenti scientifici.
L'evoluzione, sia nella microgenesi o microevoluzione
(formazione delle specie), sia nella macrogenesi o macroevoluzione (formazione
di gruppi maggiori), dovrebbe avvenire mediante fattori casuali, continui e non
a sbalzi o a scatti cioè sia l'una che l'altra sarebbe avvenuta mediante
accumulo graduale di piccole mutazioni (1).
Invece le osservazioni
paleontologiche mostrano che la successione filogenetica procede a scatti.
Nelle rocce sedimentarie Precambriane vi è una quasi completa assenza di
fossili nonostante che questi sedimenti siano in perfetta continuità con i
sedimenti cambriani; fra l'altro tali rocce sembrano perfettamente idonee per la
conservazione fossilifera; lo stesso Darwin rimase perplesso di questa
situazione per lui imbarazzante (2).
I pochi rinvenimenti ritrovati
nel Precambriano possono essere così considerati:
Volendo anche accettare le tendenze di alcune scuole
paleontologiche che considerano questi ultimi come veri microrganismi fossili
pre - farenozoici, resta difficile da spiegare come questi rari ritrovamenti -
dubbi e dispersi qua e là su tutta la superficie del globo - possano poi aver
dato origine all'improvviso apparire della fauna cambriana (6).
Si
tratta quindi di colmare l'abisso di non continuità tra forme di vita
estremamente semplici (i dubbi unicellulari pre - paleozoici) e la sorprendente
complessa ed eterogenea fauna di metazoi del Cambriano (7).
Infatti uno degli aspetti più
sorprendenti delle faune del tardo farenozoico (600-700 milioni di anni) è il
fenomeno della comparsa di molti tipi di animali radicalmente diversi l'uno
dall'altro in un intervallo di tempo assai, troppo breve da essere giustificata
sulla scorta delle teorie evoluzionistiche (8).
Nel suo libro Red Giants
and White Dwarfs (Giganti rosse e nane bianche), Robert Jastrow
afferma: "La documentazione fossile non contiene tracce di questi stadi
preliminari nello sviluppo degli organismi pluricellulari [...] I reperti
fossili conservati nelle rocce contengono molto poco oltre a batteri e piante
unicellulari, finché, circa un miliardo di anni fa, dopo un progresso invisibile
protrattosi per circa tre miliardi di anni, si ebbe un decisivo salto di
qualità: sulla Terra comparvero i primi organismi pluricellulari".
Vediamo ora cosa ci dicono i resti fossili dei periodi
successivi al Precambriano relativamente al fiorire ed allo svilupparsi delle
varie forme di vita sulla terra.
Una prima grande stranezza deriva dal
fatto che il Cambriano (500-550 milioni di anni fa) poté assistere alla comparsa
di nuovi phyla e classi ad una velocità eccezionale, praticamente di colpo ed
inoltre contemporaneamente per un gran numero di essi (9).
Le creature viventi trovate
negli strati risalenti al periodo Cambriano risultano emerse tutte
all'improvviso e conteporaneamente: nelle testimonianze fossili non vi si
trovano antenati preesistenti da cui possano essere derivate. I fossili
rintracciati sono comstituiti da lumache, trilobiti, spugne, vermi, meduse,
ricci di mare e altri invertebrati di struttura complessa. Questo ampio mosaico
di organismi viventi è costituito da un gran numero di creature complesse emerse
così all'improvviso che a tale evento, nella letteratura geologica, venne dato
il nome di esplosione cambriana.
Tutti questi
invertebrati complessi emersero impovvisamente e in modo completo senza alcun
legame o forma transizionale con gli organismi unicellulari, le uniche forme di
vita presenti sulla terra prima della loro apparizione.
Richard
Monastersky, editore di Earth Sciences, una delle più popolari pubblicazioni
della letteratura evoluzionista, afferma, a proposito della esplosione
cambriana, apparsa del tutto inaspettatamente: "Mezzo miliardo di anni fa
apparvero improvvisamente le ragguardevoli forme di animali complessi che oggi
vediamo. Questo momento, al principio del periodo Cambriano, all'incirca 550
milioni di anni fa, segna l'esplosione evolutiva che riempì i mari delle prime
creature complesse. Gli ampi phyla animali odierni erano già presenti nei primi
anni del Cambriano ed erano distinti tra loro quanto lo sono oggi (12).
Douglas Futuyma, un eminente
biologo evoluzionista, ammette tale realtà e dice: "Gli organismi poterono
apparire sulla terra soltanto già completamente formati. In caso contrario, essi
devono essersi sviluppati da specie preesistenti per mezzo di un processo di
modificazione. Se apparvero in uno stato di completo sviluppo, devono essere
stati creati da una intelligenza onnipotente" (13). Darwin stesso ne riconobbe la
possibilità quando scrisse: "Se molte specie, appartenenti agli stessi generi o
famiglie, fossero realmente apparse improvvisamente, questo fatto sarebbe fatale
alla teoria dell'evoluzione per selezione naturale (14)."
Il periodo Cambriano
rappresentaun ostacolo attualmente insuperato per le teorie evoluzionistiche. Il
paleoantropologo evoluzionista svizzero Stefan Bengston confessa la mancanza di
vincoli di transizione allorquando descrive tale periodo e finisce per
commentare: "Frustrante (e imbarazzante) per Darwin, questo evento ancora ci
abbaglia" (15).
Lo
zoologo Harold Coffin è giunto a questa conclusione: "Se l'ipotesi
dell'evoluzione graduale dal semplice al complesso è esatta, si dovrebbero poter
trovare gli antenati di queste creature viventi improvvisamente apparse nel
Cambriano; ma non sono stati trovati, e gli scienziati ammettono che ci sono
scarse speranze di trovarli in futuro".
Nel tardo Siluriano
compaiono insieme i Condroitti ed i primi Osteitti e fin qui il problema sarebbe
limitato dato che queste due classi avrebbero una origine difiletica. Gli
Osteitti poi nel Devoniano si diversificano, ma nel Devoniano compaiono anche
gli Anfibi che derivano da una sottoclasse degli Osteitti: i Sarcopterigi;
questi ultimi si differenziano ben presto dagli Attinopterigi - l'altra
sottoclasse degli Osteitti - e danno a loro volta origine agli ordini dei Dipnoi
e dei Crossopterigi. Nell'ambito dei Crossopterigi poi si diversificano i
Celacanti da un lato ed i Ripidisti dall'altro. E' proprio dai Crossopterigi
Ripidisti che avrebbero avuto origine gli Anfibi. Ciò che lascia esterrefatti è
che una successione così complessa che va dai primi Osteitti ai Sarcopterigi
(Osteitti già molto evoluti), poi ai Crossopterigi che si diversificano in
Ripidisti, e da questi si arriva infine ai primi Anfibi, sarebbe avvenuta solo
in una cinquantina di milioni di anni un tempo assolutamente insignificante dal
punto di vista evoluzionistico.
La comparsa della mosca già perfetta confuta le pretese
evoluzioniste. Il biologo inglese Robin Wootton ha scritto in un articolo
intitolato The Mechanical Design of Fly Wings (Il disegno meccanico delle
ali delle mosche):
"Meglio comprendiamo il funzionamento delle ali degli
insetti, più fine e bello ci appare il loro disegno. Le strutture sono
tradizionalmente disegnate in modo tale da deformarsi il meno possibile; i
meccanismi sono progettati per muovere le parti che li compongono in maniera
prevedibile. Le ali degli insetti combinano queste due caratteristiche,
utilizzando componenti dotati di una vasta gamma di proprietà elastiche,
elegantemente assemblate per permettere deformazioni adatte alle forze facendo
uso dell'aria nel modo migliore (16).
D'altra parte, non esiste
neppure un singolo fossile che consenta di provare l'immaginaria evoluzione
delle mosche. Ciò è quanto il noto zoologo francese Pierre Grassè intendeva
quando ha detto: "Siamo al buio per quanto riguarda l'origine degli insetti"
(17).
Anche gli
animali che si estinsero seguirono lo stesso schema. I dinosauri, per esempio,
appaiono all'improvviso nella documentazione fossile del Triassico, senza alcun
legame con forme ancestrali. Si moltiplicarono considerevolmente per tutto il
Cretaceo ed il Giurassico, per poi estinguersi.
A questo riguardo, il
Bulletin del Field Museum of Natural History di Chicago afferma: "Nella sequenza
le specie appaiono in modo molto repentino, mostrano una stabilità assoluta o
quasi nel corso della loro esistenza nella documentazione, e poi scompaiono
bruscamente dalla medesima. E non sempre è chiaro - anzi, di rado lo è - se i
loro discendenti fossero effettivamente più adatti dei loro predecessori. In
altre parole, è difficile riscontrare un miglioramento biologico".
Tutto quanto finora detto, vale e si rafforza analizzando la
cosiddetta fioritura esplosiva dei mammiferi.
Inoltre, nel momento della
brusca apparizione dei mammiferi, le differenze tra loro erano già molto
marcate. Animali tanto diversi, quali i pipistrelli, i cavalli, i topi e le
balene sono tutti mammiferi emersi nel corso dello stesso periodo geologico.
Stabilire una relazione evolutiva tra loro è impossibile anche all'interno dei
più vasti confini dell'immaginazione. Lo zoologo evoluzionista R. Eric Lombard
vi attribuì grande importanza in un articolo apparso sulla rivista Evolution:
"Queste ricerche di specifiche informazioni al fine di costruire filogenesi
di taxa di mammiferi andranno incontro a delusioni" (19).
Se il mondo vivente
fosse il risultato di un lento e graduale processo di evoluzione, ogni taxon
dovrebbe aver fatto la sua prima comparsa nella forma di un gruppo naturale
privo di sostanziali diversità rispetto al taxon originario di provenienza.
I più antichi rappresentanti di ogni taxon, in altre parole, dovrebbero
essere piuttosto difficili da distinguere da quelli del taxon da cui derivarono,
ed i loro caratteri peculiari (le ali degli Pterosauri e dei Chirotteri, il
carapace dei Cheloni, le penne degli Uccelli, gli arti natatori degli Ittiosauri
e dei Cetacei, ecc.) dovrebbero trovarsi appena abbozzati o sviluppati in modo
scarso.
Invece non è così. I taxa risultano regolarmente ben
individuabili fin dal loro primo apparire come fossili, e non si riesce mai né
ad allacciarli con sicurezza ad antenati comuni vissuti in epoche precedenti,
né, in ogni caso, a scorgere con chiarezza le derivazioni (20).
Ogni ritrovamento fossile
classificabile in maniera sistematicamente diversa dagli altri organismi, ha un
numero di diversità tale da rendere inverosimile una evoluzione diretta anche
dalla specie tassonomicamente più ravvicinabile.
Questo significa che
dallo studio delle diverse classi (ed anche ordini e famiglie), non si ritrovano
assolutamente i resti fossili degli anelli di congiunzione postulati dalle
teorie evoluzionistiche (21).
Tutto quanto finora detto, concorda con l'approfondito studio preparato
dalla Società Geologica di Londra e dall'Associazione Paleontologica
d'Inghilterra, sui cui risultati John N. Moore, docente di scienze naturali, ha
scritto:
"Circa 120 scienziati, tutti specialisti, hanno compilato i trenta
capitoli di un lavoro monumentale di oltre 800 pagine, per presentare la
documentazione fossile di piante e animali suddivisi in circa 2.500 gruppi.
[...] Come si può notare, ciascuna principale forma o tipo di pianta e animale
ha una storia separata e indipendente da quella di tutte le altre forme o tipi!
Gruppi sia di piante che di animali appaiono all'improvviso nella documentazione
fossile. [...] Balene, pipistrelli, cavalli, primati, elefanti, lepri,
scoiattoli, ecc., quando apparvero per la prima volta erano tutti distinti fra
loro come lo sono oggi. Non c'è traccia di un antenato comune, e ancor meno di
collegamenti con qualche rettile, presunto progenitore". Moore aggiunge: "Nella
documentazione fossile non sono state trovate forme di transizione, molto
probabilmente perché non esistono proprio forme di transizione a livello
fossile. E' molto probabile che non si sia mai verificata una transizione da una
specie animale all'altra e/o da una specie vegetale all'altra".
***
(1) V. Marcozzi, Alla Ricerca dei nostri
predecessori, EP 1990, p. 15.
(2) G. Sermonti e R. Fondi, Dopo
Darwin, Critica all'evoluzionismo, Rusconi 1980, p. 190.
(3) Cfr.
ibid., pp. 193-4.
(4) Cfr. ibid., p. 195.
(5) Cfr.
ibid., p. 198.
(6) Cfr. ibid., p. 200.
(7) Cfr.
ibid., p. 201.
(8) V. Marcozzi, Alla Ricerca dei nostri
predecessori, EP 1990, p. 17.
(9) Cfr.
ibid., p. 17.
(10) David Raup, Conflicts Between
(11) R.L.Gregory, Eye and Brain: The Physiology of
Seeing,
(12) Richard Monastersky,
Mysteries of the Orient, Discover, April 1993, p. 40.
(13)
Douglas J. Futuyma, Science on Trial,
(14) Charles Darwin, The Origin of
Species: A Facsimile of the First Edition,
(15) Stefan Bengston,
Nature, Vol. 345, 1990, p. 765.
(16) Robin J. Wootton, The
Mechanical Design of Insect Wings, Scientific American, v. 263,
November 1990, p. 120.
(17) Pierre-P Grassé, Evolution of Living
Organisms,
(18) E. Padoa, Manuale di
anatomia comparata dei vertebrati, Feltinelli, 1990, p. 52.
(19) R. Eric Lombard, Review of Evolutionary
Principles of the Mammalian Middle Ear, Gerald Fleischer, Evolution,
Vol 33, December 1979, p. 1230.
(20) G. Sermonti e R. Fondi, Dopo
Darwin, Critica all'evoluzionismo, Rusconi 1980, pp. 234-6.
(21) G.
Sermonti e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica all'evoluzionismo, Rusconi
1980, p. 271.
E il settimo giorno l'Evoluzione si riposò
Altro fenomeno strano è che l'evoluzione si sarebbe ormai arrestata da tempi molto lunghi, infatti:
Le classi e gli ordini sembrano aver
raggiunto il culmine della loro diversità fra l'Ordoviciano ed il Devoniano;
dopodiché risultano aver subito un brusco declino fino al termine del Triassico,
mantenendosi da allora praticamente costanti. Cioè la diversità esistente al
giorno d'oggi è la stessa di quella esistita nei tempi trascorsi a partire dal
Cambriano.
