"Una persona normalmente informata su quel che è successo nel mondo, non può che essere, e nel modo più naturale, visceralmente anticomunista. Il problema vero sono coloro che reagiscono istericamente, scompostamente al naturale anticomunismo" (Arnold Beichman).
Roberto DE MATTEI La sinistra europea: sogni, metamorfosi e fallimenti (1789-1989)
tratto da: Roberto DE MATTEI,
1900-2000 Due Sogni si succedono: la costruzione la distruzione, Edizioni Fiducia, Roma 1990, p. 219-249.
L'Appendice di 1900-2000 Due Sogni si succedono: la costruzione la distruzione, in cui Roberto De Mattei traccia con precisione il cammino della sinistra rivoluzionaria degli ultimi due secoli, indicandone i principali fautori e le aberranti, ma conseguenti dottrine.
1. La "Sinistra": origine e significato del termine
Il termine e il concetto di "Sinistra" risalgono alla Rivoluzione francese ed alla frammentazione ideologica che si verificò in seno agli Stati generali autotrasformatisi in Assemblea nazionale costituente. Mentre sui banchi di destra dell'Assemblea si raccolsero infatti i difensori del Trono e dell'Altare, alla sinistra dell'emiciclo si schierarono, pur con varie sfumature e tendenze, coloro che si proponevano la distruzione radicale della monarchia cattolica. Al modello sociale della Civiltà cristiana – incarnata sia pur imperfettamente dall'Ancien Régime – la Sinistra contrappose un nuovo progetto politico fondato sul trinomio rivoluzionario "liberté-egalité-fraternité" (1).
In questo senso la Sinistra è l'espressione politica di un processo rivoluzionario dalle radici ben più profonde, che mira alla distruzione della Chiesa e della Civiltà cristiana; fasi di questo processo possono essere considerate la Rivoluzione umanistica e protestante, la Rivoluzione francese, la rivoluzione socialcomunista (2).
Tra i diretti precursori del socialismo, Engels annovera gli anabattisti di Thomas Muntzer, i "livellatori" della Rivoluzione inglese, i filosofi illuministi del secolo XVIII, da Morelly e Mably (3) a Rousseau, il cui Contratto sociale "aveva trovato la sua realizzazione nel Terrore" (4); l'anarchico Kropotkin cita a sua volta i nomi dell'eretico boemo Jan Hus e degli anabattisti, e sottolinea che la Rivoluzione francese "fu la fonte di tutte le concezioni comuniste, anarchiche e socialiste della nostra epoca" (5).
2. Dal giacobinismo alla nascita del socialismo
Dall'ala più radicale della Rivoluzione francese, quella giacobina, nacquero e si svilupparono in pochi anni le sette socialiste, che si proposero di portare a compimento l'opera della Rivoluzione sopprimendo ogni forma di autorità e di disuguaglianza sociale.
I capostipiti del socialismo furono François-Noel Babeuf (1760-1797), fanatico discepolo di Rousseau e di Robespierre, e il suo seguace Filippo
Bonarroti (1761-1836). Babeuf tentò in Francia l'insurrezione nota come "congiura degli Eguali" (6), con la quale voleva rovesciare il Direttorio e reintrodurre la costituzione giacobina del
1793, ma fallì e venne ghigliottinato. Buonarroti ne raccolse l'eredità e organizzò in tutta Europa una rete di società segrete il cui programma di radicale
comunistizzazione della società veniva rivelato solo agli adepti dei gradi superiori. Col suo libro sulla "Conspiration pour l'égalité, dite de Babeuf" (1828), egli diffuse in
tutti gli ambienti della Sinistra europea il progetto comunista, ottenendo consensi anche in ambienti moderati e monarchici (7).
3. I primi teorici della Sinistra: il "socialismo utopistico"
I primi teorici della Sinistra si proponevano di instaurare il regno dell'uguaglianza mediante la drastica soppressione della proprietà privata, della famiglia tradizionale, del potere statale e soprattutto della religione.
A lanciare il termine "socialismo" fu il ricco industriale inglese Robert Owen (1771-1858) (8), che nel 1819 acquistò alcuni terreni nello stato americano dell'Indiana per istituirvi una comunità denominata New Harmony, primo tentativo di realizzarvi una micro-società ugualitaria ed autogestita. Fallito miseramente l'esperimento, egli tornò in Inghilterra dove cercò di organizzare, anche questa volta senza successo, una Banca del Lavoro (1832), e tentò di fondare cooperative di produzione.
In Francia il conte Claude-Henry de Saint-Simon (1760-1825) teorizzò la riforma della società secondo il modello di una grande azienda: il potere politico sugli uomini sarebbe stato sostituito dall'amministrazione dei beni e la politica veniva ridotta ad essere la scienza della produzione.
Questa trasformazione sociale avrebbe dovuto essere favorita da una nuova morale "scientifica" e dalla religione umanitaria del "nuovo cristianesimo", che lo stesso Saint-Simon cercò di animare. I suoi seguaci fondarono la "religione saint-simoniana", di cui fu "pontefice" Prosper Enfantin (1796-1864) (9).
Un altro francese, Charles Fourier (1772-1837), estese il progetto rivoluzionario dal piano economico all'intera sfera civile e sociale, attaccando anche l'ordinamento matrimoniale e familiare e propugnando la piena emancipazione della donna (10). Progettò inoltre l'istituzione di "falangi", cioè di cooperative che avrebbero dovuto unire produzione e consumo per eliminare al massimo il commercio e il profitto. In esse, tutti i lavoratori dovevano diventare co-proprietari e costituire una comunità di vita, il così detto "falansterio", che avrebbe dovuto realizzare il regno dell'assoluta libertà, garantendo libero sfogo al gioco delle passioni.
In Germania, il sarto Wilhelm Weitling (1808-1871), discepolo di Buonarroti, fu l'ultimo dei socialisti "utopisti" e il fondatore della Lega dei Giusti (Bund des Gerichten), a cui aderì anche il giovane Marx. Il punto principale del programma di questa setta consisteva nella comunanza dei beni, di cui la prima opera di Weitling, "L'umanità come è e come dovrebbe essere" (1838), cercava di dimostrare l'attuabilità. Egli auspicava la creazione di grandi "associazioni di famiglie", simili alle "falangi" di Fourier, caratterizzate da vita comunitaria e da comune educazione dei figli, per cui nella futura organizzazione sociale non ci sarebbero stati né delitti, né leggi, né pene, ma esclusivamente regole e medicine (11).
Il principale teorico del socialismo delle origini fu però il francese Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865), che per primo rivendicò per
sé la qualifica di "anarchico" (12) e che, nel suo celebre libro "Che cos'è la proprietà?", rispose a questa domanda con la paradossale frase: "la proprietà è un
furto". Proudhon, nei suoi scritti, progettò di disintegrare lo Stato in una galassia di micro-società operaie che si gestissero autonomamente, ed auspicò la nascita di una
federazione europea socialista. Come Saint-Simon, anche Proudhon credeva che nella società futura, composta unicamente di lavoratori, lo Stato sarebbe scomparso e il potere politico avrebbe
ceduto il posto alla "amministrazione delle cose". Bakunin definirà l'anarchismo come "il proudhonismo ampiamente sviluppato e portato fino alle sue ultime conseguenze"
(13).
4. Marx, Engels e il "socialismo scientifico"
Le monarchie europee, prive di un vero programma comune e spesso anche infatuate per gli ideali di liberté e di egalité, non ebbero la lucidità necessaria per prevenire i progetti rivoluzionari, né la determinazione valida a fronteggiarli. Così, nel febbraio del 1848, le sette liberali e socialiste propagarono da Parigi in tutta Europa la scintilla della Rivoluzione. Per la prima volta sventolò sulle barricate la bandiera rossa. In quello stesso anno venne lanciato il "Manifesto dei comunisti", commissionato a Karl Marx (1818-1883) e a Friederich Engels (1820-1895) nel corso del secondo congresso della Lega dei Giusti, trasformatasi in Lega dei Comunisti (14).
Nell'opera di Marx, molte correnti rivoluzionarie videro una sistemazione filosofica coerente e un metodo di azione efficace per realizzare l'utopia socialista. Marx aveva infatti avvertito l'astrattezza dei progetti della Sinistra e aveva cercato di assicurare – sviluppando la dialettica hegeliana – un metodo scientifico al progetto di conquista della società e dello Stato.
Anche per Marx ed Engels il fine della rivoluzione socialista è l'abolizione di ogni autorità e di ogni potere, cioè l'anarchia; con Proudhon, Engels esclama: "Nous voulons l'anarchie! Ciò di cui abbiamo bisogno è l'anarchia: che nessuno domini, che ciascuno sia responsabile soltanto di fronte a se stesso" (15). Tra la conquista del potere politico da parte del popolo e la definitiva scomparsa dello Stato, però, essi ritengono necessaria una fase di transizione, il periodo della 'dittatura del proletariato', che ha la funzione di permettere al partito comunista di usare tutti i mezzi repressivi dello Stato per vincere le resistenze del capitalismo (16).
5. La prima internazionale e la comune di Parigi
Nel 1864 si aprì a Londra la prima Internazionale socialista dei Lavoratori, alla quale parteciparono tutte le correnti della Sinistra europea, da Marx agli anarchici fino a quel Giuseppe Mazzini (1805-1872) che, dopo la scomparsa di Buonarroti, era divenuto il sanguinario "patriarca" del movimento risorgimentale italiano (17). Le divergenze tra marxisti ed anarchici vertevano non sul fine della Rivoluzione, ma sul metodo da impiegare. Entrambi concordavano sul rifiuto dello Stato borghese, che volevano sostituire con un programma di democrazia cooperativa; ma mentre gli uni volevano raggiungere tale meta mediante la conquista del potere statale, gli altri puntavano su un'azione diretta, mirante alla disarticolazione dello Stato borghese (18).
