MATTATOIO N.5:
"LA MATTANZA DEI LUOGHI COMUNI"

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Comunismo male assoluto

"Una persona normalmente informata su quel che è successo nel mondo, non può che essere, e nel modo più naturale, visceralmente anticomunista. Il problema vero sono coloro che reagiscono istericamente, scompostamente al naturale anticomunismo" (Arnold Beichman).

 

Pierluigi BATTISTA  Memoria contro utopia (La fine dell'innocenza. Utopia, totalitarismo e comunismo)
tratto da: Tracce. Litterae Communionis, anno XXVII, maggio 2000

Un libro che pone incessantemente, in maniera quasi ossessiva, domande. L'ha scritto Pierluigi Battista, editorialista de La Stampa e autore di molti saggi. Che tentano di scheggiare alcuni "dogmi" granitici della mentalità culturale del nostro Paese. Un uso leale della ragione.
Intervista di Pina Baglioni



In quest'ultimo libro, La fine dell'innocenza. Utopia, totalitarismo e comunismo (Marsilio, p. 154, L. 22.000) Battista ripercorre i fondamenti teorici delle concezione utopiche e perfettistiche del XX secolo, dissezionando soprattutto La città del sole di Tommaso Campanella. Paradigma, secondo l'autore, di tutti quei regimi totalitari che hanno preteso di costruire il paradiso in terra, spiando, massacrando chiunque tentasse di opporsi a quel progetto purificazionista. Che non prevede, direbbero i cristiani, peccato originale. Perché allora chi si è macchiato direttamente o indirettamente di quei crimini è tuttora considerato innocente? La storia ha condannato quei regimi, ma nessuno si permette di condannare i protagonisti.

Una causa praticamente persa in partenza, la sua. Come si fa a estirpare dal cuore degli uomini la nostalgia di un totalmente altro? E' comprensibile, allora, che si guardi a coloro che direttamente o indirettamente ne sono stati i protagonisti, con atteggiamento di rispetto e non di condanna.

Sì, culturalmente la mia è una causa persa. Forse la cronaca di un'occasione perduta. Però vorrei chiarire che io non sono immune al fascino di un mondo totalmente altro. Esiodo, Omero, Virgilio, Ovidio, Rabelais, Voltaire hanno magnificamente sognato e descritto non tanto un mondo perfetto, quanto un mondo fantasticamente felice. Quello che trovo ripugnante è un certo pensiero che ha partorito veri e propri stati di polizia, dominati da prigioni, campi di concentramento, stermini di massa, decimazione di interi popoli e gruppi sociali. Società ossessionate dal mito della ripulitura. Bisogna scindere il desiderio di un mondo altro, che certo non è perduto per sempre, dalla presunzione di costruire la società perfetta.

Dov'è il problema? L'Urss è morta e Fidel Castro non sta tanto bene.

Il problema è rappresentato dal fatto che ciò che è andato perduto per sempre è un sentimento di vergogna e di rimprovero di chi, in nome del Bene, ha permesso che fossero compiute nefandezze incalcolabili. Anzi, nonostante la critica storica abbia registrato il fallimento del socialismo reale, i responsabili continuano a dichiararsi innocenti. Innocenti perché l'idea, il pensiero utopistico erano buoni e giusti. La grande mistificazione è continuare a dissociare la bontà di un'idea dalla cattiveria di una realizzazione. A chi mai verrebbe in mente di distinguere l'ideale nazionalsocialista dal nazionalsocialismo reale? In questo caso c'è una totale identificazione tra progetto originario e realizzazione storica. Il nazismo è giustamente considerato l'inveramento storico di un Male Assoluto presente sia nella teoria che nella prassi. Il comunismo no: come ironizza Alain De Benoist, il comunismo è "una bella idea andata a male". Ecco, pensare che ancora oggi la faccenda viene risolta in questo modo, mi indigna profondamente.

Grazie a quali fatti, quali incontri, quali letture, anche lei un giorno si è scoperto non più "innocente" rispetto a quel pensiero utopico?


Io sono stato un giovane ragazzo del '68. Ma c'è stato un momento in cui ho sentito che era talmente stridente la carica libertaria, antiautoritaria, di rivolta nei confronti dell'autorità costituita che animava me, ragazzetto del tempo, rispetto a quell'ideologia di riferimento, così luttuosa, mortuaria, incarnata in stati di polizia spaventosi, che negavano qualunque libertà, non qualche libertà: la libertà di uscire dai loro Paesi, di dire, di esprimersi. Insomma ho avvertito questa tremenda contraddizione. E anno dopo anno, gradualmente, è stata sempre più chiara in me l'esigenza di abbandonare quella parrocchietta, di mettermi per conto mio. Avevo consumato un parricidio simbolico molto forte nei confronti di mio padre, un uomo esplicitamente di destra. Devo anche dire che dopo, però, non ho mai sputato, come è capitato a molti, sul Sessantotto. La ritengo una tappa importante: grazie a quel momento straordinario ho messo in discussione una serie di valori che poi ho imparato a riconsiderare. Insieme a pochi amici. Ma quello che intendo affermare è che non sono innocente rispetto a quell'esperienza. Nessuno lo è.