Tipi nuovi non si sono formati da 420 milioni di anni, classi
nuove da 140 milioni, ordini nuovi da 50. Inoltre vi sono forme viventi che da
tempi remotissimi non sono variate ed altre che avrebbero avuti una evoluzione
improvvisa o rapidissima per poi rimanere invariate per milioni di anni nella
più completa immobilità evolutiva (equilibrio punteggiato) (2).
Di
esempi di immobilità evolutiva ne esistono
tantissimi.
Un esempio molto evidente è costituito
dalle tartarughe, che sono una specie rettile. Appaiono all'improvviso tra le
testimonianze fossili dotate della loro corazza. Per citare una fonte
evoluzionista: "... dalla metà del periodo triassico (circa 175 milioni di anni
fa), i suoi membri erano già numerosi e in possesso delle basilari
caratteristiche delle tartarughe. I legami tra le tartarughe e i cotilosauri, da
cui probabilmente discendono, sono quasi del tutto assenti" (3).
Non
esiste alcuna differenza tra i fossili delle antiche tartarughe e i membri di
questa specie oggi viventi. Le tartarughe, semplicemente, non si sono "evolute":
sono sempre state le stesse fin dal momento della loro comparsa.
La rivista Discover ne sottolinea un
altro esempio: "Il lìmulo [Xiphosura polyphemus] [...] esiste praticamente
immutato da 200 milioni di anni".
Foglie fossili della
Liquidambar styraciflua (albero a foglia caduca di dimensioni medio grandi,
originario dell'America settentrionale ed è anche piantata in Europa per il suo
caratteristico fogliame rosso autunnale) sono state rintracciate nel nord-est
della Germania in sedimenti del Miocene di circa 20 milioni di anni fa. Le
foglie sono praticamente identiche alle attuali.
***
(1) G. Sermonti e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica
all'evoluzionismo, Rusconi 1980, p. 216.
(2) V. Marcozzi, Alla
Ricerca dei nostri predecessori, EP 1990, p. 28.
(3) Encyclopaedia
Britannica, 1971, vol. 22, p. 418 e The Dawn of Life, Orbis Pub., Londra,
1972.
I "mitici" anelli di congiunzione (1)
A livello paleontologico la situazione esistente oggi
rispetto ai giorni di Darwin non è cambiata di molto. La testimonianza dei
fossili è ancora quella descritta alcuni anni fa dallo zoologo D'Arcy Thompson
nel suo libro On Growth and Form (Crescita e forma): "L'evoluzione darwiniana
non ci ha spiegato in che modo gli uccelli discendono dai rettili, i mammiferi
dai primi quadrupedi, i quadrupedi dai pesci, o i vertebrati dagli invertebrati.
[...] Andare in cerca di anelli di congiunzione per colmare le lacune significa
cercare invano, per sempre".
Volendo rimanere anche solo a livello dei
vertebrati, che sono ampiamente documentati a livello fossile ed ampiamente
studiati, si può affermare che non vi è traccia alcuna di una continuità
dimostrata fra le varie classi.
Prendiamo in esame il classico schema
del continuum evolutivo -che vede il succedersi dai primi pesci agli anfibi, da
questi ai rettili trasformatisi in uccelli ed in mammiferi- ed analizziamolo
meglio. Nel Siluriano compaiono i primi Gnatostomi; la complessa
ristrutturazione che subisce l'apertura boccale con il passaggio delle ossa
dell'arco orale da un piano bidimensionale (tipico degli Agnati) ad un piano
tridimensionale, all'arretramento della posizione del punto articolare con la
conseguente scomparsa di uno o più archi scheletrici (con le relative camere
branchiali) non trova riscontro in una documentazione fossile che mostri la
graduale trasformazione.
Verso la metà dell'era Paleozoica, dal
Devoniano in poi, nei mari apparve quasi improvvisamente un altro importante e
significativo gruppo di vertebrati, i Placodermi. Questi animali a differenza
dei preesistenti e più primitivi Ostracodermi presentavano una caratteristica
innovativa che sarebbe stata fondamentale per il prosieguo dell'evoluzione dei
vertebrati: la comparsa di un apparato masticatore contraddistinto dalla
presenza delle ossa mandibolare e mascellare.
Pesci
Si dice che
gli Osteitti (pesci ossei) siano comparsi nel Devoniano si dice probabilmente da
alcuni Placodermi (un'altra classe dei Cordati) di cui però non è ancora stata
trovata alcuna traccia. Allora il problema è stato spostato ed oggi si suppone
che gli Osteitti siano derivati da forme di ittiopsidi primitive, i Teleostomi,
o dagli Acantodi e questi ultimi a loro volta sarebbero derivati dai Teleostomi;
i Teleostomi a loro volta sarebbero derivati dai Placodermi. Però in questa
serie di ipotesi -analogamente alla prima- mancano i fossili di tutte le forme
intermedie di transizione che -date le caratteristiche dermiche di questi
organismi- avrebbero dovuto fossilizzare molto bene.
Tutte e tre le
suddivisioni dei pesci dotati di ossa appaiono per la prima volta tra le
testimonianze fossili approssimativamente nello stesso periodo. Essi si
presentano già ampiamente divergenti morfologicamente e pesantemente corazzati.
Come ebbero origine? Che cosa permise loro una così ampia differenziazione? Come
poterono giungere ad avere una corazza pesante? Perché non vi è traccia di
precedenti forme intermedie (2)?
Pesci > Anfibi
Non
vi è neppure un singolo fossile in grado di dimostrare l'esistenza di una
creatura per metà pesce e per metà anfibio. Questo fatto è confermato, sebbene
con qualche riluttanza, dall'autorità di un evoluzionista molto noto, Robert L.
Carroll, autore di Vertebrate Paleontology and Evolution: "Non abbiamo
alcun fossile intermedio tra il pesce ripidistiano e i primi anfibi" (3).
Due paleontologi
evoluzionisti, Colbert e Morales, scrivono a proposito delle tre classi
fondamentali di anfibi, rane, salamandre e cecilie: "Non vi è prova di un
anfibio Paleozoico che combini le caratteristiche la cui presenza ci si
attenderebbe in un singolo comune antenato. Le più antiche rane, salamandre e
cecilie conosciute sono molto simili ai loro discendenti viventi (4).
La transizione dall'acqua alla
terra ferma, seppure fosse avvenuta in tempi molto lunghi -come viene affermato
dalle teorie evoluzioniste- avrebbe dovuto comunque affrontare varie, enormi ed
insuperabili difficoltà:
E' statisticamente impossibile che tutti questi drammatici
cambiamenti fisiologici possano essere avvenuti contemporaneamente e casualmente
(per mutazioni-adattamenti-selezione) nello stesso organismo ed inoltre in tempi
brevissimi (come è ampiamente dimostrato dai fossili).
Anfibi >
Rettili
Il paleontologo evoluzionista Robert L. Carroll è stato
costretto ad accettare che "i primi rettili erano molto differenti dagli anfibi
e i loro antenati non sono ancora stati trovati" (5).
Rettili > Uccelli
In primo luogo le ali, che sono la
peculiare caratteristica degli uccelli, rappresentano un'empasse per gli
evoluzionisti. Uno di essi, il turco Engin Korur, confessa l'impossibilità
dell'evoluzione delle ali: "Il carattere comune degli occhi e delle ali è che
essi possono funzionare soltanto se sono completamente sviluppati. In altre
parole, un occhio sviluppato solo a metà non può vedere, così come un uccello
con le ali a metà non può volare. Come questi organi siano pervenuti all'essere
è rimasto uno dei misteri della natura che attende di essere illuminato"
(6).
La domanda sul modo
in cui la perfetta struttura delle ali sia pervenuta all'essere a seguito di
mutazioni accidentali rimane del tutto priva di risposta. Non c'è modo di
spiegare come le zampe anteriori di un rettile abbiano potuto trasformarsi in
ali perfettamente funzionanti in seguito ad una serie fortuita di mutazioni
geniche.
La sola presenza delle ali, inoltre, non è sufficiente a un
organismo terrestre per volare. Ad esempio, le ossa degli uccelli sono molto più
leggere di quelle di esseri che vivono al suolo. I loro polmoni funzionano in
maniera del tutto diversa. Hanno un sistema muscolare e scheletrico differente e
un sistema cardiaco e circolatorio molto specializzato. Queste caratteristiche
sono prerequisiti altrettanto necessari al volo che le ali. Tali meccanismi
devono essere tutti presenti contemporaneamente; non possono formarsi
gradualmente per "accumulazione".
Il corpo dei rettili è ricoperto di
scaglie, mentre gli uccelli sono rivestiti di penne. Dal momento che gli
evoluzionisti considerano i rettili gli antenati degli uccelli, sono costretti
ad affermare che le penne costituiscano il risultato dell'evoluzione delle
scaglie dei rettili. Nondimeno, non vi è alcuna similarità tra le scaglie e le
penne.
Un professore di fisiologia e neurobiologia presso l'Università
del Connecticut, A. H. Brush, conferma questa realtà sebbene sia un
evoluzionista: "Ogni caratteristica, dalla struttura e organizzazione dei geni,
allo sviluppo, morfogenesi e organizzazione dei tessuti, è differente"
(7).
Non esiste alcuna
testimonianza fossile in grado di provare che le penne degli uccelli si siano
evolute dalle scaglie dei rettili. Al contrario, "le penne appaiono
improvvisamente tra i fossili come un carattere di distinzione innegabilmente
unico degli uccelli (e) unica tra i vertebrati" (8). Inoltre, nei rettili non è ancora
stata scoperta una struttura epidermica che possa far supporre una sua
evoluzione verso le penne (9).
Alcuni scienziati inoltre hanno formulato una serie di obiezioni sulla
teoria che vede derivare gli uccelli dai rettili.
Rettili > Mammiferi
Molte sono le differenze morfo-funzionali fra rettili e mammiferi.
Un esempio delle barriere strutturali tra questi è costituito dalla
struttura mascellare. La mandibola dei mammiferi è costituita da un solo osso
sul quale si trovano i denti. Nei rettili, invece, vi sono tre piccole ossa su
entrambi i lati.
Un'altra sostanziale differenza è che tutti i mammiferi
hanno tre ossicini nell'orecchio medio (il martello, l'incudine e la staffa),
mentre in tutti i rettili vi è un singolo osso.
Gli evoluzionisti affermano
che la mascella e il medio orecchio dei rettili si siano gradualmente evoluti
nei corrispettivi propri dei mammiferi. Nondimeno la questione su come tale
processo sia avvenuto rimane senza risposte. In particolare, rimane inesplicata
la domanda su come un orecchio con un singolo osso si sia potuto evolvere a tal
punto da presentare tre ossicini, pur continuando a svolgere la sua funzione.
Non sorprende neanche più che non sia stato trovato neppure un singolo
fossile che colleghi i rettili ai mammiferi.
Questa è la ragione per cui il
paleontologo evoluzionista Roger Lewin è stato costretto a dire che "la
transizione verso il primo mammifero, che probabilmente avvenne in uno o,
tutt'al più, in due casi, è ancora un enigma" (8).
***
(1) Tratto e liberamente integrato da H. Yahya, L'inganno
dell'evoluzione.
(2) Gerald T. Todd, Evolution of the Lung and the
Origin of Bony Fishes: A Casual Relationship, American Zoologist, Vol 26,
No. 4, 1980, p. 757.
(3)
R. L. Carroll, Vertebrate Paleontology and Evolution,
(4)
Edwin H. Colbert, M. Morales, Evolution of the Vertebrates,
(5)
Robert L. Carroll, Vertebrate Paleontology and Evolution,
(6)
E. Korur, Gözlerin ve Kanatlarin Sirri (The Mystery of the Eyes and
the Wings), Bilim ve Teknik, No. 203, October 1984, p. 25.
(7) A. H.
Brush, On the Origin of Feathers, Journal of Evolutionary Biology,
vol. 9, 1996, p. 132.
(8) Cfr. ibid., p. 131.
(9) Ibid.
(10)
Roger Lewin, Bones of Mammals, Ancestors Fleshed Out, Science, vol
212,
L'evoluzione dovrebbe agire -come la teoria stessa
postula- per piccole mutazioni adattatitve; non è assolutamente ipotizzabile che
si verifichi mediante aberrazioni che come risultato facciano comparire intere
nuove strutture funzionali, migliorative ed adattativamente vantaggiose.
Questo significa che il passaggio da una struttura funzionale ad
un'altra altrettanto funzionale non può avvenire di colpo - presupponendo anche
la più semplice della trasformazioni una serie enorme e complessa di modifiche
genetiche -, ma presuppone il passaggio attraverso tutta una serie di strutture
sempre più diverse dall'originaria e sempre più simili alla finale.
Ma
questo processo, non essendo guidato da alcuno, necessita di una condizione
necessaria e cioè che tutte le strutture intermedie siano sempre funzionali
altrimenti l'animale risulterebbe svantaggiato dalla selezione naturale (1).
Nel fantastico passaggio da strutture locomotorie a strutture
estremamente specializzate quali le ali, si dovrebbe transitare per una serie
lunghissima di strutture misfunzionali intermedie; un arto che non è una zampa e
che non è un'ala non serve né per la locomozione né per il volo.
Inoltre
tale appendice ingombrante ed inservibile risulta terribilmente svantaggiata da
quella selezione naturale tanto amata dagli evoluzionisti.
Pur,
comunque, ammettendo che il gruppo animale, così appesantito, riesca ugualmente
a sopravvivere per migliaia di generazioni in queste condizioni bisognerebbe poi
presupporre che queste strutture inutili di per se inizierebbero a tendere verso
forme complessissime senza però un senso se non quello che un domani remoto
potrebbero permettere al gruppo di volare: questo è un finalismo che la natura
non ha! (2).
Se è esistito veramente il
povero animale mezzo rettile e mezzo uccello non deve aver avuto tuttavia una
vita facile. più che i vantaggi di essere dinosauro e uccello allo stesso tempo,
deve aver avuto tutti gli svantaggi.
Secondo le ricostruzioni, infatti,
doveva essere in grado di effettuare solo voli planati, vale a dire che, per
quanto dotato di penne, non gli riusciva di spiccare il volo a partire da terra;
doveva perciò salire sugli alberi e di là lanciarsi in volo planato.
Come se non bastasse quando era a terra le ali rendevano più lenta e
faticosa la sua corsa dietro la preda.
Correre battendo nello stesso
tempo le ali comporta infatti un notevole dispendio di energia e le ali mentre
alleggeriscono il peso del corpo sollevandolo da terra, diminuiscono anche la
presa sul terreno mentre contemporaneamente, per un effetto vela, rallentano la
corsa.