Il russo Mikhail Bakunin (1814-1876), principale esponente dell'anarchismo, sosteneva appunto che ciò che divide gli anarchici (o socialisti rivoluzionari) dai comunisti è una pura questione di strategia: "I comunisti credono di dover organizzare le forze operaie per impadronirsi della potenza politica degli Stati. I socialisti rivoluzionari si organizzano in previsione della distruzione, o, se si vuole una parola più gentile, in vista della liquidazione degli Stati" (19). Al sistema amministrativo e burocratico il pensiero anarchico vuole sostituire una forma di convivenza spontanea basata su un contratto sociale perpetuamente rivedibile.
Estromessi dall'Internazionale per gli intrighi dei seguaci di Marx, gli anarchici, seguendo le esortazioni dei loro capi, formarono una propria
internazionale e si dedicarono ad organizzare – secondo la formula di Kropotkin (1842-1921) – "la rivolta permanente mediante la parola, lo scritto, il pugnale, il fucile, la dinamite"
(20). "Si sente la necessità – profetizzava lo stesso Kropotkin – di una rivoluzione immensa, implacabile, che venga non soltanto a sconvolgere il regime economico, non soltanto
a rovesciare la gerarchia politica, ma anche a smuovere la società nelle sua vita intellettuale e morale, scuotere il torpore, rifare i costumi" (21). Con spietata coerenza, infatti, tra la
fine del XIX e i primi anni del XX secolo, gli anarchici insanguineranno tutta l'Europa organizzando centinaia di rivolte e di attentati.
Il 18 marzo 1871 scoppiò la rivolta della comune di Parigi, in cui confluirono le più diverse correnti socialiste: seguaci di Proudhon, di Saint-Simon, di Bakunin, di Marx. Approfittando della smobilitazione generale provocata dal crollo dell'impero di Napoleone III, i rivoluzionari imposero un effimera dittatura rivoluzionaria che precipitò ben presto in un bagno di sangue, provocando la reazione dei moderati e il drastico ristabilimento dell'ordine (22).
6. La seconda Internazionale e il socialismo riformista
Alla morte di Marx e di Engels, scoppiarono violente dispute tra i socialisti. Nel 1889 si aprì a Parigi la seconda Internazionale dei lavoratori, che fu dominata dallo scontro tra due discepoli di Engels: Kautsky e Bernstein (23).
Karl Kautsky (1854-1938), rappresentante della "ortodossia" marxista, annunciava l'inevitabile "bancarotta del modo di produzione capitalistico" e la conseguente imminente catastrofe della società borghese (24).
Eduard Bernstein (1850-1932), influenzato dalla corrente empirista inglese, voleva rilanciare l'evoluzionismo politico e sociale liberandolo però dal vincolo del metodo dialettico hegeliano, convinto che il crollo della società capitalistica non fosse inevitabile né prevedibile a breve scadenza.
Lanciò il famoso slogan secondo cui "il movimento è tutto; l'obiettivo finale è nulla" (25).
Sulle orme di Bernstein, la corrente dissidente del "revisionismo" socialista, nata alla fine del secolo XIX, assunse una posizione critica verso il marxismo, ma non verso la meta finale del progetto rivoluzionario. Rifiutando la dittatura del proletariato e la statalizzazione dei mezzi di produzione, essa puntava invece su una socializzazione graduale delle realtà economiche e su ciò che Bernstein chiamava "l'ampliamento dell'autogestione" (26).
In quegli anni, questa stessa meta autogestionaria, definita come "socialismo municipale", veniva propugnata dal fabianesimo (The Fabian Society), fondato
a Londra nel 1884 da un piccolo gruppo di intellettuali di sinistra inglesi, tra i quali Gorge Bernard Shaw (1856-1950) e Sidney Webb (1859-1947). Essi si proclamavano eredi dell'utilitarismo di
Bentham e consideravano lo Stato come apparato da usare per promuovere il benessere materiale dei cittadini (Welfare-State). La Fabian Society fu il gruppo che per primo elaborò quella forma
di "transizione graduale" al socialismo che divenne in seguito la linea politica non solo del Labour Party inglese, ma più in generale dei partiti socialdemocratici europei
(27).
Il socialismo "revisionista" di questo periodo ebbe inoltre fra i suoi maggiori esponenti il francese Jean Jaurès (1859-1914) e l'italiano Filippo Turati (1857-1932). Quest'ultimo individuò il fine della dottrina socialista nel "collettivismo", cioè nell'opera di "progressiva espropriazione e socializzazione" che il proletariato dovrà compiere combinando il metodo della lotta di classe con la strategia delle riforme e della "lenta e graduale trasformazione" della società (28).
Sia il socialismo "ortodosso", che quello "revisionista", pur divergendo sui metodi, concordavano sul ruolo fondamentale dello Stato per attuare la collettivizzazione della società. In questo stesso periodo, tuttavia, un'altra corrente socialista continuò a richiamarsi al progetto originario di Fourier e di Proudhon. Si tratta del cosiddetto Cooperativismo, poi detto anche Solidarismo. Suoi esponenti furono l'uomo politico francese Lèon Bourgeois (1851-1925), l'economista Charles Gide (1847-1932) e il filosofo Emile Boutroux (1845-1921). Secondo Gide, la cooperativa è un microcosmo, "una piccola repubblica in cui si trovano già messi in pratica i principi di uguaglianza e fratellanza", in essa si può quindi educare gli uomini allo "spirito di solidarietà" (29).
L'ala estrema del socialismo, in questo periodo, fu rappresentata dalla agitatrice polacca Rosa Luxemburg (1871-1919) che, dopo aver partecipato alla rivoluzione russa del 1905, fondò nel 1918, insieme con Karl Liebknecht, lo Spartakusbund tedesco [La Lega di Spartaco], il primo Partito comunista della Germania, propugnando la conquista del potere sia mediante l'azione parlamentare che attraverso la lotta illegale e violenta della classe operaia.
7. Lenin e la Rivoluzione sovietica del 1917
Anche in Russia il socialismo si divise tra un'ala "riformista" e un'ala rivoluzionaria. Di quest'ultima prese la guida Lenin (1870-1924), discepolo di Georgij V. Plechanov, un collaboratore di Engels considerato dai marxisti come il fondatore del marxismo russo (30). Nel suo scritto intitolato "Che fare?", Lenin progettò (e poi realizzò) un partito comunista fortemente centralizzato guidato da "uomini la cui professione sia l'azione rivoluzionaria" (31).
Quando nel 1917, sull'onda della rivoluzione socialdemocratica di Kerensky, Lenin riuscì a conquistare il potere in Russia, la celebre "undicesima tesi" marxiana su Feuerbach (secondo la quale, se fino ad allora i filosofi avevano variamente interpretato il mondo, ora si trattava invece di "trasformarlo") sembrava essersi storicamente realizzata (32). Richiamandosi a Marx, Lenin teorizzava in "Stato e Rivoluzione" la "dittatura del proletariato", che, distruggendo le strutture economico-sociali dello Stato borghese, avrebbe provocato una progressiva rivoluzione della mentalità. Anche per Lenin lo scopo finale restava l'abolizione dello Stato: "Noi ci assegnamo come scopo finale – scrive – la soppressione dello Stato, cioè di ogni violenza organizzata e sistematica, di ogni violenza esercitata contro gli uomini in generale" (33).
"Il proletariato – precisa Lenin – non ha bisogno dello Stato che per un certo tempo. Non siamo affatto in disaccordo con gli anarchici quanto all'abolizione dello stato come fine. Affermiamo che per raggiungere questo fine è necessario utilizzare provvisoriamente gli strumenti, i mezzi e i metodi del potere statale contro gli sfruttatori, così come, per la soppressione delle classi, è indispensabile la dittatura provvisoria della classe oppressa" (34).
I socialisti svilupperanno a loro volta l'idea di Kautsky, il quale constatava che fin dall'apparizione del movimento bolscevico "l'opposizione delle due
correnti socialiste non è fondata su meschine rivalità personali ma si basa sull'opposizione fra due metodi fondamentalmente diversi: il metodo democratico e il metodo dittatoriale".
"Le due correnti – aggiungeva – vogliono la stessa cosa, l'emancipazione del proletariato, e, con esso, dell'umanità attraverso il socialismo. Ma la via scelta dagli uni è
ritenuta falsa dagli altri e non può che condurre alla rovina" (35).
Da quel momento molti socialisti videro in Lenin l'uomo che era riuscito a realizzare l'utopia comunista dimostrando la validità della strategia di Marx. Parlando al terzo congresso della gioventù comunista, il 2 ottobre 1920, Lenin promise: "La generazione che oggi ha quindici anni vedrà la società comunista e la edificherà essa stessa" (36).