Perché sente così forte per sé e per gli altri quest'esigenza di dichiararsi colpevole nei confronti di un mondo che si è liquefatto?

Perché bastava pochissimo ad accorgersi che si stava consumando una tragedia senza precedenti. E non averlo fatto è colpevole. Un po' di curiosità, leggere qualche libro. Perché paradossalmente quelli che si sono ritenuti monopolisti della cultura, che tuttora si ritengono tali, sono ignoranti. Chi è rimasto comunista dopo il Sessantotto è ignorante, non ha nessuna curiosità, non ha nessuna simpatia per descrizioni che non confermino il suo pregiudizio. Leggono solo quello che le mode culturali impongono. Questa gente non ha nemmeno sfiorato Arcipelago Gulag di Alexander Solzenicyn. Chi non ha letto questo libro non ha capito nulla del ventesimo secolo. Da ragazzo, a un certo punto, ho pensato che a rimediare ai disastri sovietici sarebbe arrivato il comunismo antiautoritario della Cina. Per poi scoprire che in Cina non c'erano state centinaia di migliaia di morti. Ma milioni e milioni di morti: nei campi di rieducazione, o grazie a bande di adolescenti che andavano a torturare gli anziani nelle loro case.

Questo suo libro, dunque, rappresenta anche un atto di giustizia, un tentativo di non far dimenticare quei morti, considerati morti di serie B rispetto alle vittime del nazismo?

Questo libro cerca di smontare una presunzione di innocenza. Poi, non c'è nessuno Spielberg che faccia un Schindler sovietico? Eppure ce ne sarebbe di materiale a disposizione. Ci siamo mai chiesti, ci siamo mai immaginati come sono morti quegli ottanta milioni di uomini? Con quel revolver piantato sulla testa che spara, e spara, e spara? La camera a gas dei nazisti, i forni crematori ci danno l'idea del dissolversi di quei corpi. Ma ci siamo mai chiesti come sono morti questi altri? Perché loro non devono essere pianti, ricordati, perché per loro non c'è nessun giorno della memoria? Perché chi quei morti li ha provocati o giustificati non fa atto di pentimento? Tutto questo genera anche conseguenze di natura politica, oggi.

Per esempio?

Per esempio il caso Heider in Austria. Solo il sospetto, attenzione, non che Heider possa rifare le stesse cose che ha fatto Hitler, ma il sospetto di un atteggiamento di indulgenza rispetto a quelle cose lì, di per sé giustifica l'ostracismo generale nei confronti di Heider, ostracismo decretato dal contributo diretto di ex comunisti. Nessuno si sognerebbe di trattare alla stessa maniera Cossutta e Bertinotti. Loro fanno tenerezza, incutono rispetto. Farebbe tenerezza un vecchio nazistone, che in vita sua non ha commesso nessun crimine? No, farebbe orrore. Gli altri due, invece, sono considerati innocenti.


Un'innocenza derivata da un'idea che non si può non ritenere giusta. Quella dell'uguaglianza. Forse ha ragione Norberto Bobbio: sinistra uguale uguaglianza, destra libertà e culto della ricchezza. Non è più degna e rispettabile la prima?

No. Mi ribello a questa gerarchia di valori. Quell'idea ha partorito morte ed è caduta nel disonore. Non è caduto nel disonore chi o ha materialmente compiuto certi crimini o li ha ideologicamente approvati perché giudicati necessari alla costruzione di un mondo perfetto. E' quello che io chiamo l'argomento utopistico: insomma, lo sforzo di questo libro è quello di cercare di spiegare come fosse tutta contenuta nella buona intenzione la potenzialità criminale, che poi storicamente si è verificata in Unione Sovietica, a Cuba, in Cambogia, in Cina. Dappertutto, insomma. Ciò che fa spavento è il tratto comune che si ritrova sia nel nazismo che nel comunismo: lo sterminazionismo come ideologia. E' l'idea che sulla base di un progetto di purificazione razziale o sociale andassero eliminati interi gruppi: di tipo biologico in un caso, di tipo sociale nell'altro. E che questa cosa comprendesse la necessità di colpire non il singolo. Perché non c'è più colpa individuale. La colpa è che sei, che esisti. E che devi essere eliminato per il solo fatto di esistere. Sei un borghese, meriti la morte. Sei un ebreo, meriti la morte. E ti vengono a cercare ovunque, a scovare. In questa loro ossessione di purificazione. Come i disinfestatori vanno a cercare gli insetti. Allora, quando mi si viene a dire: non dimenticare. Benissimo: anzi quand'è che si comincia a ricordare? A ricordare tutti però. A ricordare, per esempio, che i gulag in Bulgaria sono esistiti fino agli anni Sessanta. Allora, benissimo. L'Olocausto è stata una tragedia incomparabile? D'accordo: chiedo a Furio Colombo che, almeno una volta, nella Giornata della Memoria tre minuti e mezzo siano dedicati ai milioni di morti della buona idea comunista.