Se è esistito veramente, avrà maledetto ogni giorno la cecità
dell'evoluzione che lo condannava ad essere uccello e rettile allo stesso tempo.
Altro che vantaggio evolutivo che la selezione naturale avrebbe
avvantaggiato!
C'è da aggiungere che le varie teorie che dovrebbero
spiegare come sia nato il volo negli uccelli (teoria cursoria e teoria
saltatoria) sono completamente insoddisfacenti e morfologicamente (tecnicamente)
non realizzabili; inoltre sono marcatamente segnate da un vizio di impostazione
lamarkiano.
A rendere ancora più incredibile il tutto, c'è da dire che
questo fantascientifico cammino è stato seguito da molte linee; infatti secondo
i dati della paleontologia molti gruppi avrebbero inventato il volo ed in modo
completamente indipendente; ciò significa se anche ci fosse una remota,
improbabilissima possibilità che una linea evolutiva sia arrivata al volo,
questa incredibile probabilità si sarebbe ripetuta più volte.
Infatti
restando solo nell'ambito dei vertebrati il volo si sarebbe evoluto nei rettili
- i grandi rettili volanti preistorici -, negli uccelli - dall'archeopteryx che
ha una linea evolutiva parallela ma separata rispetto ai rettili - e nei
mammiferi - con i chirotteri.
Il carattere caricaturale di questa forma
di passaggio è pienamente confermato dalla paleontologia: tanto è vero che i
chirotteri più antichi compaiono all'improvviso nell'Eocene, senza mostrare
alcuna sostanziale differenza rispetto a quelli odierni.
Veniamo ora
a qualche considerazione su quello che è considerato un anello di congiunzione
fra rettili ed uccelli: l' Archæopteryx.
Gli ultimi studi sui fossili di
Archæopteryx rivelano, che questa creatura non è assolutamente una forma
transizionale, ma un uccello con alcune caratteristiche distinte rispetto a
quelli attuali (3).
Tuttavia, la scoperta del settimo Archæopteryx fossile nel 1992 causò un
grande stupore tra gli evoluzionisti. La ragione fu che in esso l'osso del
petto, ritenuto mancante da tali studiosi, era invece presente. La rivista
Nature descrisse il rinvenimento nei termini seguenti:
"La recente scoperta
del settimo esemplare di Archæopteryx preserva un parziale sterno rettangolare a
lungo sospettato ma mai documentato prima. Esso attesta la forza dei suoi
muscoli atti al volo" (4).
Questa scoperta minò alla base la
tesi che l'Archæopteryx fosse un mezzo-uccello incapace di volare completamente.
D'altra parte, la struttura delle penne degli uccelli divenne uno dei più
importanti elementi di prova a dimostrazione del fatto che l'Archæopteryx fosse
un uccello volante nel vero senso della parola. La struttura asimmetrica delle
penne di questo animale non è distinguibile da quella degli uccelli moderni, a
riprova così della sua perfetta idoneità al volo. Il famoso paleontologo Carl O.
Dunbar ha scritto: "In ragione delle sue ali, l'Archæopteryx deve essere
chiaramente classificato come un uccello" (5).
Un altro fattore che venne
rivelato dalla struttura delle penne dell'Archæopteryx fu il suo metabolismo a
sangue caldo tipico degli uccelli. Come è noto, i rettili e i dinosauri sono
animali a sangue freddo che dipendono dalla temperatura ambientale in quanto non
sono in grado di regolare in modo indipendente il loro calore corporale. Tale
importante funzione viene adempiuta, nel caso degli uccelli, dalle penne. Le
penne dell'Archæopteryx, di cui aveva bisogno per mantenere il calore del suo
corpo a differenza dei dinosauri, dimostrano che questi fu un vero uccello a
sangue caldo.
I due punti importanti sui quali gli evoluzionisti si fondano
quando affermano che l'Archæopteryx sia una forma transizionale, sono gli
artigli sulle ali e i denti. Sebbene queste caratteristiche siano effettivamenti
presenti, ciò non implica alcuna relazione con i rettili. Inoltre, due specie di
uccelli oggi viventi, il Taouraco e l'Hoatzin, hanno artigli per aggrapparsi ai
rami. Queste creature sono assolutamente uccelli e non presentano alcuna
caratteristica dei rettili. Questa è la ragione per cui è completamente
infondato sostenere che l'Archæopteryx sia una forma transizionale soltanto per
la presenza degli artigli sulle ali.
Neppure i denti nel becco giustificano
la precedente affermazione. Gli evoluzionisti commettono una vera e propria
frode allorquando asseriscono che i denti siano una caratteristica dei rettili,
in quanto ciò non corrisponde al vero. Oggi non tutti i rettili sono provvisti
di denti. L'Archæopteryx, per di più, non è la sola specie di uccelli che
presenti tale attributo. E' corretto affermare che oggi gli uccelli sono privi
di denti, tuttavia, le testimonianze fossili risalenti all'epoca
dell'Archæopteryx e posteriori, sino ad un'età relativamente recente, parlano
dell'esistenza di un distinto genere di uccelli che può essere classificato come
"uccello provvisto di denti".
Il punto fondamentale, tuttavia, è che la
struttura dentale dell'Archæopteryx e di altri uccelli è del tutto diversa da
quella dei loro supposti antenati, i dinosauri. I famosi ornitologi Martin,
Stewart e Whetstone osservarono che i primi presentavano denti con superficie
superiore piatta e radici larghe, mentre i secondi, ovvero i dinosauri teropodi,
gli ipotetici antenati di questi uccelli, avevano denti a forma di sega e con
radici strette (6).
I
ricercatori, dopo aver posto a confronto le ossa dei polsi dell'Archæopteryx e
quelle dei dinosauri, hanno osservato che non esiste alcuna similitudine tra
loro (7).
Gli studi di
anatomisti quali Tarsitano, Hecht e A.D. Walker rivelarono che alcune
"similarità", che si asseriva fossero esistite tra questa creatura e i
dinosauri, come proposto da John Ostrom, erano in realtà interpretazioni errate
(8).
Tutti questi
ritrovamenti mostrano che l'Archæopteryx non fu un anello transizionale, ma solo
un uccello appartenente alla categoria degli "uccelli con i denti".
Mentre
gli evoluzionisti hanno sostenuto per decenni che l'Archæopteryx fosse la prova
più importante dell'evoluzione degli uccelli, altri fossili recentemente
rinvenuti hanno invalidato tale prospettiva per altri riguardi.
Lianhai Hou
e Zhonghe Zhou, due paleontologi dell'Istituto Cinese di Paleontologia dei
Vertebrati, hanno scoperto nel 1995 un nuovo uccello fossile, da essi denominato
Confuciusornis. Questo uccello risale approssimativamente allo stesso periodo
dell'Archæopteryx (circa 140 milioni di anni fa), ma non è fornito di alcun tipo
di dente. Il suo becco e le sue ali, inoltre, sono del tutto simili a quelle
degli uccelli attuali, dei quali condividono anche la medesima struttura
scheletrica, tuttavia presentano artigli all'estremità delle ali come
l'Archæopteryx. La speciale struttura detta "pigostilo" era presente in questa
specie per sostenere le penne timoniere. In breve, questo uccello, contemporaneo
dell'Archæopteryx (considerato il più antico antenato di tutti gli uccelli e
accettato come un semi-rettile), ha un'enorme somiglianza con i volatili
moderni. Questo fatto inficia tutte le tesi evoluzioniste che reputavano
l'Archæopteryx il primitivo antenato di tutti gli uccelli.
Un altro fossile,
rinvenuto in Cina nel novembre 1996, ha creato una confusione addirittura
maggiore. L'esistenza di questo uccello, risalente a 130 milioni di anni fa,
detto Liaoningornis, fu annunciata su Science da Hou, Martin e Alan Feduccia. Il
Liaoningornis presentava un osso pettorale, sul quale si innestavano i muscoli
del volo, del tutto simile a quello degli uccelli attuali, dai quali era
difficilmente distinguibile anche per altri riguardi. La sola differenza erano i
denti nel becco. Questo fatto mostrò che gli uccelli forniti di denti non
avevano una struttura primitiva secondo quanto sostenuto dagli evoluzionisti
(9). Come venne espresso sulla
rivista Discover, in un articolo dal titolo "Whence came birds? This fossil says
not from dinosaurs"("Da dove provengono gli uccelli? 'Non dai dinosauri' dice
questo fossile") (10).
Un
altro fossile che contraddice la tesi evoluzionista sull'Archæopteryx è
l'Eoalulavis. La struttura alare dell'Eoalulavis, che si disse fosse più giovane
di 30 milioni di anni dell'Archæopteryx, è stata osservata nei moderni uccelli
che volano lentamente. Ciò rappresenta la dimostrazione che 120 milioni di anni
fa vi erano uccelli indistinguibili per molti aspetti da quelli attuali
(11).
Queste testimonianze
indicano con sicurezza che né l'Archæopteryx né gli altri uccelli antichi simili
ad esso furono forme di transizione. I fossili non ci dicono che le differenti
specie di uccelli si sono evolute le une dalle altre. Provano, al contrario, che
gli uccelli attuali e quelli arcaici sono vissuti nello stesso periodo. Alcune
specie, tuttavia, come l'Archæopteryx e il Confuciusornis, si estinsero e solo
una parte delle specie preesistenti è stata in grado sopravvivere sino ai giorni
nostri.
In breve, alcune particolari caratteristiche dell'Archæopteryx
dimostrano che questo essere vivente non può essere considerato una forma
transizionale! Stephan Jay Gould e Niles Eldredge, due paleontologi
evoluzionisti di fama mondiale provenienti da Harvard, accettano che
l'Archæopteryx sia un "mosaico" vivente che riunisce in sé caratteristiche
diverse, il quale, tuttavia, non può essere considerato una forma transizionale!
***
(1) G. Sermonti
e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica all'evoluzionismo, Rusconi 1980, p. 54.
(2) Cfr. ibid., p. 274.
(3) Tratto da H. Yahya, L'inganno
dell'evoluzione.
(4) Nature, Vol 382, August, 1, 1996, p. 401.
(5) Carl O. Dunbar,
Historical Geology,
(6) L. D. Martin, J. D. Stewart, K. N.
Whetstone, The Auk, Vol 98, 1980, p. 86.
(7) Ibid, p. 86; L. D.
Martin, Origins of Higher Groups of Tetrapods,
Association, 1991, pp. 485, 540.
(8) S. Tarsitano, M. K.
Hecht, Zoological Journal of the Linnaean Society, Vol 69, 1985, p. 178;
A. D. Walker, Geological Magazine, Vol 177, 1980, p. 595.
(9) Old
Bird", Discover,
(10)
Ibid.
(11) Pat Shipman, Birds Do It... Did Dinosaurs?, p.
28.
Fino a non molto tempo fa,
un'immaginaria sequenza dell'evoluzione del cavallo era avanzata come la
principale testimonianza fossile della teoria evoluzionista. Oggi, tuttavia,
molti evoluzionisti ne ammettono apertamente l'infondatezza. L'evoluzionista
Boyce Rensberger, nel corso di un simposio tenutosi nel 1980 presso il Museo di
Storia Naturale di Chicago, ha affermato che tale scenario non trova conferme
nelle testimonianze fossili e che in questo caso non è possibile parlare di
processo evolutivo:
Il popolare esempio dell'evoluzione del cavallo, che
suggerisce una graduale sequenza di cambiamenti da una creatura con quattro dita
delle dimensioni di una volpe fino all'animale odierno, molto più grande e con
una sola unghia, si è già da molto tempo rivelato errato. In luogo di
cambiamenti graduali, i fossili di ogni specie intermedia appaiono completamente
distinti, persistono immutati e quindi si estinguono. Le forme transizionali
sono sconosciute (2).
Il famoso paleontologo Colin
Patterson, direttore del Natural History Museum of England, dove ancora si
mostravano gli schemi dell'"evoluzione del cavallo", ha detto riguardo a questa
pubblica esposizione allestita presso il pianterreno del museo:
Sono
circolate una terribile quantità di storie, le une più fantasiose delle altre,
sulla reale natura della vita. L'esempio più famoso, ancora in mostra al piano
sottostante, è l'esibizione dell'evoluzione del cavallo, risalente a circa
cinquant'anni orsono. E' stata presentata come l'esatta verità dalla tradizione
manualistica. Ora, io ritengo che ciò sia deplorevole, in particolare quando
coloro che diffondono questo tipo di storie possono essere consapevoli della
natura speculativa di alcune di esse (3).
Qual'è allora lo scenario per
"l'evoluzione del cavallo"? Tale descrizione fu preparata grazie ai falsi
documenti compilati sulla base della sistemazione sequenziale di fossili di
specie distinte che, secondo la forza d'immaginazione degli evoluzionisti,
sarebbero vissuti in India, Sudafrica, Nord America ed Europa. Esistono più di
venti tabelle sull'evoluzione del cavallo proposte da differenti ricercatori.
Gli evoluzionisti non sono riusciti a raggiungere un comune accordo sul problema
di questi alberi genealogici, che, tra l'altro, sono in totale disaccordo tra
loro. Il solo punto in comune è la credenza che una creatura della taglia di un
cane detta "Eohippus", vissuta nel periodo eocenico, cioè 55 milioni di anni fa,
sia il progenitore del cavallo (Equus). Le ipotetiche linee evolutive
dall'Eohippus all'Equus sono, tuttavia, del tutto inconsistenti.
Lo
scrittore evoluzionista Gordon R. Taylor illustra questa verità poco conosciuta
nel suo libro The Great Evolution Mistery:
"Ma forse la più grave
debolezza del darvinismo è la mancanza di paleontologi in grado di trovare
filogenesi convincenti o sequenze di organismi capaci di dimostrare i maggiori
cambiamenti evolutivi... Il cavallo è spesso citato come l'unico esempio
compiuto. Ma il fatto è che la linea dall'Eohippus all'Equus è molto irregolare.
E' addotta per mostrare un continuo incremento di dimensioni, ma la realtà è che
alcune varianti erano più piccole dell'Eohippus, non più grandi. Esemplari
provenienti da fonti differenti possono essere riuniti in una sequenza
all'apparenza convincente, ma non vi è prova sufficiente a confermare che essi
fossero disposti secondo questo ordine temporale" (4).
Tutti questi fatti dimostrano
chiaramente come le tabelle sull'evoluzione del cavallo, presentate come una
delle più solide prove a favore del darvinismo, non siano altre che favole
fantastiche ed implausibili.