Alla morte di Lenin, nel 1924, tutto il potere venne accentrato nelle mani di Stalin. Nel suo rapporto al Comitato centrale del Partito, il 7 gennaio 1933, il dittatore sovietico affermò: "L'abolizione delle classi non si ottiene attraverso l'estinzione della lotta di classe, ma attraverso il suo rafforzamento. L'estinzione dello Stato si farà non attraverso l'indebolimento del potere statale, ma attraverso il suo rafforzamento massimo, indispensabile per annientare i residui delle classi che si stanno estinguendo e per organizzare la difesa contro l'accerchiamento del capitalismo" (37). La vita economica era determinata dall'industrializzazione, inaugurata dal XV congresso del Partito (1927) con le sue direttive per il primo piano quinquennale, e dalla collettivizzazione dell'agricoltura che fu imposta con la violenza soprattutto all'inizio degli anni Trenta. Con la liquidazione dei "kulaki" (contadini proprietari) come "ultima classe sfruttatrice", i presupposti per il socialismo sembravano raggiunti. Perciò all'VIII Congresso dei Soviet nel dicembre 1936 fu adottata una nuova costituzione dell'URSS, con la quale il passaggio al socialismo venne dichiarato chiuso e il socialismo realizzato.
Per concentrare il potere, Stalin condusse una feroce lotta contro due fronti: la "deviazione di destra" di Bucharin, che si era opposto alla collettivizzazione forzata dell'agricoltura, e la "deviazione di sinistra" di Trotzkj, che alla "degenerazione" del partito bolscevico oppose il mito della "Rivoluzione tradita" (38). Entrambi finirono assassinati da Stalin assieme a loro molti seguaci. La lotta contro le tendenze d'opposizione durò quasi fino alla seconda guerra mondiale e trovò l'atto finale nelle sanguinose "purghe" degli anni 1936-1938.
8. Il comunismo alla conquista del mondo
Nel 1919 Lenin aveva organizzato a Mosca la Terza Internazionale (Komintern), con la quale tentava di imporre la direzione sovietica all'intero movimento socialista. Il Komintern aveva una struttura rigidamente centralistica e costituiva, secondo gli statuti, "un partito mondiale comunista unitario", che si componeva dei partiti comunisti dei vari paesi.
Il movimento socialista internazionale si divise allora in due correnti: i partiti comunisti – fedeli al Cremlino, nati generalmente da scissioni come fu nel caso del PCI fondato a Livorno nel1921 da Gramsci e Bordiga – e i partiti socialisti, che cercarono un'alternativa democratica alla via leninista di conquista del potere.
I tentativi di rivoluzione comunista violenta nel mondo – dal cosiddetto "biennio rosso" (1919-1921) fino alla guerra di Spagna (1936-1939) – fallirono, provocando anzi una forte reazione anticomunista in Occidente.
Nell'agosto del 1938, Russia comunista e Germania nazista firmarono il patto di non-aggressione noto come "Molotov-Ribbentrop". Pochi giorni dopo, mentre
Hitler invadeva la Polonia, le truppe di Stalin annettevano le Repubbliche baltiche, l'Ucraina e la Bielorussia. Nel 1941, dopo che Hitler aveva invaso anche la Russia, il Cremlino si alleava con
le potenze occidentali.
Nel giugno del 1943 Stalin sciolse il Komintern, per aver mano libera nelle trattative con gli alleati occidentali e decidere con loro il futuro assetto del mondo postbellico. Tra il 1944 e il 1945 l'esercito sovietico occupò Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Jugoslavia, Albania e Germania orientale. Nella conferenza di Teheran (novembre-dicembre 1943), negli incontri di Mosca (ottobre 1944) e nella conferenza di Yalta (febbraio 1945) venne sancita la spartizione dell'Europa in due zone di influenza; col consenso dei governi occidentali, il comunismo sovietico diveniva padrone assoluto dell'Europa orientale (39). Nel settembre 1947 Stalin costituì il Kominform, un ufficio di informazione dei partiti comunisti che sostituiva di fatto il vecchio Komintern e configurava ormai il mondo in due blocchi: uno orientale a direzione sovietica, l'altro occidentale a direzione americana.
9. Il dopoguerra in Europa: "miracolo economico" e "distensione"
Gli anni '50 si aprirono in un clima di fiducia nell'avvenire e di anelito verso un mondo in cui sarebbero state estirpate tutte le cause di divisione tra gli uomini. Mentre a Est i regimi comunisti conducevano alla miseria economie un tempo fiorenti, ad Ovest iniziava il cosiddetto "miracolo economico"; ma, a misura che benessere e la prosperità crescevano, gli europei, impegnando la loro capacità di sacrificio al conseguimento di traguardi puramente materiali, si allontanavano rapidamente dalle loro tradizioni di fede e di eroismo. Parallelamente, mentre nelle nazioni comuniste iniziava una politica di aggressivo riarmo, ad Ovest s'inaugurava un processo di disarmo psicologico destinato a culminare nell'"era della distensione", inaugurata dalle figure simboliche del presidente americano Kennedy e di Papa Giovanni XXIII.
Nel 1953, dopo trent'anni di sanguinosa dittatura che aveva ridotto la Russia in miseria e fatto oltre 60 milioni di vittime (40), Stalin morì. Gli successe Krusciov, che nel 1956 accusò il suo predecessore del fallimento del sistema sovietico (41). Il XXII Congresso del Pcus, tenuto nell'ottobre del 1961, rilanciava però le vecchie promesse, assicurando che tra vent'anni il comunismo sarebbe stato realizzato e che entro il 1980 il sistema sovietico avrebbe garantito al popolo un benessere sociale ben superiore a quello americano (42).
10. I primi tentativi del marxismo di uscire dalla crisi: dallo "scisma" jugoslavo alla "primavera di Praga"
Favorita dal nuovo clima della de-stalinizzazione, all'interno dell'"ortodossia" marxista si sviluppava intanto una nuova corrente, caratterizzata dalla critica al "dogmatismo" ed allo statalismo burocratico e dal tentativo di elaborare un comunismo "dal volto umano". Una sistematica ed insistente propaganda cominciò ad alimentare nell'opinione pubblica la speranza del "revisionismo" marxista (43).
In Polonia, soprattutto dopo l'ascesa al potere dell'equipe antistalinista di Gomulka, tra il 1957 e il 1958, i maggiori esponenti di questa corrente
furono il filosofo Adam Schaff e l'econimista Oskar Lange. In Ungheria, essa fu rappresentata specialmente dal circolo Petofi, che appoggiò il dirigente comunista Imre Nagy negli avvenimenti
del 1956; a questa tendenza si ricollegava in parte il filosofo Gyorgy Lukacs e la cosiddetta "scuola di Budapest".
Il primo modello di comunismo "dal volto umano" si realizzò in Jugoslavia, il paese che tentò per primo di realizzare un'esperienza autogestionaria. A partire dal 1950 i dirigenti comunisti jugoslavi imboccarono la strada dello smantellamento dell'economia accentrata proclamando la dissoluzione parziale dello Stato e trasferendone alcuni poteri ad organismi periferici. Questo tentativo, protrattosi per vent'anni, fallì però completamente (44).
Un altro tentativo fallito fu quello cecoslovacco nel 1968. Anche in questo Paese, sulla base dell'umanesimo marxista si cominciarono a sperimentare una serie di iniziative per smantellare la burocrazia di Stato, attaccata dai tecnocrati del "socialismo dal volto umano" che facevano capo all'economista Ota Sik e ad Aleksander Dubcek, eletto segretario del partito nel gennaio 1968. Quando però, con la "primavera di Praga", sembrò prendere il sopravvento una protesta antisocialista, i carri armati del Cremlino intervennero per chiudere bruscamente l'esperimento.
11. Il modello socialdemocratico
Una svolta tattica di importanza storica nella storia della sinistra fu quella del congresso di Bad Godesberg del novembre 1959, in cui la socialdemocrazia tedesca rinunciò formalmente al marxismo (45). In polemica con la rigida concezione marxista ortodossa, i neo-revisionisti tedeschi definivano il socialismo, secondo la formula di Bernstein, come "un compito che non ha mai termine" (46).
Tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, mentre le rivolte di Berlino, di Budapest e di Danzica rivelavano i primi sintomi della crisi dell'impero sovietico, la Sinistra occidentale proponeva un nuovo modello sociale rappresentato dal socialismo svedese. In Svezia il Partito socialista rimase al governo pressoché ininterrottamente dal 1932 al 1976. Ispirandosi allo schema economico kynesiano (47), esso introdusse il mito della "società dei consumi evoluta" e amorale. Attraverso un inasprimento della progressione fiscale e una crescita del potere sindacale, il socialismo svedese mirava ad organizzare una ridistribuzione ugualitaria delle ricchezze e a realizzare un assistenzialismo statalistico totalitario, "dalla culla alla tomba".
Contemporaneamente, in Inghilterra i laburisti si facevano alfieri di uno Stato assistenziale, paragonabile per molti aspetti a quello svedese, caratterizzato da un programma di vaste nazionalizzazioni. Proprio queste nazionalizzazioni costituiranno per molto tempo un cavallo di battaglia della Sinistra: in Italia, ad esempio, la svolta a sinistra del 1963 coinciderà con la nazionalizzazione dell'energia elettrica e di altri settori determinanti dell'economia. Ancora fino al 1981, la nazionalizzazione dei settori-chiave dell'economia rappresenterà il punto qualificante – e la causa del fallimento – del programma di governo di Mitterrand. Oggi, la stessa Sinistra riconosce il carattere fallimentare di questa politica di nazionalizzazione (48).
12. La mano tesa verso i cattolici e la Ostpolitik
Già fin dagli anni quaranta, i partiti comunisti europei avevano rivolto ai cattolici un messaggio al "dialogo", prontamente recepito dalla
sinistra progressista. Dieci anni dopo, Krusciov, tentò la politica della "mano tesa" rivolgendosi prima alla base cattolica, poi anche alla Germania e alla Santa Sede; contemporaneamente
fece appello alle forze pacifiste occidentali, proponendo loro una comune strategia in favore della coesistenza pacifica e per la "distensione" internazionale, nella prospettiva di ricevere
dall'Occidente coperture diplomatiche, appoggi politici ed aiuti economici.
Il primo grande risultato di questa strategia fu lo sconcertante silenzio che, dietro richiesta della chiesa russo-scismatica, il Concilio Vaticano II, convocato da Giovanni XXIII nell'autunno del 1962, mantenne sul pericolo comunista. Una proposta di condannare l'errore comunista, avanzata da 454 padri conciliari, venne insabbiata (49).
Il 7 marzo 1963, Giovanni XXIII ricevete in udienza in Vaticano Alexis Adjubei, genero di Krusciov e direttore dell'"Izvestija". Pochi giorni dopo, il segretario del PCI Togliatti, in piena campagna elettorale, propose ufficialmente una collaborazione tra cattolici e comunisti, affermando che "l'utopia religiosa" può servire come fermento rivoluzionario sulla strada del socialismo (50). Alle elezioni del 29 aprile 1963, il PCI aumentò di un milione di voti, provenienti soprattutto da ambienti cattolici.
L'11 aprile 1963 era frattanto comparsa l'enciclica Pacem in terris, che fu presentata all'opinione pubblica come base per una futura collaborazione tra movimenti di ispirazione cristiana e movimenti di ispirazione socialista. Ad essa si richiameranno tutti i teorici della convergenza tra cattolici e comunisti, dal filosofo francese Roger Garaudy, all'ispiratore del "compromesso storico" Franco Rodano (51). Quest'ultimo proponeva una sorta di "cristianesimo nel comunismo", in cui l'"uomo nuovo" avrebbe potuto essere cattolico in metafisica e in teologia, e comunista nelle sue prospettive culturali e politiche.
Nel 1972 la "distensione" riceveva uno straordinario impulso dai viaggi di Nixon in Cina e in Russia (52). L'obiettivo della politica sviluppata da Nixon e dal suo segretario di Stato Kissinger su scala mondiale, era identico alla politica che Willy Brandt, cancelliere socialista tedesco, sviluppava su scala europea: l'idea di una "convergenza" tra il blocco occidentale e quello comunista. Il risultato di questa politica di collaborazione, fondata sull'asse privilegiato Washington-Mosca, fu di impedire, grazie ai puntelli economici, lo sgretolamento dell'impero sovietico. Nondimeno, l'aggressività sovietica in questi anni crebbe in proporzione agli aiuti ricevuti dall'Occidente.
Nel campo ecclesiastico, mons. Agostino Casaroli, ministro degli esteri di Paolo VI, perseguiva una politica di intesa col comunismo, analoga a quella di Brandt e di Kissinger. Una delle più illustri vittime della Ostpolitik vaticana, fu il cardinale Mindszenty, primate di Ungheria ed eroe della resistenza anticomunista, che, risultando d'intralcio al "dialogo" tra la Santa Sede e il governo ungherese, venne destituito dalla sua carica da Paolo VI.
13. L'ideologia terzomondista e la "teologia della liberazione"
L'ideologia terzomondista risale agli scritti di Jean-Paul Sartre (1905-1980) contro il colonialismo francese ed alla apologia, da parte del martinicano Franz Fanon (1925-1961) della violenza rivoluzionaria degli oppressi. Questa ideologia fece un salto qualitativo con la vittoria della rivoluzione cubana (1959) e la trasformazione di Ernesto "Che" Guevara (1928-1967) in "eroe" della guerriglia di liberazione. Mentre Guevara elaborava le sue tesi sulla guerriglia contadina, il brasiliano Carlos Marighela le trasferiva al contesto della guerriglia urbana. I Tupamaros, i Montoneros e una lunga serie di movimenti terroristi che giungono fino a Sendero luminoso del Perù di oggi, sono espressioni di questa corrente.
Secondo questa ideologia, l'unica via allo sviluppo sarebbe quella che rompe i rapporti economici di dipendenza coi paesi sviluppati.
In questo contesto nacque la "teologia della liberazione" (53), una corrente che, applicando le categorie marxiste alla teologia cattolica, traspone l'ideale soprannaturale della redenzione, in quello di una liberazione puramente sociale (54). La prima spinta verso l'attuazione di questo progetto – su influenza di teologi come Gustavo Gutierrez, Hugo Assmann, Leonardo Boff – fu occasionata dalla Conferenza tenuta dall'episcopato latinoamericano a Medellin nel 1968 (55). In questo clima fu avviato il cosiddetto "processo di decolonizzazione". In seguito all'azione combinata del terrorismo e della propaganda ideologico-sentimentale della Sinistra internazionale, paesi come l'Angola e il Mozambico videro reciso il loro legame plurisecolare con la madrepatria portoghese, per precipitare sotto il giogo di efferate dittature marxiste.
Alla fine degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta, il terzomondismo occidentale trovò la sua bandiera nella guerra del Vietnam. Tutta una generazione del movimento studentesco si mobilitò nell'appoggio propagandistico dato ai Viet-cong e al governo comunista di Hanoi. Nel 1975, quando cadde il regime di Saigon, la Sinistra occidentale esultò, ma meno di tre anni dopo il mito terzomondista crollava miseramente. La tragedia dei boat-people, che tentavano di fuggire dalla dittatura di Hanoi, e le rivelazioni sui lager vietnamiti e cambogiani, aprirono gli occhi dell'opinione pubblica mondiale sulla realtà della situazione indocinese.
Tra il 1975 e il 1978, in Cambogia, i Khmer rossi del famigerato Pol Pot tentarono un esperimento di autogestione selvaggia elaborata anni prima nel laboratorio ideologico della Sorbona. Anche questo esperimento, che comportò la deportazione dell'intera popolazione cambogiana e che è costato quasi tre milioni di morti (circa un terzo dell'intera popolazione), fallì miseramente e provocò indignazione nel mondo intero (56).
L'ultima bandiera terzomondista è stata quella della rivoluzione sandinista in Nicaragua del 1979, vittoriosa grazie all'appoggio della sinistra cattolica ispirata dalla "teologia della liberazione". I clamorosi risultati delle elezioni del febbraio 1990, hanno però, mostrato al mondo come questa rivoluzione non avesse alcuna base popolare. La "teologia della liberazione" sopravvive in America Latina e in Sudafrica (57).
14. La "Rivoluzione culturale" cinese
Negli anni Sessanta, con la cosiddetta Rivoluzione culturale cinese, Mao-Tse-Tung, pur proclamandosi fedele discepolo di Lenin e Stalin, aveva proposto una strada diversa sia dalla "ortodossia" sovietica che dal "revisionismo" dei comunisti europei (58).
La rivoluzione culturale intendeva estirpare in profondità ogni radice e vestigia del passato, per realizzare una società basata su un sistema di collettivi contadini. L'esperimento cinese, fondato sulla formula "circondare le città con la campagna", sosteneva che la rivoluzione doveva cominciare dalla periferia e infine arrivare al centro. Mao pretendeva in tal modo di saltare la tappa dell'industrializzazione del capitalismo di Stato, per riformare la società sulla base di comuni agricole autogestionarie. La Rivoluzione culturale maoista integrava, inoltre, la dialettica marx-engeliana con quella taoista, in una visione evolutiva della realtà caratterizzata dalla "plasticità" della natura umana: l'uomo dovrebbe essere sottoposto ad un'educazione permanente, ossia continuamente plasmato e rimodellato (59).
Il fallimento di questa via diventò evidente dopo la morte di Mao, l'ascesa di Deng Xiao Ping, il processo alla "banda dei quattro" e il discredito
in tutto il mondo di quella "rivoluzione culturale" cinese che aveva costituito un punto di riferimento alla Sinistra occidentale. Nel frattempo, la Rivoluzione cinese, aveva provocato un numero
ancora imprecisabile di milioni di morti (60).
15. Il socialismo libertario del "Sessantotto"
Il "Sessantotto" fu un movimento rivoluzionario che si propose di contestare radicalmente ogni forma di autorità e di coazione giuridica e morale, tanto nell'ambito individuale quanto in quello sociale. Esso si presentò come una rivoluzione nel quotidiano e nell'ambito familiare che, mediante una rivolta generazionale, intendeva innanzitutto realizzare la perfetta anarchia "liberando" gli istinti dell'individuo e delle masse dal giogo imposto da secoli di cultura e di civiltà (61). Le sue radici affondano nei movimenti beatnik e hippies degli anni '50 e '60.
Il principale teorico del movimento, Herbert Marcuse, rifacendosi a Marx e a Freud indicava nella rivoluzione studentesca la nuova fase del socialismo: "Non il socialismo di marca stalinista né poststalinista, ma il socialismo libertario che sempre ha corrisposto al concetto integrale di socialismo, però sempre troppo facilmente represso e soppresso" (62). Secondo lo stesso Marcuse, la rivolta giovanile è "una ribellione allo stesso tempo morale, politica, sessuale. Una ribellione totale. Essa trova origine nel profondo degli individui. (...) Per vivere un'esistenza governata dagli istinti vitali finalmente liberati, i giovani sono disposti a sacrificare molti beni materiali" (63).