***
(1) Tratto da H.
Yahya, L'inganno dell'evoluzione, cap. 5.
(2) Boyce Rensberger,
Houston Cronicle, 5 novembre 1980, p. 15.
(3) Colin Patterson, Harper's, febbraio 1984, p. 60.
(4) Gordon Rattray Taylor, The Great Evolution Mistery, Abacus,
Sphere Books, Londra 1984, p. 230.
Nella legge biogenetica
universale di Ernst Haeckel -proposta dal biologo evoluzionista alla fine
del XIX secolo- si postula che gli embrioni viventi -durante il loro sviluppo-
ripercorrano il processo evolutivo dei loro progenitori. Egli teorizzò che nel
corso del suo sviluppo nell'utero materno, l'embrione umano dapprima mostri le
caratteristiche di un pesce, poi di un rettile ed infine quelle umane.
Sebbene da allora è stato provato che questa teoria non è altro che una
fantasia, è tuttavia normale trovare nei testi universitari e non, richiami alla
teoria che si riassume nel detto l'ontogenesi riassume la filogenesi cioé
lo sviluppo di un individuo ricapitola le tappe evolutive della sua ascendenza
(1).
Oggi i biologi sanno bene come gli embrioni delle varie specie
all'inizio non si somiglino affatto tra loro ed alla teoria della ontogenesi,
che ricapitola la filogenesi, sono in pochi a crederci ormai. Essa è stata,
anzi, apertamente sconfessata come "erronea" e "poco convincente" da importanti
ricercatori fra cui Walter Bock, biologo della Columbia University e C. H.
Woddington dell'università di Edimburgh nel suo Principles of Embryology,
un testo classico.
L'esempio più famoso di supposte
similarità animali è quello delle fenditure branchiali nell'embrione umano
durante il cosiddetto stadio del pesce. La maggior parte degli embriologi è
arrivata ora alla conclusione che quelle similarità fra uomo e pesce sono del
tutto superficiali. L'embrione umano non sviluppa mai le fenditure né, tanto
meno, branchie o altre strutture tipiche dei pesci.
E' ormai noto che le
"branchie" che ipoteticamente appaiono nei primi stadi dell'embrione umano sono
in realtà le fasi iniziali del condotto uditivo medio, della paratiroide e del
timo. La parte embrionale che venne paragonata al "sacco vitellino" si è
rivelata una sacca che produce sangue per l'infante. La parte che è stata
identificata come una "coda" da Haeckel e dai suoi successori è in realtà la
spina dorsale, la quale rassomiglia ad una coda solo perché prende forma prima
delle gambe.
Un altro esempio è il cuore dell'embrione umano: secondo la
teoria della ricapitolazione, la sua forma iniziale dovrebbe essere un singolo
"tubo" come quello dei pesci. Si è potuto osservare, invece, che la fase
iniziale è un "doppio tubo" (2).
Questi fatti sono
universalmente noti nel mondo scientifico e sono accettati anche dagli stessi
evoluzionisti. George Gaylord Simpson, uno dei fondatori del neo-darvinismo,
scrive:
Haeckel travisò il principio evolutivo coinvolto. E' ora fermamente
stabilito che l'ontogenesi non ripete la filogenesi (3).
***
(1)
C. Houillon, Embriologia dei vertebrati, EA 1987, p. 4.
(2) Duane
Gish, Panorama, 2.2.1981. Duane Gishil, biochimico che ha collaborato fra
l'altro alle ricerche del premio Nobel Vincent Du Vigneaud sulla sintesi di
ormoni.
(3) G. G. Simpson,
W. Beck, An Introduction to Biology,
FISIOLOGIA ED UOMO
Nessuna prova chiara e convincente è stata avanzata per
verificare se esista una relazione tra l'uomo e la scimmia, ad eccezione di
frodi, distorsioni, disegni e commenti fuorvianti.
Tutte le scoperte e le
ricerche scientifiche hanno dimostrato che i fossili non suggeriscono alcun
processo evolutivo secondo quanto sostenuto dagli evoluzionisti. I fossili che
vengono considerati gli antenati degli umani appartengono di fatto o a diverse
razze umane o a specie di scimmie.
A questo punto del nostro percorso,
nasce una considerazione: se è così facile evolvere strutture e sistemi, ci si
domanda come mai tale fenomeno sarebbe avvenuto per organi particolarmente
complessi (ali, occhi, etc.) e non per altri adattamenti che sarebbero stati di
indubbio vantaggio evolutivo e sarebbero stati molto più facili da realizzare.
La vista ha una sua indubbia utilità e nonostante la sua complessità si
è diffusa in tutto il regno animale. Ma allora perché altri sistemi, anche meno
complessi, ma decisamente "vantaggiosi" non hanno avuto la stessa "fortuna"?
Un esempio può essere l'omeotermia, raggiunta solo da uccelli e
mammiferi (da tutte le specie delle due classi), ma non evoluta da alcuna altra
specie; eppure tutti gli altri vertebrati hanno sistema circolatorio, un normale
metabolismo cellulare che può produrre energia e quindi calore, manca solo un
meccanismo di regolazione, sì complesso ma non più di altri sistemi che le varie
classi possiedono.
Eppure l'omeotermia avrebbe permesso dei vantaggi
incredibili nell'affermazione e nella diffusione per le classi che l'avessero
raggiunta.
Un altro esempio è fornito dal sonno: durante il suo
svolgimento avvengono una serie di processi importanti (processi di
consolidamento della memoria, risposte immunitarie, ecc.), ma perché non si sono
evoluti sistemi che li rendessero non necessari o ridotti (come nei delfini)
dato che il dormire espone l'animale a rischi notevoli, fa perdere tantissimo
tempo utile che, nella continua "lotta per la sopravvivenza" sarebbe stato
estremamente utile recuperare?
L'apprendimento non è altro se non un
processo attraverso il quale l'informazione che proviene dal mondo esterno entra
nel cervello e lì viene trattenuta, ma il cervello già contiene una certa
quantità di informazioni innate; noi siamo cioè già preparati a rispondere in
maniera adeguata all'ambiente.
Quindi l'apprendimento altro non è se non
l'imparare a non fare quello che facevamo prima; in effetti noi abbiamo una
risposta istintiva che sulla base delle informazioni che vengono dall'esterno
viene capovolta, modificata.
Questo fa pensare che nel corso di tutta la
filogenesi i comportamenti innati si siano modificati milioni di volte
adattandosi di volta in volta a cambiamenti ambientali.
Il problema è che
secondo la teoria neodarwinista deve essere supposto un passaggio da acquisito
ad innato che in realtà non avviene (di tutto ciò che imparo, ai miei figli non
rimane niente); l'unico modo affinché un comportamento divenga ereditario è che
avvengano mutazioni casuali nel punto giusto del DNA, e solo allora si
installerà un circuito innato diverso da quello che c'era
prima.
Anche l'evoluzione dell'Uomo è in
discussione. L'albero genealogico fornitoci dagli evoluzionisti viene sconvolto
da sempre nuove scoperte, che spingono i nostri presunti "progenitori comuni fra
uomo e scimmia" alla posizione di rami collaterali. L'uomo di Neanderthal,
estintosi "solo" 25 mila anni fa (già esisteva l'uomo moderno), non solo ha
perso il posto di nostro "antenato", ma anche quello di parente collaterale. Due
studi recenti hanno ricavato il DNA del Neanderthal: è cosi diverso dal nostro,
che le due specie non potevano unirsi ed avere prole. Era una umanità aliena. Da
poco in Spagna (ad Atapuerca) è stato trovato il fossile d'un uomo di 780 mila
anni, eppure completamente moderno. Così moderno che gli imbarazzati
evoluzionisti hanno creato una specie apposta per lui: Homo Antecessor ("che
precede gli altri") (1).
A più riprese, dai tempi di
Darwin, gli evoluzionisti hanno creduto di ravvisare in fossili resti di
ominoidi, gli ipotetici comuni antenati di uomini e primati, nonché di ominidi,
razze simili all'homo sapiens, ma ancora sottosviluppate, subumane. Nel 1932,
per esempio, fu scoperto in India un fossile, i frammenti di una mandibola e di
alcuni denti, che pareva qualcosa di diverso dall'uomo e dai primati in genere.
"Un ominide" fu l'immediata ipotesi dei ricercatori darwiniani. La ragione della
supposizione era che i denti incisivi e i canini del fossile erano più piccoli
di quelli dei primati moderni. Ma dopo 40 anni di studi sul supposto ominide
chiamato Ramapithecus, Robert Eckard, paleontologo dell'università di
Pennsylvania, è arrivato alla conclusione, accettata dalla maggior parte dei
ricercatori, che "dal punto di vista morfologico, ecologico e del comportamento"
il Ramapithecus e altri fossili del genere sembrano essere stati dei primati. Un
altro ipotetico antenato dell'uomo è stato considerato fino a poco tempo fa
l'Australopithecus, nome attribuito a un considerevole numero di fossili
scoperti nell'Africa orientale da diversi paleontologi, fra cui Louis Leakey. Si
riteneva, ma non tutti erano d'accordo, che l'Australopithecus fosse vissuto dai
due ai tre milioni di anni fa. Si disse che era stato in grado di camminare in
posizione eretta come l'uomo e che inoltre aveva usato alcuni strumenti
piuttosto rudimentali. Ma dopo anni di studi e di dispute Richard Leakey, figlio
di Louis, anche egli paleontologo, ha potuto stabilire che "l'ominide" aveva
braccia lunghe e gambe corte, che probabilmente non aveva un comportamento
eretto e che il suo cervello era di appena 500 centimetri cubici. Un'altra
varietà di primate, insomma. Un altro caso clamoroso è quello dell'Uomo del
Nebraska che i paleontologi americani avevano "ricostruito" in base a un dente
trovato appunto in quello Stato. Finché fu appurato senza possibilità di dubbio
che il dente era appartenuto a un suino (2).
***
(1) Maurizio Blondet,
Darwin alle corde? tratto da Il Timone, n. 10 Novembre/Dicembre
2000
(2) Duane Gish, intervista a Panorama, 2.2.1981. Duane Gishil,
biochimico che ha collaborato fra l'altro alle ricerche del premio Nobel Vincent
Du Vigneaud sulla sintesi di ormoni.
Quando pensiamo all'evoluzione umana, ci vengono
Partendo da minuscoli frammenti
come questo, gli evoluzionisti costruiscono dei grandi modelli raffiguranti non
la persona o l'animale come erano, poiché è impossibile saperlo, ma come
avrebbero dovuto essere per adattarsi alla teoria evoluzionistica. Questa è
un'accusa grave, ma cercherò di provarla. Per prima cosa riconosco subito che
non tutti i casi sono gli stessi e che a volte le ossa forniscono al disegnatore
un ausilio per il disegno che deve fare, ma il numero delle ossa in possesso
degli scienziati è molto limitato. Esaminiamone alcune che sono state ritenute
le più importanti.
L'uomo di Piltdown (di solito, come in questo caso,
ai fossili considerati nella linea umana, è stato dato il nome del luogo in cui
sono stati trovati), costituì una delle più importanti scoperte di fossili
umani. Esso venne rinvenuto in una cava di ghiaia nel Sussex, in Inghilterra,
nel 1912, e venne generalmente usato come prova convincente dell'evoluzione
dell'uomo in testi pro evoluzionisti. L'Enciclopedia Britannica, la più
autorevole nella lingua inglese, lo considerava il secondo per importanza, fra i
fossili che dimostravano l'evoluzione dell'uomo. Degli artisti evoluzionisti,
partendo da un pugno di ossa, crearono i loro modelli e i loro disegni per musei
e per libri di testo. Dopo molti anni si scoprì che l'uomo di Piltdown non era
che una burla premeditata! La mascella era quella di una scimmia antropomorfa ed
il cranio quello di un uomo moderno, malgrado il fatto che rapporti compilati da
esperti affermavano trattarsi di un essere tanto primitivo che si dubitava
avesse potuto parlare. Tanto la mascella quanto i denti erano stati alterati
perché sembrassero antichi. Uno degli ossicini del naso proveniva probabilmente
da un'altra parte del corpo di un animale di piccole proporzioni.
Mentre
da un lato non dimostra l'evoluzione, l'uomo di Piltdown dimostra la difficoltà,
se non l'impossibilità di ricostruire con precisione uomini che non vivono più.
Alcuni scienziati, sin dall'inizio, si mostrarono scettici circa l'uomo di
Piltdown, com'è avvenuto anche per altri fossili umani. Tuttavia fu quarant'anni
dopo che esso venne infine discreditato. Oggi le statue dell'uomo di Piltdown
sono state rimosse dai musei e i disegni che lo rappresentavano dai libri,
benché il danno da esso arrecato [...] sussista ancora nella vita di molti. E'
lamentevole che non si sia più guardinghi nell'insegnare agli scolari, come
fatti, cose che scienziati di fama ritengono dubbie.
Un altro fossile
che era stato accolto come un progenitore del genere umano fu l'uomo del
Nebraska, anche chiamato con il suo più altisonante nome scientifico
Hesperopiteco. Si trattava, in pratica, di null'altro che di un dente, ma
era tutto quello che era necessario perché degli esperti costruissero l'intero
uomo che, naturalmente, aveva proprio l'aspetto sognato da un evoluzionista.
Attualmente forse si continuerebbe a [...] (insegnare e divulgare le teorie
costruite e confermate su quella) scoperta (se non si fosse capito) che si
trattava del dente di un porco e non di un uomo.
Questi esempi servono a
metterci in guardia contro la grande eventualità di errori nell'interpretazione
delle prove fornite dai fossili, allorquando si ha un'idea preconcetta con la
quale si vuol far calzare tutto.
La grandezza della scatola cranica e la
grandezza e la forma delle altre ossa vengono usate per determinare il grado di
evoluzione. Ma va ricordato che anche fra le persone viventi oggi esiste una
grande differenza. Le ossa del pigmeo attuale o dell'aborigeno australiano
paragonate a quelle di un giocatore di pallacanestro mostrano una grande
differenza e, se poste nell'ordine giusto, potrebbero servire per dimostrare o
l'evoluzione o la degenerazione per coloro che non sapessero che queste persone
sono vissute nella stessa epoca. Per mostrare una diversità nei confronti
dell'uomo moderno è realmente necessario paragonare gli ossi fossili con quelli
dell'uomo moderno più specificamente simile e non con l'uomo medio.