Questa "sensibilità", non era altro che l'affermazione del primato della libertà intesa come libertà istintuale. Ricollegando il Sessantotto alla Rivoluzione francese, un altro protagonista della contestazione, il sociologo Alain Touraine, affermerà: "Il cittadino del 1789 aveva una testa, i socialisti gli hanno aggiunto i muscoli, e noialtri, nel XX secolo, gli abbiamo aggiunto un sesso e un'immaginazione" (64).
Alle spalle di Marcuse, precursore del '68, è stato lo psicanalista Wilhelm Reich (1897-1957), ebreo austriaco a cui si deve il primo tentativo coerente di una sintesi tra marxismo e freudismo, cioè di una psicanalisi rivoluzionaria. Fin dagli anni '30, aveva fondato un movimento sessuo-politico secondo cui l'avversario principale da combattere è la morale cattolica e tradizionale, incarnata dall'istituto familiare (65). La sua è una vera e propria "mistica" sessuale, una "religione orgonica" come la definisce, la vera religione di chi sa che "l'Amore nei lombi, la dolcezza dello struggente piacere dell'amplesso è il suo vero dio" (66). Wilhelm Reich morì nel 1957, in un manicomio degli Stati Uniti. Il suo messaggio fu riproposto in forma meno grossolana e violenta da Marcuse, in "Eros e Civiltà", e soprattutto da strutturalisti come Michael Foucault e da teorici della "antipsichiatria" come David Cooper e Ronald Laing (67).
Nonostante il suo apparente fallimento, il Sessantotto permeò lentamente ma progressivamente la società occidentale dei suoi slogan e della sua mentalità. "Le tracce più visibili del '68 – affermerà vent'anni dopo uno dei capi della rivolta, Daniel Cohn Bendit – si apprezzano nel comportamento della gente, nei suoi abiti, nella sua vita di tutti i giorni, l'educazione, il femminismo, la cultura" (68).
16. Dopo il '68: i nuovi "soggetti rivoluzionari"
A partire dagli anni Settanta, teorici socialisti e marxisti in generale, svilupparono un'analisi più ampia degli effetti profondi della
rivoluzione studentesca del '68, che aveva messo allo scoperto la crisi socio-culturale delle società industrializzate.
L'ideale della "dittatura del proletariato" appariva sempre più privo di senso. Il metodo dialettico marx-hegeliano poteva conservare la sua validità solo a condizione di sostituire la tradizionale classe del proletariato, ormai in via di sfaldamento, con nuovi "soggetti rivoluzionari": i giovani contrapposti agli anziani, le donne agli uomini, i bianchi ai negri, il terzo mondo al primo, etc. (69).
La sinistra individuò, così, un "nuovo proletariato" socio-culturale: i movimenti femministi, pacifisti, ecologisti, i movimenti di liberazione etnica e quelli che raccolgono le minoranze emarginate come omosessuali, prostitute, drogati, punk. Si trattava di dare a questi settori "oppressi" una "coscienza sociale" e di lanciarli all'assalto della società. La rivendicazione di queste istanze non fu affidata ai partiti storici della sinistra, più lenti nell'assorbire le nuove idee, ma a frange partitiche minoritarie, come il Partito Radicale in Italia e, successivamente, il movimento tedesco dei "Verdi".
In questo clima, si sviluppò inoltre il terrorismo degli anni '70. La nascita delle Brigate Rosse, struttura clandestina che reclutava i "rivoluzionari di professione" nell'ambito delle altre organizzazioni di sinistra, apre lo scenario del terrorismo in Italia (70). "La feccia della società – proclamava Renato Curcio, leader delle Brigate Rosse – è l'avanguardia della rivoluzione" (71). In Italia, l'ala "politica", ingrossò i movimenti terroristici.
17. Eurocomunismo e "compromesso storico"
Tuttavia è proprio nella prospettiva della "rivoluzione culturale" che si situa la riscoperta del pensiero di Antonio Gramsci (1891-1937) da parte del PCI, che lo spingerà a tentare una nuova evoluzione tattica (72).
Se la strategia leninista prevedeva una conquista manu militari della "cittadella borghese", Gramsci aveva elaborato fin dagli anni Trenta, la teoria di una rivoluzione basata sulla penetrazione culturale, l'aggregazione del consenso di massa e l'egemonia esercitata sulla società dagli "intellettuali organici". Al partito comunista, "moderno principe" (in riferimento alla celebre opera di Machiavelli) sarebbe spettato il compito di esercitare una "egemonia", cioè una sorta di direzione culturale della società.
La strategia gramsciana non comportava l'eliminazione diretta dello Stato, ma la sua progressiva identificazione colla società civile mediante la sostituzione del governo burocratico di funzionari con un regime di autogestione (73). Questa via si richiamava alla scelta fatta a suo tempo da Togliatti, dalla "svolta di Salerno" del 1944, al cosiddetto "memoriale di Yalta", scritto nell'agosto 1964 (74).
Nei mesi di settembre e ottobre 1973, dopo l'ascesa e la caduta del governo socialcomunista di Salvador Allende in Cile, il segretario del PCI Enrico
Berlinguer (1922-1984) pubblicò su "Rinascita", una serie di "Riflessioni sull'Italia dopo i fatti del Cile" (75), in cui avanzava la proposta di un "compromesso storico" che, per evitare
reazioni anticomuniste, portasse i comunisti al governo in maniera indolore, usufruendo cioè dell'appoggio e della complicità dei rappresentanti politici del mondo cattolico, e,
possibilmente, anche della tolleranza della Gerarchia ecclesiastica.
Il tentativo di "compromesso storico", lanciato in Italia dal PCI, fu esteso tra il 1976 e il 1979 su scala internazionale (76). La parola "Eurocomunismo", entrata nel vocabolario politico corrente almeno dal 1975, fu adottata ufficialmente il 3 marzo 1977, a Madrid, da Berlinguer, Marchais (PCF) e Carrillo (PCE) (77). Questo processo strategico era caratterizzato dal rifiuto esplicito della via rivoluzionaria nei Paesi sviluppati dell'Occidente, per i quali si affermava al contrario la validità di una "democrazia formale" durante l'intero processo di transizione al socialismo (78) e dal progetto di una nuova "solidarietà internazionale", che si sostituisse alla visione schematica della Terza Internazionale. Malgrado la grande cautela usata, anche questo tentativo è, però, sostanzialmente fallito alla fine degli anni Settanta.
18. Mitterand e l'autogestione socialista
Dopo il fallimento dell'euro-comunismo, alcuni partiti socialisti europei, tentarono di rilanciare il mito dell'autogestione, approfittando degli spaventosi effetti morali e politici prodotti nelle tendenze della società occidentale dalle idee libertarie ed ugualitarie avanzate dalla rivoluzione del '68. In questo quadro, una nuova fase del socialismo si concretizzò soprattutto in Francia, con l'ascesa al potere di François Mitterrand. Già nel suo manifesto programmatico per gli anni Ottanta (79), il Partito socialista francese aveva proposto di trasformare radicalmente in senso autogestionario non solo le imprese industriali, commerciali e agricole, ma anche la famiglia, la scuola e l'intera vita civile (80). Veniva prospettata una riforma totale della società e dell'individuo per mezzo di una nuova forma di lotta di classe: nella impresa, sollevando gli operai contro i padroni; nella famiglia, suscitando la ribellione dei figli contro i genitori; nella scuola, organizzando la rivolta degli alunni contro i professori... e così via.
Nel dicembre 1981, dopo la vittoria di Mitterrand alle elezioni presidenziali, questa manovra venne smascherata e denunciata all'opinione pubblica mondiale dalle associazioni di difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà (TFP), che diffusero un messaggio del prof. Plinio Correa de Oliveira, intitolato: "Il socialismo autogestionario: una barriera o una testa di ponte verso il comunismo?" (81). Pochi anni dopo, il programma di Mitterrand, subiva un rapido declino di popolarità e lo stesso presidente francese, rinunciava in parte alle riforme del suo progetto.
19. Il "laboratorio polacco"
Mentre in Francia si sviluppava il progetto autogestionario, un esperimento analogo veniva tentato al di là della "cortina di ferro", in Polonia (82).
Nel 1980 iniziava infatti la fortuna di Solidarnosc, un sindacato cristiano-socialista, che proponeva la trasformazione del socialismo burocratico, in un
regime di autogestione, realizzato a partire dalle grandi imprese statali. L'uomo comune occidentale, influenzato dalla propaganda di sinistra, secondo cui il male del comunismo risiederebbe solo
nel suo aspetto aggressivo e territoriale, era portato a simpatizzare per Solidarnosc, senza percepirne l'insidia ideologica. La Polonia rappresentava, inoltre, un laboratorio ideale non solo per
un esperimento autogestionario, ma anche per un nuovo tentativo di "convergenza" tra comunisti e cattolici, favorito da settori dello stesso episcopato. In questo quadro, il 15 gennaio 1981, il
leader di Solidarnosc Lech Walesa, fu ricevuto in Vaticano da Giovanni Paolo II, con onori riservati ad un capo di Stato. La stampa parlò di una vera e propria "investitura"
(83).
Nel 1989 questa manovra sboccherà nella creazione di un governo – guidato da Tadheus Mazowiecki, un cattolico di sinistra legato al sindacato di Walesa – che sancirà l'alleanza tra il Partito comunista e Solidarnosc.
20. La "psico-chirurgia" rivoluzionaria del PSOE
In Europa occidentale, dopo il fallimento di Mitterand, il ruolo di punta della Sinistra, fu assunto dal Partito socialista spagnolo (PSOE).