Provare l'età dell'uomo fossile comporta un certo numero di altre
difficoltà, una delle quali è costituita dal fatto che si ha l'abitudine di
seppellire i morti invece di lasciarli negli strati nei quali hanno vissuto e
camminato. Questa abitudine potrebbe creare un'enorme differenza se la regione
nella quale vivevano avesse subito un'erosione, poiché basterebbe scavare di
poco per porre il morto in strati formatisi molti anni prima. Un'altra
difficoltà è che i fossili non si formano normalmente, se non si è verificata
una pressione, di solito sotto l'acqua. In condizioni ordinarie i corpi si
decompongono. E a rendere più complicato il problema, gli scheletri non vengono
di solito rinvenuti insieme, ma in pezzi sparsi qua e là.
Alle
difficoltà sopra menzionate si aggiunge quella costituita dalla datazione,
generalmente molto incerta, in quanto basata sulla speranza che sia vera
l'evoluzione che essa cerca di provare. Si tratta di stabilire l'età dei fossili
mediante l'età degli strati che li contengono, la quale è di solito a sua volta
determinata dall'età dei campioni fossili contenutivi. La difficoltà di
datazione dei fossili umani è ancora più evidente poiché per il periodo del
Pleistocene, nel quale, secondo gli evoluzionisti, si sviluppò l'uomo, si hanno
poche prove di evoluzione di altre forme di vita e si manca perciò di fossili
guida. Si cerca di fissare una data per questo periodo mediante i cambiamenti
climatici, e la sua durata sarebbe stabilita sulla base delle ere glaciali. Il
numero delle ere glaciali postulate per l'America varia da una a cinque, ma il
più comunemente indicato è di quattro. Il completo accordo manca ancora e le
prove raccolte in altre parti del mondo non contribuiscono molto ad appoggiare
l'idea di quattro ere glaciali. Per esempio «nuovi studi fondamentali compiuti
da A.I. Popov cambiano radicalmente i fatti conosciuti sull'era glaciale in
Siberia occidentale. Il fenomeno dominante osservabile del Quaternario era una
vasta invasione del mare e non una glaciazione» (3).
Le prove tendono a far
pensare, secondo questi autori, che molte di quelle che erano considerate prove
di una glaciazione non erano altro che risultati del ghiaccio trasportato dal
mare. Se invece di esservi quattro distinte ere glaciali, l'erosione glaciale si
è verificata solo durante un periodo, il periodo del Pleistocene ne risulterebbe
drasticamente abbreviato.
Le parole di Frederick Johnson, che scriveva
insieme a Willard Libby, la più alta autorità riconosciuta sulla datazione
mediante il radiocarbonio, difendono la datazione col carbonio contro le
critiche mossegli da sostenitori di altri metodi e mettono anch'esse in risalto
la precarietà delle datazioni in questo periodo:
In geologia, alcune, ma non tutte le critiche circa le date ottenute mediante il radiocarbonio, sono basate su deduzioni riguardanti il comportamento di una lastra di ghiaccio attualmente inesistente. Non v'è alcuna maniera per provare o negare le ipotesi circa la velocità con la quale il ghiaccio ha avanzato o si è ritirato, il grado di precisione del tentativo di calcolare gli anni passati contando gli strati formati in fondo a vecchi laghi o il significato delle modificazioni della vegetazione (4).
Egli conclude che è « assurdo » criticare le date ottenute
mediante il carbonio sulla base di questo tipo di prove. La confusione che
risulta nella datazione di un periodo nel quale si suppone l'uomo stesse
evolvendosi viene fatta risaltare nella discussione presentata
nell'Enciclopedia Britannica circa l'ultima era glaciale: «Si constata
che la datazione mediante il radiocarbonio assegna soltanto la metà del tempo
concesso dalle più antiche valutazioni... I geologi conservatori ritengono a
proposito delle ere glaciali che si dovrebbero proseguire le ricerche per
ottenere ulteriori e più ampie informazioni. Nel frattempo si deve rispettare il
lavoro di stratigrafia, lavoro e ricerca attentamente documentati»
(5). Ciò significa che per adesso si
seguiranno le date più antiche invece di quelle ottenute mediante il
radiocarbonio che ridurrebbero il tempo della metà. Ma come vedremo esistono
prove convincenti che le date ottenute mediante il radiocarbonio sono esse
stesse troppo antiche.
I fossili, che gli evoluzionisti hanno
considerato umani o appartenenti alla linea evolutiva dell'uomo, sono da anni
fonte di estrema confusione. La tendenza di ciascuno degli scopritori era quella
di considerare la propria scoperta come qualcosa di unico, di un tipo
completamente diverso da quella degli altri, sottraendola a volte gelosamente
allo sguardo sfavorevole dei colleghi scienziati.
E' emersa nondimeno
una quadruplice classificazione dei presunti anelli di congiunzione fra l'uomo e
gli animali inferiori che è diventata la classica spiegazione dell'evoluzione
umana. Malgrado ciò, la storia della ricerca di una connessione tra l'uomo e gli
animali è la storia di un processo continuo di scoprire e scartare un
presupposto anello di congiunzione dopo l'altro, allorché si scoprono fossili di
uomini che vissero prima degli intermedi. Ciò sta spostando la ricerca di una
forma intermedia a strati sempre più vecchi. Mostreremo più avanti che c'è
qualche evidenza nei fossili che ci consente di prevedere la continuazione di
questo processo fino agli strati più vecchi. Nel frattempo, bisogna leggere ciò
che segue realizzando che tutti gli anelli di congiunzione di questo classico
sistema di classificazione sono già stati scartati. Nel 1972 quando Richard
Leakey trovò il cranio 1740, che menzioneremo più avanti, dichiarò che ciò
eliminava completamente la classica spiegazione dell'evoluzione umana e che non
aveva nulla da mettere al suo posto. A quanto pare, neppure nessun altro è stato
capace di sostituirlo, perché i testi vanno ancora presentando il vecchio
smentito sistema dell'evoluzione umana. Dunque esaminiamo questo sistema
iniziando dall'anello più antico.
L'Australopiteco
Si tratta di
animali simili a gorilla, almeno per quel che riguarda la cresta ossea rinvenuta
a volte alla sommità del cranio e le dimensioni del cervello. I denti sono
tuttavia alquanto simili a quelli dell'uomo. Inoltre è probabile che questi
esseri camminassero in posizione eretta. Di essi si sa ben poco altro, poiché i
fossili rinvenuti sono pochi e frammentari. I fossili più noti appartenenti a
questo gruppo sono lo Zinjantropo e l'Homo habilis, rinvenuti in Africa dal
dottor Leakey.
Il più completo di questi ritrovamenti effettuati dal
Leakey è un cranio che, al momento del suo rinvenimento era sminuzzato in più di
quattrocento pezzi ritrovati setacciando tonnellate di terra fra le quali erano
sparsi. Occorse più di un anno per mettere insieme i pezzi, ed un collega del
Leakey disse che era come ricostituire un uovo schiacciato da un autocarro
(6).
Malgrado la forma
di tali pezzi, non solo il cranio è stato ricostruito in maniera da soddisfare i
requisiti dell'evoluzione, ma sono state presentate illustrazioni del suo
aspetto completo di barba. Mentre, di solito, ricostruzioni di tal genere
vengono eseguite con grande cautela e mettendo in guardia circa i loro limiti,
sventuratamente esse sono spesso impiegate da altri per «smerciare» l'evoluzione
agli scolari, senza il beneficio delle riserve e delle messe in guardia espresse
al riguardo.
I metodi convenzionali di datazione facevano risalire lo
Zinjantropo a più di seicentomila anni or sono. Il metodo del potassio e argon,
ad un milione e settecentomila anni (7).
La maggior parte delle
autorità, oggi sostiene che l'uomo moderno non si è sviluppato
dall'Australopiteco, ma che invece tutti e due provengono da qualche altro
animale ancora sconosciuto.
II Pitecantropo o Homo erectus
Il
secondo gruppo è quello del Pitecantropo che si ritiene avesse caratteristiche
intermedie fra la famiglia dell'Australopiteco e noi e che sarebbe vissuto mezzo
milione di anni or sono.
Fra i fossili più importanti di questo gruppo
c'è il Sinantropo, anche conosciuto sotto il nome di uomo di Pechino, poiché
questi fossili furono rinvenuti in Cina, nei pressi di Pechino. Questi
avanzi consistevano soprattutto in denti, mandibole e parti di
quattordici crani che presumibilmente erano stati fracassati per poterne
mangiare il cervello che, per ciascun cranio, costituiva una quantità di carne
che andava dai cm3 915 ai 1225. Insieme a questi fossili c'erano
prove dell'uso del fuoco e di utensili. Tutti questi fossili sono apparentemente
andati perduti nel tentativo di farli uscire dalla Cina durante la seconda
guerra mondiale.
L'altro ben noto rappresentante di questo gruppo è
l'uomo di Giava, di cui si hanno una calotta cranica ed un femore. Fu rinvenuto
dapprima da Eugène Dubois insieme ad altri crani umani ordinari di cui egli non
fece cenno per trent'anni, fino a quando l'uomo di Giava non fu comunemente
accettato. Più tardi vennero rinvenute parti di quattro altri crani, alcuni
denti e frammenti di mandibole e di femori. I femori sarebbero stati identici a
quelli dell'uomo moderno. Ciò attribuisce all'uomo di Giava, una posizione di
rilievo nell'evoluzione, poiché alcuni descrivono la testa del Pitecantropo come
simile a quella di una scimmia antropomorfa. Tuttavia, poiché furono trovati
anche crani umani normali, esiste sempre la possibilità che le gambe
accompagnassero i crani umani e non l'uomo di Giava, poiché tutto fu trovato
nella ghiaia depositata sull'argine di un fiume. Se vivevano ambedue nella
stessa epoca, si escluderebbe così l'importanza dell'uomo di Giava dal punto di
vista evolutivo. Per quel che riguarda i denti, tuttavia, essi
rassomiglierebbero a quelli umani sotto molti aspetti, ma ne differirebbero
sotto altri.
Nel riportare questi «fatti» a proposito del Pitecantropo e
dell'Australopiteco, ho cercato di essere quanto più obiettivo possibile e di
presentare il pensiero corrente della maggioranza. Ma le autorità in questo
campo sono in disaccordo fra loro e anche riguardo alle proprie precedenti
affermazioni, sia a proposito delle opinioni circa l'evoluzione, sia circa il
volume cerebrale, l'uso del fuoco e degli utensili degli uomini o degli animali
cui appartengono i fossili, o di altri che abitarono la caverna molti anni dopo,
ecc. Tutto ciò che si può realmente dire, quindi, è che il Pitecantropo e
l'Australopiteco vivevano un tempo ma che ora sono estinti. Come si dirà anche
nella parte riguardante l'anatomia comparata, le interpretazioni dipendono dalle
opinioni basilari di coloro che interpretano. Se pensano che la somiglianzà
debba per forza mostrare derivazione, vengono ad una conclusione. Se pensano
invece che la somiglianzà di disegno indichi la creazione dallo stesso creatore
arrivano ad una conclusione diversa.
E' possibile che Dio abbia creato
l'Homo erectus così come era.
Un'altra possibile spiegazione è quella
che esso fu prodotto da mutazioni, che operando nella loro solita direzione in
persone normali diedero origine ad una razza degenerata.
Un'affascinante
ma non tanto probabile variazione è quella dell'evoluzionista dott. Geoffrey
Bourne, un noto primatoloeista il quale ritiene che sia la scimmia ad essersi
sviluppata dall'uomo! (8) Poiché
per lungo tempo l'Homo erectus è stato considerato dagli evoluzionisti un anello
di congiunzione fra l'uomo e la scimmia e ora sembra che l'uomo sia vissuto
assai prima dell'Homo erectus, il dott. Bourne pensa che il primo Homo erectus,
si sviluppò dall'uomo e poi la scimmia dall'Homo erectus! Sebbene il dott.
Bourne non abbia convinto molti che la scimmia si sviluppò così dall'uomo, il
fatto che un coltissimo ed eminente scienziato ritenga che la prova si dovrebbe
interpretare proprio in maniera opposta a quella normalmente impiegata dagli
altri evoluzionisti, mostra quanto in effetti sia debole l'evidenza a favore
dell'evoluzione umana.
L'uomo di Neanderthal
Anche a proposito
dell'uomo di Neanderthal i malintesi sono stati altrettanto grandi come nel caso
dell'inganno di Piltdown. In merito a ciò, l'Enciclopedia Britannica
dice: «La concezione popolare, secondo cui questi individui avevano stazione
goffa ed andatura dinoccolata con ginocchia piegate, sembra sia dovuta in larga
parte all'erronea interpretazione di certe caratteristiche delle ossa delle
ginocchia di uno degli scheletri di Neanderthal scoperti agli inizi del XX
secolo» (9).
Rivedo
questo nel 1979. Da cento anni ci si serve dell'uomo di Neanderthal per
insegnare l'evoluzione. Il materiale fossile a nostra disposizione è di gran
lunga più abbondante per l'uomo di Neanderthal che per gli altri gruppi che
abbiamo già esaminato. La maggior parte di esso è stato a nostra disposizione da
anni; alcuni di questi fossili da prima di quello impiegato per
l'interpretazione evolutiva, ma solo negli ultimi anni, con la scoperta che
uomini moderni esistevano molto prima di quelli di Neanderthal si comincia a
cessare di servirsi di lui come un anello nell'evoluzione dell'uomo! Come i
musei dovettero disfarsi delle statue dell'uomo di Piltdown, adesso stanno
cambiando quelle di Neanderthal. Cito l'estratto di un articolo del «Portland
Oregonian» degli inizi del 1971, circa il cambiamento delle statue dell'uomo
di Neanderthal al Chicago Field Museum of Natural History. Esso si intitola:
«Lento avanzamento dell'uomo di Neanderthal» (in un'epoca in cui si può
raggiungere la luna in un paio di giorni, lento è senz'altro il termine da
impiegare!).
«L'idea che si aveva dell'uomo di Neanderthal era quella
di un povero scemo peloso e tanto curvato che le dita si trascinavano per terra,
mentre gli occhi incavati scrutavano da sotto massicce sopracciglia cercando
carne.
In primo luogo -diceva Cole- l'uomo di Neanderthal stava ritto
come noi. Il capo era eretto, ben disposto sulla colonna vertebrale, altrimenti
avrebbe perso l'equilibrio.
Aveva un buon volume cerebrale e non c'era
quella sorta di gobba muscolosa che andava dalle spalle al collo, come appariva
invece nella vecchia immagine da sostituire».