Già sotto Franco, fin dalla fine degli anni '60, si era ripreso a pubblicare Marx ed erano apparse riviste di Sinistra. In un'intervista concessa nel 1978 alla rivista Leviatan, il segretario del PSOE Felipe Gonzales, spiegava che, negli anni precedenti il suo rientro sulla scena spagnola, il suo partito, assimilando le riflessioni dei principali teorici del socialismo europeo, aveva elaborato un progetto di un nuovo modello di società e di una nuova tattica per realizzarlo (84).
Uno dei teorici più significativi del PSOE, Ignacio Sotelo, sosteneva che la classe operaia non ha la capacità di stabilire la classica dittatura del proletariato e che "la dimensione politica non è quella prioritaria nella marcia verso il socialismo" (85), auspicando una rivoluzione che operi un cambio della mentalità e che inneschi una trasformazione graduale e permanente delle istituzioni sociali.
La concezione neo-rivoluzionaria adottata dai partiti socialisti europei, che afferma la priorità della rivoluzione culturale su quella economica, fu ufficialmente consacrata nel Congresso straordinario del PSOE, svoltosi nel settembre 1979. Affermava il vicepresidente socialista del governo spagnolo Alfonso Guerra: "Oggi, l'esperienza socialista spagnola serve di guida e di aspettativa per il socialismo internazionale" (86). Nonostante abbia ottenuto il grave risultato di addormentare psicologicamente l'opinione pubblica spagnola, realizzando una sorta di operazione psico-chirurgica (87), oggi anche questo esperimento sembra conoscere una fase di crisi.
21. La Russia verso l'autogestione: la perestrojka di Gorbaciov
Nel marzo 1985 Mikhal Gorbaciov divenne capo del Cremlino. L'insolito cambio della guardia fu occasione della nascita di una nuova strategia, nata per
iniziativa della direzione del partito (88), che venne annunciata al plenum del Comitato centrale dell'aprile 1985, appena un mese dopo l'elezione di Gorbaciov a segretario generale, e poi al XXVII
congresso generale del Pcus. Nel 1987, infine, fu lanciato con gran pubblicità in Occidente il libro programmatico di Gorbaciov, Perestrojka.
Nelle nazioni occidentali si andava intanto diffondendo, per opera dei mass-media, la "gorby-mania", una sorta di nuova moda che
propagandava in termini simpatici la figura del capo del Cremlino. Questa moda ha contribuito a creare nel mondo libero un clima di cieco ottimismo per quanto riguarda i possibili sviluppi della
situazione internazionale. Il settimanale americano "Time", nel 1988, ha proclamato Gorbaciov "uomo dell'anno", definendolo "un simbolo di speranza per la nuova Unione Sovietica". In questo clima,
l'8 dicembre 1988, a Washington, lo storico incontro tra il presidente americano Reagan e il capo del Cremlino, ha sancito la prospettiva di un "compromesso storico mondiale" tra le due
superpotenze, portando a compimento "l'era della distensione" (89).
Il 1° dicembre 1989 Giovanni Paolo II ha ricevuto ufficialmente Gorbaciov in Vaticano, compiendo un gesto storico di portata non minore delle prime aperture di Giovanni XXIII ai capi sovietici,
un gesto che ha suscitato molta perplessità presso i moderati e molta euforia tra i progressisti (90). Secondo non pochi commentatori politici e religiosi, questa vera e propria "Santa
alleanza firmata in Vaticano" (91), avrebbe segnato il trionfo dell'Ostpolitik (92) e aperto "la paradossale possibilità che un nuovo Costantino, non pagano, ma capo di uno stato comunista e
ateo, contribuisca positivamente al riavvicinamento ecumenico tra le due grandi anime della cristianità" (93). Una prossima visita di Giovanni Paolo II a Mosca dovrebbe segnare il culmine di
questo processo di riavvicinamento (94).
22. L'immenso malcontento dei popoli schiavizzati
Il crollo del muro di Berlino e gli spettacolari avvenimenti nell'Est europeo, che nello spazio di un anno (1989-1990) hanno visto staccarsi dal blocco sovietico la Polonia, la Germania orientale, la Cecoslovacchia e l'Ungheria, pongono nuovi interrogativi sullo sviluppo futuro della perestroyka, ma offrono la conferma, tragicamente evidente, del fallimento dell'utopia comunista.
In un manifesto pubblicato in Europa nei primi giorni di marzo del 1990, il prof. Plinio Correa de Oliveira, con la consueta acutezza, osserva: "Tutto questo attuale sommovimento della geografia europea si manifesta qui e là in circostanze e significati diversi; ma ad essi sovrasta un significato generale che li ingloba e li penetra come un grande impulso comune: è il Malcontento. (...) Un incendio furibondo sta propagandosi nell'impero sovietico, disgregandolo: sono le fiamme di un gigantesco 'malcontento'. Malcontento di chi non concorda in nulla ma è fisicamente impedito di parlare, muoversi, sollevarsi, insomma di manifestare una dissidenza efficace. (...) Probabilmente il più vasto e totale Malcontento che la storia conosca. (...) Se il Malcontento nel mondo sovietico si sviluppasse in questo modo senza incontrare nel suo corso ostacoli di maggiore entità, l'osservatore politico non avrebbe bisogno di essere molto acuto per cogliere il punto finale al quale si arriverà: l'abbattimento del potere sovietico in tutto il suo immenso impero, fino a ieri circondato dalla cortina di ferro, e il levarsi, dal fondo delle rovine che così si accumulano, di un unico, immenso, tonante grido di indignazione dei popoli schiavizzati e oppressi" (95).
Per spegnere questo furibondo incendio, per evitare che esso arrivi al suo inesorabile punto finale, la Sinistra tenta la sua ultima metamorfosi: una auto-distruzione che faccia dell'anarchia e del caos un lugubre sogno, prima ancora che un'agghiacciante realtà.
Impedire che questo sogno si traduca in realtà, trasformare il profondo e viscerale malcontento in consapevole anticomunismo e convertire l'anticomunismo in esplicita Contro-rivoluzione, è il compito storico dei cattolici di oggi, a cui queste pagine hanno voluto offrire un contributo.
1) Il prof. Plinio Correa de Oliveira dimostra che l'essenza del sinistrismo sta soprattutto nel concetto di "uguaglianza". (cfr. "Giustizia e disuguaglianza cristiana", in "Cristianità" anno VII, n. 54 pp. 11-12). La sua tesi è confermata da molti intellettuali di sinistra, come N. BOBBIO ("Tentati dalla destra", in "La Stampa", 28.11.1982) e S. MAFFETTONE ("Sinistra, un concetto che dovremo ridefinire", in "Avanti!", 9.1.1990). "Al termine sinistra – osserva un altro intellettuale socialista, Paolo Flores D'Arcais – si accompagnano storicamente i valori proclamati dall'89, libertà, eguaglianza, fratellanza (...). Idealmente: a destra la Bastiglia, a sinistra il popolo" ("Il Messaggero", 29.5.1983).
2) Cfr. Plinio Correa de Oliveira nella sua celebre opera "Rivoluzione e Contro-Rivoluzione", pp. 72-75 e passim.
3) Il "Code de la Nature" di Morelly (1755) fu un testo sacro del pensiero di sinistra al cui programma si richiamarono Babeuf, Fourier, Proudhon, Marx. In esso l'autore descrive l'utopia di una società socialista primitiva fondata sulla comunanza dei beni e sull'abolizione della proprietà privata (cfr. J. TALMON, "Le origini della democrazia totalitaria", pp. 76-79).
4) F. ENGELS, "L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza", pp. 15-17. Scriverà a sua volta Lenin: "Dovremo probabilmente seguire (...) il consiglio che Engels diede un giorno ai socialisti tedeschi – ossia tradurre e diffondere tra le masse le pubblicazioni francesi illuministiche ed atee del secolo XVIII" (LENIN, "Sulla religione", p. 17). La Rivoluzione francese, scriveva Marx nella lettera a Ruge del maggio 1843, ha "restaurato" l'uomo e concepito la grande idea di un ordinamento di "uomini liberi" (K. MARX – F. ENGELS, "Opere complete", vol. III, pp. 150-152).
5) P. KROPOTKIN, "La Grande Rivoluzione", 1789-1793, p. 378. Richiamandosi al movimento hussita e all'anabattismo, Kropotkin afferma che "vi si può trovare l'essenza stessa della corrente di idee che noi rappresentiamo in questo momento: la negazione di tutte le leggi dello Stato e delle leggi divine; il comune, padrone assoluto dei suoi destini, che riprende ai signori tutte le terre e rifiuta ogni pagamento di tributi allo Stato; il comunismo infine e la uguaglianza messa in pratica" ("Lo Stato e il suo ruolo storico", p. 54). Lo stesso albero genealogico, da Muntzer a Babeuf, è tracciato da M. BAKUNIN in "La comune e lo Stato", pp. 34-35.
6) "La rivoluzione francese – afferma il "Manifesto degli Eguali" – è soltanto il prodromo di un'altra rivoluzione molto più vasta, molto più solenne, e che sarà l'ultima. Il popolo ha marciato sui corpi dei re e dei preti coalizzati contro di lui: succederà lo stesso ai nuovi tiranni, ai nuovi tartufi politici assisi al posto dei vecchi" (cit. in A. SAITTA, "Ricerche storiografiche su Babeuf e Buonarroti", p. 308).
7) Osserva il maggior storico di Buonarroti, Armando Saitta: "I supremi dirigenti, ignoti a tutti, manovravano in maniera dittatoriale la grande massa dei vari settari. Tanto più che Buonarroti non limitava la propria azione alla sua dichiarata organizzazione dei "Sublimi Maestri Perfetti o del Mondo": oltre a creare in questa una molteplicità di gradi, egli aveva istituito una molteplicità di sette inferiori, secondarie, che ignoravano la dipendenza dai Sublimi Maestri Perfetti, ma non per questo erano libere nella loro azione. (...) I federati piemontesi del 1821 come i congiurati lombardi del conte Gonfalonieri avevano un bell'ignorare i legami che li univano al patriarca comunista del 1796 e un muoversi sulla piattaforma di un programma esclusivamente di monarchia costituzionale; non per questo erano segretamente meno manovrati dai buonarrotiani Sublimi Maestri Perfetti. Similmente la carboneria italiana conobbe la stessa autonomia e la stessa dipendenza" (A. SAITTA, "Ricerche storiografiche su Buonarroti e Babeuf", pp. 41-42).
8) Nel pamphlet "What is socialism" (1841). Si tratta di una paternità peraltro discussa: secondo altri il diritto di priorità spetterebbe ad un discepolo di Saint-Simon, Pierre Leroux.
9) M. LEROY, "Historie des Idèes sociales en France", vol. II, 355-357.
10) Fourier vedeva nell'ampliamento dei diritti della donna "il principio generale di ogni progresso sociale" (Cfr. W. HOFFMAN, "Da Babeuf a Marcuse", p.
137). La parificazione politica ed economica della donna (portata avanti soprattutto in Inghilterra dal movimento suffragista di ispirazione Fabiana) costituirà uno dei pilastri della
dottrina socialista.
11) Cfr. G. M. BRAVO, "Da Weitling a Marx. La lega dei comunisti", p. 117; D. ZOLO, "La teoria comunista dell'estinzione dello Stato", p. 99. Weitling affermava inoltre la necessità di far perno sugli strati più bassi della società, compresi i delinquenti, al fine di rovesciare il sistema; attraverso la "teoria del furto" (Diebstahltheorie) egli intendeva coinvolgere nel suo piano rivoluzionario coloro che già avevano attentato alla proprietà privata: i ladroni, i briganti, i rapinatori, vittime del potere dei privilegiati. Egli scrisse inoltre un'opera, intitolata "Il Vangelo di un povero peccatore", che – accanto al "Nuovo Cristianesimo" di Saint-Simon e alle "Parole di un credente" di Lamennais – costituì uno dei testi precorritori del "cristianesimo di sinistra".
12) "Come l'uomo cerca la giustizia nell'eguaglianza, così la società cerca l'ordine nell'anarchia. L'anarchia, l'assenza di un padrone, di un sovrano: questa è la forma di governo cui ci andiamo avvicinando di giorno in giorno" (cfr. G. WOODCOCK, "L'anarchia", pp. 7-8).
13) Cit. in D. GUÈRIN, "L'anarchisme", p. 6. "Proudhon è il maestro di noi tutti", dichiarerà lo stesso Bakunin (cfr. G. WOODCOCK, "L'anarchia", p. 132).
14) Nel loro art. 1 gli Statuti affermavano: "Lo scopo della lega comunista è di realizzare, tramite tutti i mezzi possibili della propaganda e della lotta politica, l'abbattimento della vecchia sociètà – e la distruzione della borghesia – l'emancipazione spirituale, politica ed economica del proletariato, la rivoluzione comunista" (G. M. BRAVO, "Da Weitling a Marx", p. 71).
15) F. ENGELS, "Progressi della riforma sociale nel continente" (1843), in K. MARX – F. ENGELS, "Opere complete", vol. III, p. 436.
16) F. ENGELS, "L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza", p. 55. Secondo Engels, la necessità del potere statale era legata alla fase "borghese" della società: "Il primo atto con quale lo Stato agirà come vero rappresentante di tutta la società – la trasformazione dei mezzi di produzione in proprietà sociale – sarà il suo ultimo atto indipendente come Stato, l'intervento del potere statale nei rapporti sociali a poco a poco diventerà superfluo e cesserà di per sé. Invece del governo degli uomini si avrà l'amministrazione delle cose e la direzione dei processi di produzione. Lo Stato non 'si abolisce', lo Stato si estingue". La tesi della necessaria dissoluzione dello Stato e del diritto occupa un posto rilevante nella tradizione del movimento operaio occidentale (cfr. D. ZOLO, "La teoria comunista dell'estinzione dello Stato", p. 15; V. GERRATANA, "Ricerche di storia del marxismo", pp. 219-336).
17) "Forse molti ignorano ancora – nota Nello Rosselli – che Mazzini fu per quattro anni un amico dell'Internazionale" ("Mazzini e Bakunin, Dodici anni di movimento operaio in Italia", p. 130). Infatti "l'Internazionale, all'atto della sua costituzione, era più vicina al pensiero di Mazzini e di Proudhon che a quello di Marx" (L. BRIGUGLIO, "Mazzini e il socialismo", in "MondOperaio", n. 4, aprile 1990, p. 106).
18) Cfr. G. WETTER, "Storia della teoria marxista", pp. 17-18.
19) M. BAKUNIN, "La Comune di Parigi e la nozione di Stato" (1871), in "La Comune e lo Stato", pp. 55-56.
20) P. KROPOTKIN, su "Il Rivoltoso", Ginevra, 25.12.1880. Il tappezziere francese Joseph Dèjacques, allievo di Fourier e di Proudhon, diresse a New York un giornale intitolato "Le Libertarie" in cui pubblicò a puntate un'opera dedicata a tracciare il quadro di un'utopia anarchica: "L'Humanisphère" (1859). Egli "vagheggiava una campagna per la definitiva abolizione della religione e della proprietà, della famiglia e dello Stato: sarebbe stata condotta da piccoli gruppi anarchici composti ciascuno da tre o quattro attivisti disposti ad usare il ferro il veleno il fuoco per affrettare la distruzione del vecchio ordine" (G. Woodcock, L'anarchia, p. 245). Queste tesi anticiparono "I Principi della Rivoluzione" di Bakunin e il "Catechismo del Rivoluzionario" di Sergej Gennadevic Necaev (1847-1882), un testo in cui il rivoluzionario ideale era visto come una specie di sacerdote dello sterminio: "Il rivoluzionario è come un uomo che ha preso i voti. Dovrebbe avere un solo interesse, un solo pensiero, una sola passione: la Rivoluzione. (...) Ha un solo fine, una sola scienza: la distruzione (...) Fra lui è la società v'è una guerra all'ultimo sangue, incessante, irreconciliabile (...) Deve fare una lista dei condannati a morte , ed eseguire le sentenze secondo l'ordine delle relative iniquità" (ivi, p. 151).
21) P. KROPOTKIN, "Parole di un rivoltoso" (1883), in AA.VV., "Gli anarchici", p. 88.
22) Bakunin esaltò in questi termini la Comune di Parigi: "Parigi che uccide il patriottismo e fonda sulle sue rovine la religione dell'umanità; Parigi che si proclama umanitaria e atea, e che sostituisce alle finzioni divine le grandi realtà della vita sociale e la fede nella scienza; alle menzogne e alle iniquità della morale religiosa, politica e giuridica, i principi della libertà, della giustizia, dell'eguaglianza e della fratellanza, queste eterne fondamenta di ogni morale umana!" ("La Comune e lo Stato", p. 57)
23) "Dal 1883 Engels considerava Bernstein e me – ricordava Kautsky – come i rappresentanti più fidati della teoria marxista" (cit. in L. Colletti, Bernstein e il marxismo della II Internazionale, prefazione a E. BERNSTEIN, "I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia", p. XV). Sul testamento ideologico di Engels, cfr. B. GUSTAFSSON, "Marxismus und Revisionismus", pp. 35-75.
24) K. KAUTSKY, "Das Erfurter Programm" (1892), pp. 106, 136; ora in K. KAUTSKY, "Zu den Programmen der Sozialdemokratie" (l'antologia contiene i progammi di Erfurt, Gorlitz e Heidelberg).
25) "Questo obiettivo, qualunque esso sia, per me non è nulla, mentre il movimento è tutto" (E. BERNSTEIN, "I presupposti del socialismo", p. 244; cfr. I. FETSCHER, "Il marxismo", vol. 3, p. 173).
26) Cfr. E. BERNSTEIN, "I presupposti del socialismo", pp. 196-204.
27) Cfr. G. B. SHAW, "The Works of Bernard Shaw", vol. XXX, "Essays in Fabin Socialism"; cfr. W. HOFMANN, "Da Babeuf a Marcuse", pp. 165-166; G. WETTER,
"Storia della teoria marxista", p. 14.
28) Cfr. F. TURATI, "Il partito socialista e l'attuale momento politico", in "Critica Sociale", XI, n. 4, 16.7.1901; ora in "Socialismo e riformismo nella storia d'Italia", pp. 115-118. Come il PSI si richiama a Turati, Il Partito socialista francese, analogamente, si richiama a Jaurès (cfr. la mozione di M. Rocard all'ultimo congresso del PSF, in "Avanti! Della Domenica", 11.3.1990, p. 15).
29) Cfr. A. HIRSCHFELD, Prefazione a C. GIDE, "Il Cooperativismo", pp. 44-45.