Poiché gran parte del ragionamento in favore dell'evoluzione è basato sul minor volume cerebrale del Pitecantropo e dell'Australopiteco, è interessante notare che il volume cerebrale medio dell'uomo di Neanderthal è maggiore di circa cm3 100 rispetto a quello medio dell'uomo odierno che è di cm3 1350 (10). E' anche interessante osservare quanto poco importante divenga la questione del volume cerebrale quando ci occupiamo di volumi cerebrali più grandi di quelli dell'uomo di oggi invece che di quelli più piccoli. A proposito di tale ragionamento, il ben noto antropologo M. F. Ashley Montague scrive:
«Paragonato all'uomo moderno, l'uomo di Neanderthal si distingue per la fronte molto meno schiacciata di quanto appaia, in quanto l'apparenza viene accentuata dalla presenza di arcate sopraccigliari molto sviluppate... Nonostante il fatto che le conclusioni relative all'intelligenza dedotte dalla forma della testa siano state da tempo dimostrate infondate, vi sono tuttavia alcuni studiosi i quali, dimentichi di questo fatto, asseriscono che l'uomo di Neanderthal non doveva esser molto intelligente, poiché aveva sopracciglia alquanto più sporgenti delle loro. Resta il fatto che, entro una certa gamma di variazioni, né il volume, né la forma, né la misura del cervello degli ominidi si trova legato minimamente all'intelligenza. Individui il cui cervello non superava i cm3 750 si sono dimostrati d'intelligenza perfettamente normale. E' noto che persone con fronte bassa non sono mentalmente né migliori né peggiori di quelli che l'hanno alta...» (11).
Le epoche che oggi sono assegnate ai
fossili di Neanderthal variano dal 30.000 al 60.000 a.C. Però a volte si sentono
ancora date fino al 150.000 a.C. prima attribuite ad essi. I fossili che vengono
ritenuti più antichi dimostrano essere quelli maggiormente simili all'uomo
moderno (12), mostrando che egli si è sviluppato da
noi e non viceversa. L'uomo di Neanderthal prova semplicemente che l'uomo ha una
terribile tendenza a forzare l'evidenza perché questa coincida con le sue
teorie. Ci si chiede quante altre prove date dai fossili in favore
dell'evoluzione verrebbero a cadere se se ne sapesse qualcosa di più a loro
riguardo, o se ciò che sappiamo già non fosse interpretato partendo da
presupposti evoluzionistici.
Per riassumere, allora, l'insegnamento che
l'uomo si sarebbe evoluto dall'uomo di Neanderthal che camminava piegato ed era
stupido, è stato basato sull'immaginazione degli evoluzionisti e su di un
fossile che aveva una malattia delle ossa. Questo è stato un errore molto più
grave di quello dell'uomo di Piltdown, in quanto che esistevano molti scheletri
di Neanderthal che mostravano che tutti gli altri camminavano ritti come noi.
L'Homo sapiens (l'uomo moderno)
L'uomo di Cro-Magnon sarebbe
l'autore dei famosi dipinti cavernicoli che si fanno risalire ad un periodo che
va da 34.000 a 10.000 anni a.C.. Questi dipinti mostrano una esecuzione uguale a
quella di artisti moderni. Particolarmente famosi sono i dipinti rinvenuti a
Lascaux, in Francia, e che risalirebbero a 30.000 anni a.C., ma che il metodo di
datazione col radiocarbonio pone intorno all'ottavo millennio a.C. Poiché ciò
non si accorda con la teoria della grande antichità di questi dipinti, queste
date vengono respinte, col pretesto ch'esse mostrano semplicemente che la
caverna era ancora abitata a quell'epoca (13). Non viene però spiegato come mai dopo
20.000 anni di esposizione al fumo dei fuochi accesi dai cavernicoli (dai cui
carboni vengono le date) quei dipinti potessero apparire ancora vivi e in buono
stato.
E' interessante notare che il cervello dell'uomo di Cro-Magnon
aveva una capacità di cm3 1550-1750, cioè di cm3 200-400
superiore a quella dell'uomo moderno (14).
Il Cranio di Swanscombe,
rinvenuto nel 1935 era considerato dagli evoluzionisti come uno dei più antichi
fossili umani normali. «Misurate valutazioni basate su considerazioni di natura
geologica danno un'antichità di non meno di 100.000 anni, oppure, secondo la
prova potassio-argon, probabilmente almeno 200.000 anni!» (15). Il cranio di Steinheim costituisce un
altro fossile ritenuto appartenente allo stesso periodo del cranio di
Swanscombe.
La prova che prima dell'epoca di Neanderthal vi erano uomini
normali avrebbe dovuto dimostrare agli evoluzionisti che questi non erano
provenuti dall'uomo di Neanderthal, ma non fu così. Questo fatto mostra quale
sia la confusione esistente a proposito dei fossili umani.
Nel
1965 venne rinvenuto a Vértesszöllös l'uomo d'Ungheria, fossile di
particolare importanza poiché si ritiene che siano ben definite le epoche dei
vari strati di quella zona (16).
All'epoca in cui si stabilì la sua datazione, l'uomo d'Ungheria venne
classificato come Pitecantropo, perché concordava con l'età di 400.000 anni
assegnatagli (17). Successivi
esami dei fossili hanno mostrato invece che si trattava di esempi di Homo
sapiens (18). Poiché esisteva
quasi nell'epoca stessa del Pitecantropo una delle nostre attuali specie, ciò
rendeva quasi impossibile la nostra evoluzione da lui e molto difficile quella a
partire dall'altro candidato l'Australopiteco.
Il ritrovamento del
cranio 1740, avvenuto ad opera di Richard Leaky nel 1972, sembra aver eliminato
ancora più definitivamente dalla linea dei nostri possibili progenitori sia
l'Homo erectus che l'Australopiteco. Il cranio 1740 fu trovato in strati che si
suppone si fossero formati milioni di anni prima dell'Homo erectus e
contemporaneamente con l'Australopiteco, ma è essenzialmente di forma umana. La
massa cerebrale (si riferisce sia stata di 800 cm3) era alquanto
piccola per accertare se si trattava di un essere umano o di un animale estinto.
Comunque se non apparteneva a un essere umano, la prova, confermata da scoperte
successive, indica che il possessore del cranio 1740 era più simile all'uomo che
non gli uomini scimmia dai quali, comunemente, ci è stato insegnato ci siamo
evoluti. Una di queste scoperte successive consiste in orme umane trovate nel
1979 che, secondo Mary Leakey, stabiliscono il fatto che 3.600.000 anni fa
l'uomo camminava ritto come noi.
Molte persone autorevoli
concorderebbero con la dichiarazione di Leakey che il cranio 1740 respinge tutto
quanto si era creduto precedentemente intorno all'evoluzione umana e che non è
chiaro che cosa si dovrebbe mettere al suo posto.
Ciò non costituisce
tuttavia un grave colpo per l'evoluzione come potrebbe sembrare, poiché molti
evoluzionisti seri avevano già eliminato queste come eventuali possibilità ed
essendo restati sforniti di qualcosa di ragionevole su cui appoggiare, si erano
trincerati dietro l'illusorio «antenato comune». Poiché la caratteristica
dell'antenato comune sembra sia quella di non lasciar fossili, è ancor più
difficile provare che non siamo suoi discendenti. Ci sono anche alcuni che
suggeriscono come nostro progenitore un dente chiamato Ramopiteco del quale non
si conosce quasi niente.
***
(1) Tratto da Tommaso
Heinze, Creation vs. evolution handbook, Ed. Centro Biblico Napoli, 1973,
cap. 1.
Impasse dell'evoluzionismo (1)
Gli esseri umani camminano eretti sui loro due piedi.
Questo un tipo di locomozione è molto speciale in quanto non è presente in
nessun'altra specie. Alcuni animali hanno una limitata capacità di movimento
poggiando sulle zampe posteriori. L'orso e la scimmia, ad esempio, possono
procedere in tal modo solo in rare occasioni e per breve tempo, quando vogliono
raggiungere una fonte di cibo. Normalmente il loro scheletro è inclinato in
avanti e in posizione quadrupede.
La locomozione bipede si sarebbe, allora,
evoluta dall'andatura quadrupede delle scimmie come affermano gli evoluzionisti?
Sicuramente no.
Le ricerche hanno dimostrato che l'evoluzione verso la
locomozione bipede non è mai avvenuta, né ciò sarebbe possibile, principalmente
in quanto questo carattere non rappresenta un vantaggio evolutivo. Il modo in
cui si muovono i primati è molto più facile, veloce ed efficiente di quello
degli uomini. Un uomo non potrebbe mai saltare da un ramo all'altro come uno
scimpanzé, né correre alla velocità di 125 km orari come un ghepardo. Al
contrario, l'andatura bipede dell'uomo è molto più lenta sul terreno. Per la
stessa ragione, è la specie più indifesa in natura in termini di movimento e
protezione. Secondo la logica dell'evoluzione, le scimmie non avrebbero dovuto
evolversi verso la locomozione bipede: gli umani, piuttosto, sarebbero dovuti
diventare quadrupedi.
Un'altra impasse dell'evoluzionismo è che la
locomozione bipede non è funzionale al modello dello "sviluppo graduale" del
darvinismo, il quale richiede un passo "scalare" tra l'una e l'altra postura.
Nondimeno, grazie ad alcune ricerche condotte al computer nel 1996, il
paleoantropologo inglese Robin Crompton ha dimostrato che tale passo scalare non
sarebbe stato possibile. Lo studioso è pervenuto alla conclusione che un essere
vivente può camminare eretto o a quattro zampe (2). Un tipo di
passo intermedio è impossibile a causa dell'estremo consumo di energia che
comporterebbe. Questa è la ragione per cui è impossibile che sia esistito un
mezzo-bipede.
L'immensa distanza tra l'uomo e la scimmia non si limita solo
alla locomozione bipede. Molti altri problemi restano insoluti, quali le
capacità cerebrali e verbali. A questo riguardo, la paleoantropologa
evoluzionista Elaine Morgan confessa:
"Quattro dei misteri più insolubili
dell'uomo sono:
1) Perché cammina su due gambe?
2) Perché ha perso la
pelliccia?
3) Perché ha sviluppato un cervello così grande?
4) Perché ha
imparato a parlare?
Le risposte ortodosse a queste domande sono:
1) 'Non
lo sappiamo ancora';
2) 'Non lo sappiamo ancora';
3) 'Non lo sappiamo
ancora';
4) 'Non lo sappiamo ancora'.
La lista delle domande potrebbe
essere considerevolmente estesa senza intaccare la monotonia delle risposte."
***
(1) Tratto da
H. Yahya, L'inganno dell'evoluzione.
(2) Ruth Henke, Aufrecht aus
den Baumen, Focus, Vol 39, 1996, p. 178
Il modello neo-darvinista sostiene che la vita si è
evoluta per mezzo di due meccanismi naturali: la "selezione naturale" e la
"mutazione" che avrebbero agito come due meccanismi complementari. La mutazione
origina le modificazioni negli organismi viventi. I caratteri determinati dalle
mutazioni vengono avvantaggiati dai meccanismi della selezione naturale, i quali
causano l'evoluzione.
Un'indagine approfondita di tale teoria permette di
scoprire che non esiste assolutamente un tale meccanismo evolutivo, in quanto né
la selezione naturale né la mutazione offrono alcun contributo alla supposizione
che le specie differenti si siano trasformate ed evolute l'una dall'altra.
Georges Salet [Docente universitario,
profondo conoscitore delle maggiori questioni scientifiche del nostro tempo]
spiega che la reale variabilità del mondo vivente può riassumersi nella seguente
proposizione: "Gli organismi si modificano a caso. Ogni modificazione
(mutazione) che corrisponde al MIGLIORAMENTO di un organo è automaticamente
selezionata" (2). Ed ecco, invece, ciò che gli
evoluzionisti, al seguito di Darwin, continuano a insinuare: "Gli organismi
si modificano a caso. Le modificazioni (mutazioni) che corrispondono
all'APPARIZIONE di una nuova funzione (e quindi, in senso lato, di un nuovo
organo) SONO automaticamente selezionate" (3).
Le due proposizioni, come si
vede, differiscono per le parole scritte in maiuscolo:
> "mutazione", che
era singolare, è diventata plurale;
> "miglioramento" è diventato
"apparizione".
Questi cambiamenti, apparentemente banali, sono tali da
trasformare una proposizione esatta in un sofisma. Infatti è chiaro che la
selezione naturale può intervenire sul mutante soltanto dopo che si sono
verificate tutte le mutazioni necessarie alla comparsa del nuovo organo o
della nuova funzione, cioè soltanto dopo che il nuovo organo è
completamente costituito ed è in grado di esplicare perfettamente la nuova
funzione: la selezione non può in alcun modo trattenere mutazioni intermedie
perché non corrispondono ad alcunché di compiuto nell'organismo; anzi, un
individuo in un simile stato sarebbe svantaggiato rispetto agli individui
originali e la selezione naturale provvederebbe a cancellarlo in breve tempo
dalla faccia della Terra. Per esempio, un essere vivente dotato di un organo a
mezza strada tra una pinna e un arto non è né un pesce capace di nuotare
nell'acqua, né un animale da terraferma. Un organo come un arto implica
ossa, che ne assicurino la rigidità; articolazioni, che ne
assicurino la mobilità, e muscoli, tendini e nervi,
che ne assicurino la forza. Parlare di formazione progressiva e lenta
degli arti è un puro esercizio verbale, privo di ogni riscontro scientifico. La
selezione naturale non avrebbe nulla su cui agire.
Dietro una simile
concezione circa il ruolo della selezione, oltre al misconoscimento dei fatti,
vi è una cattiva comprensione dei concetti di "organo" e di "funzione". Nei
trattati, nei libri di scuola e in ogni articolo sull'evoluzionismo, spesso si
dice che un organo nuovo compare in forma molto semplice e che, in
seguito, esso si perfeziona sotto il controllo della selezione come se,
afferma Salet, bastasse "un poco di organo" per avere assicurata anche
"un poco di funzione" (4). Gli evoluzionisti dimenticano che il
"diagramma" della funzione svolta da un organo è del tipo "tutto o niente",
proprio come accade per le macchine: nessun funzionamento fino a quando
non sono a posto tutti i dispositivi componenti della macchina. Lo sanno
bene gli automobilisti, dice Salet, che "senza carburatore o senza
dispositivo di accensione un'auto non viaggia "meno bene": non viaggia
affatto" (5).
Di
fatto, una via di uscita esiste, ed è quella di ritenere che le mutazioni
relative alla comparsa di un organo nuovo e di una nuova funzione avvengano
tutte simultaneamente, così che la selezione può intervenire subito per
conservare il risultato finale. Come si comprende, il problema si sposta verso
il calcolo delle probabilità, poiché occorre stabilire che valore di probabilità
hanno mutazioni casuali di verificarsi simultaneamente e di costruire qualcosa
di nuovo.
Quella che sembra una via di uscita pone, in realtà, quesiti
ancora più gravi dei precedenti e, ancora una volta, gli evoluzionisti
propongono soluzioni illusorie.
***
(1) Tratto da
Luciano Benassi, Mistificazioni evoluzionistiche e matematica, in
Cristianità n. 95 (1983).
(2) G. Salet,
Hasard et certitude. Le Transformisme devant la biologie actuelle, cit.,
p. 212.
(3) Ibidem.
(4) Cfr. ibid., p. 214.
(5)
Ibidem.
La selezione in atto (Biston Betularia)
Biston Betularia rappresenterebbe un
esempio di selezione in atto e di evoluzione all'opera e pertanto una conferma
definita "definitiva" della validità dell'evoluzione darwiniana.
Per
tale motivo sono stati avviati molti esperimenti per dimostrare come l'agente
principale dell'evoluzione fosse la predazione differenziale da parte degli
uccelli.
Ma tutto ciò e
assolutamente secondario nella nostra trattazione.
A nostro avviso, non
è rilevante se gli esperimenti siano condotti con rigore scientifico, sebbene
Robert Matthews sul Sunday Telegraph si sia espresso affermando che "gli
evoluzionisti ammettono che uno degli esempi prediletti dagli evoluzionisti
della teoria darwiniana, l'incremento ed il decremente di Biston Betularia) è
fondato su una serie di grossolani errori scientifici. Gli esperimenti condotti
sulla falena negli anni cinquanta, creduti a lungo una prova a favore della
selezione naturale, sono ormai ritenuti privi di valore, perché erano stati
progettati in modo da dare la risposta desiderata (3).
Né mettiamo in dubbio la buona
fede degli scienziati sebbene definiti, sempre da Coyne, "scienziati ambiziosi
che ignorano la verità per procurarsi fama e riconoscimenti".
Per noi il
problema principale è che la disputa va spostata molto più a monte. E'
l'impostazione del problema errato; secondo Majerus "L'evoluzione biologica si
definisce come un cambiamento della frequenza di un allele nel tempo" e dato che
la frequenza degli alleli della Biston Betularia si sono modificati nel tempo,
ne deriverebbe che "questa è una prova inoppugnabile dell'evoluzione biologica"
(4).
Che le frequenze si
siano modificate nel tempo è indubbio; che queste modifiche siano state causate
dalla predazione differenziale degli uccelli è plausibile, ma che ciò voglia
essere usato come conferma di un intero processo evolutivo è, quanto meno
esagerato.
Abbiamo solo dimostrato che il fenotipo più visibile (meno
mimetizzabile) viene individuato, e quindi mangiato, più facilmente dai
predatori. Queste falene probabilmente impareranno a scovare, se lasciate in
pace dagli evoluzionisti, nascondigli più efficaci oppure, accontentiamo gli
evoluzionisti, moriranno tutte. E allora? Il loro allele rimarrà presente nelle
falene diverse e continueranno a nascere falene svantaggiate che camperanno male
o magari moriranno.
Immaginiamo, sempre per accontentare gli
evoluzionisti, che dopo molti millenni, l'allele dominante si affermi, perché
avvantaggiato, e rimanga solo lui; ogni falena (tutte le falene) anno entrambi
gli alleli dominanti: in tal caso si è ripristinata la situazione originaria.
Ma la scomparsa di un fenotipo mica significa evoluzione (in senso
darwiniano)? Dov'è la possibilità di speciazione che il processo evolutivo
presuppone necessariamente?
Come dire: se le donne bionde piacciono di
più agli uomini esiste per queste un vantaggio selettivo in quanto vengono
scelte di più per i fini procreativi. Immaginiamo un mondo fatto solo di uomini
biondi e donne sia brune che bionde. Queste ultime hanno un vantaggio selettivo
e nascono pertanto più bambini biondi. Nel lungo periodo rimangano solo donne
bionde perché avvantaggiate evolutivamente. Perfetto il mondo è popolato solo da
donne e uomini biondi. I bruni sono scomparsi. E dov'è l'evoluzione? Dove la
possibilità che si generi una nuova specie o un ramo filetico della precedente?
***
(1) Jerry Coyne, Not
Black and white, in Nature, 1998 n. 396 pp. 35-36.
(2) Jerry Coyne,
Evolution under pressure, in Nature, 2002 n. 418 pp. 19-20.
(3)
Robert Matthews, Scientists pick holes in
(4) Michael Majerus,
L'evoluzione nero su bianco, in Darwin, anno 1 n. 3 pp. 37 (autore
di Melanism: evolution in action).
Meraviglie della natura
Vediamo alcuni dei tanti casi in cui
la selezione naturale non è affatto sufficiente per spiegare perché alcune
specie oggi hanno determinate caratteristiche.
Ci sono in natura delle
situazioni estremamente peculiari dove una specie si sarebbe evoluta verso delle
forme tali da non essere direttamente avvantaggiate ma da avvantaggiare un'altra
specie.
Ad esempio ci sono vespe solitarie il cui maschio non è accettato
dalla femmina, perché non ha l'odore specifico; alcune orchidee però lo
producono: il maschio si strofina in queste operando così l'impollinazione e,
arricchito dell'odore specifico, viene accettato dalla femmina: la vespa femmina
si sarebbe evoluta verso una forma che avvantaggia l'orchidea (1).
Ma la
vespa che vantaggio ne avrebbe avuto da questo strano meccanismo?
I feromoni sono
composti chimici utilizzati da molti insetti per attirare i componenti del sesso
opposto, o per tracciare una via che altri componenti della colonia devono
seguire per trovare il cibo. Attirata dal profumo, la vespa si posa
sull'orchidea e tenta di accoppiarsi con essa. Infatti l'orchidea ha anche messo
a punto un labello (una specie di protuberanza) che imita quasi alla perfezione
l'addome della femmina di quel tipo di vespa. Il maschio si lancia sul labello
dell'orchidea e tenta di accoppiarsi. Il labello, a questo punto, si capovolge
insieme portando il maschio di vespa proprio nelle sacche di polline, ricoprendo
la vespa. Accortosi dell'errore, questi lascia andare il labello (che può così
tornare nella sua posizione originaria) e vola via, solo per essere ingannato da
un'altra orchideache le consentirà di essere impollinata.
Il composto,
chiamato dai ricercatori chiloglottone, è mirato specificamente a una sola
specie di vespa. Ma c'è un problema: se il maschio della vespa incontra una
vespa femmina "vera", a quel punto si ridurranno le probabilità per le orchidee
di essere impollinate. E, allora, sapete cosa ha "studiato" l'orchidea, che
vuole comunque riprodursi? Semplice: fiorisce di norma 2-3 mesi prima del
periodo in cui le femmine possono accoppiarsi e producono il feromone, ottenendo
così comunque il loro scopo. Tutti questi meccanismi evoluti insieme con un
unico obiettivo, ingannare efficacemente la vespa: c'è davvero una
premeditazione ed un finalismo che sembrano davvero inproponibili da realizzare
in maniera del tutto casuale. I ricercatori, che hanno pubblicato la ricerca
sulla rivista scientifica Science, fanno notare che in questo "affare"
l'unica che ci guadagna è l'orchidea, mentre la vespa perde tempo ed energia per
inseguire femmine inesistenti (2).
La lingua del picchio è una
"complessità irriducibile". Il noto uccellino ha una lingua lunga 15 centimetri,
quanto il suo corpo. Dove la tiene? La tiene arrotolata attorno al cranio, come
una fionda. La cosa stupefacente è che la lingua parte dal becco all'indietro,
gira attorno al cranio e ritorna al becco dalla parte opposta. Ora, non è
possibile che una lingua così straordinaria si sia "evoluta" per gradi. Il solo
fatto che sia rivolta all'indietro avrebbe reso impossibile la nutrizione a
generazioni di progenitori del picchio, finchè l'apparato non avesse raggiunto
la necessaria lunghezza.
Altro caso: il limulus, una specie di granchio
corazzato che vive sulle coste dell'Atlantico. Essere "primitivo", cugino degli
antichissimi trilobiliti (estinti da milioni di anni), è considerato un fossile
vivente, presente in strati fossili da 300 milioni di anni (e sempre uguale). Di
recente s'è scoperto che gli gli occhi del limulus, di notte, aumentano il loro
potere visivo di un milione di volte. Non sono affatto occhi "primitivi". Al
contrario: sono più sofisticati degli apparecchi elettronici a visione notturna
usati per scopi militari. Ciò che vediamo in natura è uno scoppio di fantasia
progettistica (3).
***
(1) Chauvin, La biologie de l'esprit,
pp. 75-76 in Marcozzi, Alla Ricerca dei nostri predecessori, p. 30.
(2) Focus.it.
(3) Maurizio Blondet, Darwin alle corde?
tratto da Il Timone, n. 10 Novembre/Dicembre 2000.
LOGICA E FISICA
La dottrina evoluzionista nasce come esigenza filosofica
di rottura col pensiero scientifico e dottrinale corrente.
Parlo di dottrina
evoluzionista poiché non ha neanche le lontane sembianze di una teoria
scientifica. Nasce invece come una geometrica costruzione con dei chiari
intenti.
Dopo la sua formulazione si è cercato semplicemente di adattare
scoperte e dimostrazioni a quella teoria - oramai universalmente accettata - per
tentare di renderla credibile: un incredibile cammino a ritroso contro ogni
razionalità, metodo e prassi scientifica le quali invece esigono che dallo
studio e dalla verifica di una serie di eventi, dopo un lungo ed attento esame
degli stessi si posso formulare una teoria che ogni seguente scoperta può e deve
necessariamente rimettere in discussione.
Anche a livello di logica le teorie evoluzionistiche non si auto-sostengono; esse infatti si basano su una serie di tautologie:
A rendere più bizzarra questa logica
di ragionamento ci sono varie personalità che hanno offerto il loro contributo,
come il premio nobel per la biologia Francis Crick che ha affermato che la
selezione naturale "permette che avvengano miglioramenti, e se la complessità è
vantaggiosa - come spesso è - porterà, a lungo andare, verso organismi sempre
più complicati".
Inoltre per includere nella "logica evoluzionistica"
tutti i casi presenti in natura, si tenta di giustificare in termini evolutivi
anche quei casi in cui l'evoluzione non è stata perseguita, anzi la natura è
andata in direzione opposta; si è così inventata l'evoluzione regressiva e lo
stesso Darwin con estrema serenità ha affermato che "il risultato finale [della
selezione naturale] sarà stato generalmente un progresso nell'organizzazione; in
pochi casi, invece, avrà costituito un regresso" (5). Questa
affermazione è in aperta contrapposizione con tutte le premesse dell'evoluzione
adattativa.
Quindi tutto il problema evoluzionistico viene risolto da un
"come spesso è" che spiegherebbe parte dei casi che avvengono in natura. Ed i
restanti casi che non trovano riscontro nelle affermazioni di cui sopra? Qui
l'assioma "l'eccezione conferma la regola" decisamente non è applicabile. Nel
campo scientifico si deve necessariamente affermare che l'eccezione invalida la
regola.
Da parte degli evoluzionisti si è soliti affermare che i phila
aventi un comune filogenesi sono quelli più simili fenotipicamente ed anche
genotipicamente, ma ciò e naturale visto che il fenotipo è prodotto del
genotipo; se il codice genetico è universale, cioè tutti i phila sono stati
scritti con lo stesso linguaggio di programmazione, è naturale che quanto più
simili sono le varie espressioni fenotipiche tante meno differenze si
riscontreranno nei genomi rispettivi.
Come dire: se l'uomo somiglia di
più alla scimmia che non al lombrico, il programma che serve per costruire
l'uomo e la scimmia (guarda caso) saranno più simili che non il programma
dell'uomo e del lombrico.
Ma di qui a dire che da questa evidenza ne
deriva la dimostrazione dell'evoluzione è un passo troppo lungo.
Fortunamente non tutti soggiacciono al diffuso modo di pensare
dell'evoluzionismo: Remy Gauvin, professore alla Sorbona e uno dei maggiori
biologi ed etologi dei nostri tempi, afferma che "il neodarwinismo non è che un
insieme di tautologie, che possono soddisfare solo i più ingenui".(4).
***
(1) G.
Sermonti e R. Fondi, Dopo Darwin, Critica alle teorie evoluzionistiche,
Rusconi, p. 41.
(2) Cfr.
ibid., p. 41.
(3) Cfr. ibid., p. 35.
(4) Rémi Chauvin,
La biologie de l'esprit, Rocher, Munich 1985, p. 19.
(5)
Charles Darwin, L'origine delle specie, 1859 e 1872, p.
300.
Entropia e termodinamica (1)
Nonostante tutto quello che abbiamo
visto finora, però, darwinisti e neodarwinisti insistono che l'evoluzione della
specie è un dato di fatto innegabile confermato oltre che dalle scienze
biologiche da fisica, geologia e astronomia. Tutto l'universo insomma parla di
evoluzione, anche se i suoi meccanismi non sono ancora ben noti.
Ma se
passiamo alle scienze fisiche ci accorgiamo che anche lì l'ipotesi evoluzionista
ha evidenti inconsistenze.
La prova migliore contro la dottrina
dell'evoluzione su cui gli scienziati dei due campi continuano a discutere è la
seconda legge della termodinamica che può essere enunciata così: "Esiste una
generale, naturale tendenza in tutti i sistemi osservati a passare dall'ordine
al disordine, e che riflette la dissipazione di energia disponibile per future
trasformazioni, la legge dell'entropia in continuo aumento".
Insomma, se
così si può dire, l'universo con tutte le sue creazioni sembra che tenda a
deteriorarsi, a disorganizzarsi, a precipitare forse verso il caos. Un piano
inclinato. Di fronte a questa tendenza riconosciuta si pone la tendenza della
natura, ravvisata dagli evoluzionisti, a forme sempre più complesse di
organizzazione biologica, di sviluppo, di sistemazione e di ordine.
E
qui sorge una profonda contraddizione che darwinisti e neodarwinisti non hanno
saputo mai risolvere. Un loro tentativo di spiegazione è che la seconda legge
della termodinamica si può applicare soltanto ai sistemi chiusi. Se invece il
sistema è aperto a fonti di energia esterne, allora nel sistema si può
determinare e mantenere una complessità a spese dell'energia fornita
dall'esterno.
Caso tipico, dicono gli evoluzionisti, il nostro sistema
solare. Noi, e non soltanto noi, obiettiamo che un sistema aperto non è poi per
se stesso condizione sufficiente per generare e mantenere l'ordine, dato che
l'energia incontrollata è distruttiva. Gli evoluzionisti più smaliziati se ne
rendono conto.
George Gaylord Simpson, uno dei più famosi scienziati
evoluzionisti, ha ammesso che "una semplice erogazione di energia non è
sufficiente per sviluppare e mantenere un ordine". "E' come un toro" ha aggiunto
"che irrompe in un negozio di porcellane".
***
(1) Tratto
da Richard Bliss, intervista a Panorama, 2.2.1981.
Il tempo necessario all'evoluzione (1)
Fino dai tempi di Darwin, ancora prima di individuare
nelle mutazioni la fonte della variabilità del mondo vivente, i biologi avevano
intuito le connessioni tra matematica ed evoluzione, ma nessuno tentò mai di
impostare rigorosamente il problema (37). Ancora oggi l'atteggiamento
evoluzionistico è quello di una certa "sufficienza": avendo avuto a disposizione
un periodo dell'ordine di due miliardi di anni, si ritiene sostanzialmente
inutile chiedersi cosa sia possibile o impossibile per la evoluzione in un tempo
tanto lungo. Basta attendere: il tempo compirà da solo il miracolo della
creazione della vita e della sua trasformazione. Ma non sarà un'attesa inutile?
A fronte di affermazioni gratuite e non provate, Georges Salet [Docente
universitario, profondo conoscitore delle maggiori questioni scientifiche del
nostro tempo] dimostra che la formazione casuale di un organo nuovo, anche
modesto, richiederebbe periodi di tempo di durata inimmaginabile, che, espressi
in anni, sarebbero dell'ordine di 10 seguito da parecchie centinaia o migliaia
di zeri. Nella impossibilità di ripercorrere punto per punto i suoi calcoli,
riporto qui di seguito i passaggi principali della dimostrazione.
Occorre osservare, innanzitutto, che la casualità delle mutazioni non
implica affatto che esse possano produrre un qualsiasi risultato. Anche
le fantasie del caso, dice Salet, hanno limiti. Nella teoria delle probabilità,
questi limiti si chiamano soglie di impossibilità e rappresentano quei
valori di probabilità al di sotto dei quali vi è la certezza che un
evento casuale, di una certa natura, non si è mai verificato né mai si
verificherà.
Sulla scorta delle speculazioni di Émile Borel, uno dei
massimi matematici del nostro secolo, Salet determina le soglie di impossibilità
assoluta per eventi di natura chimica e biochimica sulla Terra e nell'Universo.
Considerando la velocità dell'elettrone nell'atomo e la sua massa si può
stabilire in 1038 il massimo numero di eventi chimici che si possono
svolgere ogni secondo in 1 grammo di materia. Stimando ancora, con larghissimo
margine, che il Sole abbia riserve di idrogeno per 100 miliardi di anni, si può
ritenere che il nostro pianeta, esistente già da qualche miliardo di anni, possa
avere una vita di 1018 secondi. Infine, ritenendo che gli esseri
viventi possano muovere una quantità di materia pari, al più, a quella contenuta
in uno strato terrestre dello spessore di 1 chilometro, cioè 1024
grammi, si giunge alla cifra di 1080 come limite superiore sicuro del
numero di tutto ciò che è possibile immaginare sulla Terra relativamente a
eventi di natura chimica e biochimica. Questo numero è molto importante perché
il suo inverso, cioè 10-80 (=1/1080), costituisce proprio
la soglia di impossibilità assoluta per eventi chimici e biochimici (38). Salet riassume in un teorema queste
considerazioni: "la realizzazione sulla Terra di un evento supposto o di un
insieme di eventi supposti di natura chimica è impossibile se la probabilità di
realizzazione di tale evento o insieme di eventi, in una sola prova, è inferiore
a 10-100" (39).
Un altro dato utile ai fini della dimostrazione della impossibilità
evolutiva è il numero massimo di esseri viventi che sono potuti esistere da
quando la Terra può ospitare la vita, cioè da due miliardi di anni. I calcoli
forniscono 1045 come valore. Nel caso particolare dei vertebrati
tetrapodi, cioè anfibi, rettili, uccelli e mammiferi, ovvero i grandi gruppi
della sistematica animale, si ottiene come valore massimo la cifra di
1025.
Sulla scorta di questi limiti superiori e dei relativi
valori inversi di probabilità, Salet calcola i valori di probabilità delle serie
di mutazioni casuali, che possono portare alla comparsa di novità vantaggiose
nel patrimonio ereditario di un individuo. I risultati non lasciano adito a
dubbio alcuno: tali valori di probabilità sono talmente inferiori ai limiti
superiori da fare ritenere impossibile non solo la evoluzione nel suo complesso,
ma anche la singola mutazione, o gruppo di mutazioni, capace di fare apparire un
organo nuovo, per quanto semplice possa essere.
Per dare una
idea, consideriamo il caso particolarmente interessante dei vertebrati
tetrapodi, di cui si è detto sopra. L'interesse nasce da due considerazioni: la
prima è che gli evoluzionisti hanno elaborato numerose e contraddittorie teorie
sulla filiazione di un gruppo di vertebrati da un altro (40); la seconda è che ai mammiferi
appartiene anche l'uomo che, per questo, verrebbe ricollegato ad antenati
animaleschi.
Consideriamo, dunque, una specie S di vertebrati
tetrapodi costituita da M individui. Se P è la probabilità che
n geni del patrimonio ereditario di un individuo abbiano acquisito un
nuovo carattere, in seguito a mutazioni casuali, si può scrivere che
P = p1 x p2 x ... x pn,
dove p1, p2,..., pn sono
le probabilità di mutazione vantaggiosa dei singoli geni (41). Chiamando p il valore più
grande tra essi si può scrivere che la probabilità di mutazione degli n
geni è inferiore a pn , cioè
P < pn.
Ora, il numero probabile di individui della specie
che hanno subito la mutazione sarà
N = P x M,
cioè la probabilità per un individuo moltiplicata per il
numero totale degli individui (42). In virtù della diseguaglianza scritta
sopra vale allora che
N < pn x M.
Assegniamo adesso valori ai simboli
della disequazione, cercando di essere benevoli con la evoluzione. Supponiamo
che alla mutazione siano interessati soltanto 5 geni (n = 5); che la
probabilità della singola mutazione sia di un milionesimo (p =
10-6) e che la popolazione della specie sia addirittura uguale al
numero massimo di vertebrati tetrapodi (M = 1025): con questa ipotesi
il numero di individui mutati risulta inferiore a 10-30 x 10-25
= 10-5, cioè a 1 su 100.000.
Nel contesto della nostra
dimostrazione questo numero significa che, in un periodo di un miliardo di
anni la probabilità che sia apparso un solo vertebrato munito di 5 nuovi geni
funzionali, è di 1 su 100.000, ovvero che occorrono 100.000 miliardi di anni per
avere la quasi certezza di vederne uno.
Queste cifre danno solo una
pallida idea del tipo di problema che sorge quando si vuole assegnare al caso la
genesi e la complessità del mondo vivente. Basta supporre, per esempio, che i
geni interessati alla novità siano 6 anzichè 5, perché la certezza della
comparsa di un mutante risulti di 1 su 100 miliardi di miliardi di anni!
Dato che la cosmologia più recente assegna all'Universo una età di circa 20
miliardi di anni (43), si può ritenere assurda ogni ipotesi
che faccia ricorso al caso come a fonte di variabilità vantaggiosa, sia in
ambiente pre-vivente che in ambiente vivente.
Salet riassume quanto
succintamente ho esposto nel seguente principio generale: "Se una costruzione
nuova necessita di n nuovi geni, il tempo necessario perché mutazioni geniche
conferiscono loro il carattere voluto è una funzione esponenziale di n
rapidamente crescente. Tempi largamente superiori a quelli delle ere geologiche
sono raggiunti per valori di n molto modesti" (44).
Conclusione
Questo principio, e i
calcoli da cui deriva, non hanno trovato smentita di nessun genere. Ed è anche
molto inverosimile che possano trovarne. L'atteggiamento evoluzionistico è, di
solito, quello di ignorare le difficoltà e le obiezioni e di passare oltre,
giocando sulla ignoranza dei molti e su fattori emotivi. Tra questi ultimi trova
posto, senza dubbio, la convinzione diffusa che una risposta non scientifica a
un problema posto dalla scienza, quale è quello relativo alla origine e alla
varietà dei viventi, sia una sorta di capitolazione dell'intelletto,
l'ammissione di un limite.
In realtà, ciò che cade e si frantuma, di
fronte alle grandi questioni, non è l'intelletto, ma l'orgoglio "originale" che
rispunta, oggi, nelle vesti di una scienza egemone del reale, attraverso la
tecnica, e intollerante verso ogni fatto che sfugga ai suoi metodi di indagine.
Nel costringere i limiti della conoscenza entro i rigori del principio
fisico di indeterminazione, Max Born, premio Nobel per la fisica nel 1954,
scriveva con disprezzo "Quello che sta al di là, gli aridi tratti della
metafisica, lo lasciamo volentieri alla filosofia speculativa"
(45).
Dal canto suo, la filosofia
naturale e cristiana si fa carico di quegli "aridi tratti", sorretta
dall'antica e ispirata sapienza: "Vani [per natura] sono tutti
gli uomini, cui manca la conoscenza di Dio,/ e che dai beni visibili non seppero
conoscere Colui che è,/ né dalla considerazione delle opere riconobbero
l'artefice./ Ma o il fuoco o il vento o l'aria mobile/ o il cielo delle stelle o
la gran massa delle acque/ o il sole e la luna credettero dei, governatori del
mondo./ Se dilettati dalla bellezza di tali cose le supposero dei,/ sappiano
quanto più bello di esse è il loro Signore,/ giacché l'autore della bellezza
creò tutte quelle cose./ Se furono colpiti invece dalla loro potenza ed
energia,/ intendano da esse, che più potente di loro è colui che le produsse./
Dalla grandezza invero e dalla bellezza delle creature/ si può conoscere, per
analogia, il loro creatore" (46).
***
(1)
Tratto da Luciano Benassi, Il tempo necessario all'evoluzione, in
Cristianità n. 95 (1983).
(2) Ammette F. Jacob, La logica del
vivente, cit., p. 200, che "Darwin — per analizzare la variazione delle
popolazioni — non ricorre a trattamenti matematici complessi, ma fa appello
all'intuizione e al buon senso".
(3) Il criterio per passare da
1080 (= numero massimo di eventi possibili) a 10-80 (=
probabilità di un evento), è lo stesso che si applica nel noto caso del dado.
Nel lancio del dado il numero massimo di eventi possibili è 6 (le sei facce dei
dado), mentre 1/6 è la probabilità di uscita di una faccia.
(4) G. Salet,
op. cit., p. 107. Il valore 10-80 è stato arrotondato, per
comodità di calcolo, a 10-100 e ciò non cambia la validità della
dimostrazione. Il teorema è, in realtà, il corollario di una proposizione più
generale, enunciata per la prima volta da É. Borel e nota come "legge unica del
caso". Per brevità non ho ritenuto di citarla in questa sede, anche se l'autore
ne fa oggetto di una lunga analisi concettuale e matematica.
(5) Cfr., su
questo argomento, l'ottima esposizione di R. Fondi, in G. Sermonti e R. Fondi,
op. cit., pp. 233-274.
(6) La formula scritta della probabilità
totale di eventi indipendenti come prodotto delle probabilità dei singoli eventi
può risultare più chiara ricorrendo a un esempio immediato. Nel lancio di un
dado, come si è detto, la probabilità di ottenere un numero, per esempio 4,
è 1/6. Nel lancio di una moneta, invece, la probabilità di ottenere, per
esempio, "testa" è 1/2. Nel lancio di dado e moneta la probabilità di
ottenere 4 e "testa" è proprio 1/6 x 1/2 = 1/12.
(7) Procedendo con
l'esempio del dado, si può ritenere, con buona approssimazione, che, su 6000
lanci, il numero di volte in cui uscirà 4 sarà circa 1/6 x 6000 = 1000.
(8)
Cfr. Venzo de Sabbata, Universo senza fine. Attualità in astrofisica,
Corso, Ferrara 1978, p. 162.
(9) G. Salet, op. cit., p. 156.
(10)
Max Born, Fisica atomica, tr. it., Boringhieri, Torino 1968, p. 384.
(11) Sap. 13, 1-5.
Continuando a discutere del
rapporto fra l'evoluzionismo e le scienze esatte, il fisico italiano Antonino
Zichichi, di notorietà internazionale, così si esprime relativamente alla
scientificità delle teorie evoluzionistiche:
"Gli studiosi
dell'Evoluzionismo Biologico della Specie Umana - nonostante i due secoli di
ricerche - non sono riusciti a realizzare esperimenti [...] né a toccare
traguardi come lo sono le equazioni di Maxwell e l'equazione di Dirac [...]
La teoria dell'evoluzione biologica della specie umana pretende di
andare molto al di là dei fatti accertati." (1)
"[...] Un argomento forte dell'evoluzionismo sono le caratteristiche
comuni alle innumerevoli forme di vita animale. C'è una caratteristica di gran
lunga più importante. Essa è comune, non solo alle forme di vita animale, ma
anche a quelle di vita vegetale, e addirittura della stessa materia inerte.
Questa radice comune non l'hanno scoperta gli evoluzionisti. Siamo stati noi
fisici a scoprirla, seguendo l'insegnamento galileiano. Una pietra, un albero,
un'aquila, un uomo sono fatti con le stesse particelle: protoni, neutroni ed
elettroni. Non per questo noi fisici concludiamo dicendo che pietre, alberi,
aquile e uomo sono realtà identiche.
La diversità della nostra specie è
nell'esistenza della Ragione: nessuno la sa dedurre in modo rigoroso da principi
fondamentali legati a equazioni e ad esperimenti riproducibili. Ecco perché
nessuno si può arrogare il diritto di avere «scoperto la vera origine della
nostra specie». Nessuno che sappia cosa vuol dire Scienza oserebbe fare simili
affermazioni" (2).
***
(1) A. Zichichi, Galilei, divin uomo,
Saggiatore, 2001, p. 235.
(2) A. Zichici, Il Messaggero, 11 febbraio
2001.