30) Cfr. P. VRANICKI, "Storia del marxismo", vol. I, pp. 393-407.
31) V. I. LENIN, "Che fare?", in "Opere scelte", vol. I, p.331.
32) Cfr. S. CAIZZONE, "NEP", in "MondOperaio", n. 8, agosto 1988, p. 150.
33) V. I. LENIN, "Stato e Rivoluzione", in "Opere Scelte", vol. IV, p. 243. Per gli esegeti comunisti di Lenin come Lucio Colletti e Umberto Cerroni, la sostanza della teoria leniniana della transizione al comunismo è quella marxiana del "deperimento" e dell'"estinzione" dello Stato (cfr. D. ZOLO, "La teoria comunista dell'estinzione dello Stato", p. 57).
34) V. I. Lenin, Stato e Rivoluzione (1917), in Opere scelte, vol. IV, p. 277.
35) Cit. in "Avanti! Della Domenica", 15.4.1989, p. 11.
36) V. I. LENIN, "Opere complete", vol. XXXI, p. 284.
37) In "Questioni di leninismo", p. 487, cit. in D. ZOLO, "La teoria comunista dell'estinzione dello Stato", p. 39.
38) Trotzkj definì il "Termidoro sovietico" come "la vittoria della burocrazia sulle masse" ("La Rivoluzione tradita", p. 97).
39) In linea con la strategia staliniana in Italia, Togliatti attuò la cosiddetta "svolta di Salerno": veniva così tentata una politica di "unità nazionale antifascista", partendo dal presupposto che era bene non rompere con gli alleati occidentali e agire raggruppando tutte le forze possibili. Dal punto di vista comunista la Resistenza contro il nazifascismo si presentava come un'estensione all'Europa intera di quella trasformazione della guerra in Rivoluzione che era avvenuta nel '17, ma che si era allora fermata alla Russia: il fronte unitario antifascista era dunque voluto come strumento della Rivoluzione (Cfr. A. DEL NOCE, "Repubblica della cultura e realtà politica", in "L'Europa", n. 17 del 15.11.1971).
40) Cfr. R. CONQUEST, "Il costo umano del comunismo", pp. 31-68; E. CORTI, "Il comunismo realizzato", pp. 6-85.
41) Oggi Gorbaciov ammette che il XX congresso del Pcus, che iniziò la cosiddetta "destalinizzazione", respinse "gli aspetti cupi" e "gli eccessi" del regime staliniano, ma lasciò complessivamente invariato "il sistema burocratico", che anzi "venne acquistando sempre più forza, con conseguenze estremamente negative per la società, che in ultimo fu condotta alla stagnazione e portata sull'orlo della crisi" (M. GORBACIOV, "L'Idea socialista", p. 22).
42) W. HOFMANN, "Da Babeuf a Marcuse", p. 138.
43) Cfr. H. GREBING, "Der Revisionismus von Berntein bis zum «Prager Fruhling»".
44) Cfr. W. PETWAIDIC-FREDERICIA, "La strada sbagliata della cogestione", pp. 122-131.
45) Cfr. AA. VV., "I programmi della socialdemocrazia tedesca. Da Bad Godesberg ad oggi". Il "Chef-Theoriker", ovvero l'autore principale del testo, fu Willi Eichler, che indica una convergenza tra il programma della SPD e il pontificato di Giovanni XXIII. Il gesuita austriaco Osvald von Nell-Breuning afferma infatti che il suo influsso "è stato determinante sulle linee programmatiche di Bad Godesberg", la cui parte dedicata alla politica sociale rappresenterebbe "una sintesi della dottrina sociale cattolica" (cfr. l'intervista apparsa su "Canisius", Mitteilung der Gesuiten, 1990, n. 1, tr. It. Parziale in "Il Regno-Attualità", n. 637 del 15.4.1990, p. 248).
46) Cfr. M. TELÒ, "Tradizione socialista e progetto europeo", p. 28.
47) L'economista inglese John Maynard Keynes (1883-1946) sarà infatti per circa mezzo secolo il "vate" economico della Sinistra occidentale; egli teorizzava la socializzazione del benessere mediante un'aumento della ricchezza economica dello Stato ottenuta attraverso l'indebitamento pubblico; a lui si deve il mito della "piena occupazione".
48) Il "Programma 2000", il più recente documento programmatico del Partito socialista spagnolo, ammette: "Le imprese nazionalizzate furono efficienti? Riuscirono a promuovere realmente la modernizzazione dell'economia britannica? L'opinione più diffusa è negativa. Negli anni Sessanta e Settanta, il declino dell'economia si fece drammatico: non solo in termini di produttività, ma anche di competitività all'estero. Per di più, nel contesto generale della crisi dell'economia inglese, le imprese nazionalizzate si dimostrarono particolarmente incapaci di innovazione, di adeguamento alle mutate condizioni esterne e la loro gestione risulta estremamente conservatrice. L'immagine negativa che esse riflettevano, fu, di fatto, uno dei principali fattori che consentirono il successo elettorale della Thatcher con un programma che prevedeva la privatizzazione della quasi totalità delle imprese nazionalizzate (alcune da trent'anni)" (cfr. "Avanti!", del 28.1.1990, p. 17).
49) Cfr. R. M. WILTGEN, "Le Rhin se jette dans le Tibre", pp. 269-274 ; A. FLORIDI, "Mosca e il Vaticano", pp. 34-42. Cfr. anche T. RICCI, "Il mistero del patto Roma-Mosca", in "30 Giorni" n. 10, ottobre 1990, pp. 58-62.
50) Cfr. "Rinascita", 30.3.1963.
51) F. RODANO, "Questione democristiana e compromesso storico", pp. 13 e sgg.; cfr. i commenti di A. DEL NOCE, "Il cattolico comunista", pp. 21-41.
53) Secondo Plinio Correa de Oliveira, "si può affermare senza esagerazione che, fin dal tempo della bolscevizzazione della Russia, il comunismo non ebbe vittoria paragonabile" a quella permessagli dalla distensione: "perfino i catastrofici cedimenti di Roosevelt a Yalta non eguagliano, in nocività, i risultati più profondi della 'caduta delle barriere ideologiche' operata dalla coppia Nixon-Kissinger" ("A crisi louca", in "Folha de S.Paulo", 18.8.1974).
53) Applicazione della teologia della liberazione sono state in America Latina le cosiddette "Comunità di base". Cfr. P. CORREA DE OLIVEIRA, G. A.
SOLIMEO, L. S. SOLIMEO, "As CEBs... das quais muito se fala, pouco se confece – A TFP as descrive come sao".
54) "Ciò che proponiamo non è la teologia all'interno del marxismo, ma il marxismo (materialismo storico) all'interno della teologia" (Cfr. L. BOFF, "Marxismo na Teologia", in "Jornal do Brasil", 6.4.1980.
55) Cfr. B. MONDIN, "I teologi della liberazione", p. 31. La dottrina della teologia della liberazione fu condannata da Giovanni Paolo II (cfr. "Insegnamenti di Giovanni Paolo II", vol. II, (1979) pp. 192-193) e poi dalla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, con la "Istruzione su alcuni aspetti della «teologia della liberazione», 'Libertatis nuntius'" del 6.8.1984 e la "Istruzione su libertà cristiana e liberazione 'Libertatis conscientia'" del 22.3.1986. A commento del primo documento pontificio, cfr. P. CORREA DE OLIVEIRA, "Il messaggio di Puebla", tr. it. In "Cristianità", n. 50-51, giugno-luglio 1979.
56) Per l'agghiacciante vicenda della rivoluzione cambogiana, cfr. F. PONCHAUD, "Cambogia anno zero", passim.
57) Si è distinto nella propaganda il settimanale "The New Nation", pubblicato dalla casa editrice dei vescovi cattolici sudafricani: una pubblicazione che si ispira a principi e metodi propri dell'ideologia e della prassi marxista.
58) Su Mao cfr. S. SCHRAMM, "Il pensiero politico di Mao Tse-Tung".
59) Ctr. HU-CHI-HSI, "Introduzione a Mao Tse-Tung, Note su Stalin e il socialismo sovietico", Laterza, Roma-Bari 1975, pp. XLVI-L.
60) Cfr. R. CONQUEST, "Il costo umano del comunismo", pp. 77-130; E. CORTI, "Il comunismo realizzato", pp. 88-113.
61) Pierre Fougeyrollas la spiega in questi termini: "Mal tradotta in francese, l'espressione 'rivoluzione culturale' significa veramente una rivoluzione
nelle maniere di sentire, di agire e di pensare, una rivoluzione nelle maniere di vivere (collettivamente e individualmente), in breve una rivoluzione della civiltà" (P. FOUGEYROLLAS, "Marx,
Freud et la révolution totale", p. 390). L'ungherese Agnes Heller, discepola del filosofo marxista Gyorgy Lukacs, è la più nota assertrice della teoria della "rivoluzione nella
vita quotidiana".
62) Cit. in D. SETTEMBRINI, "Il labirinto marxista", vol. II, p. 196. Marcuse scrive ancora: "I graffiti della 'jeunesse en colére' univano Karl Marx e Andrè Breton; lo slogan 'L'imagination au pouvoir' si accoppiava con quello 'les comités (soviets) partout'; in mezzo alle barricate si ergeva il pianoforte col suonatore di jazz; la bandiera rossa ben s'intonava alla statua dell'autore dei Miserabili; e gli studenti di Tolosa in sciopero chiedevano che si resuscitasse la lingua dei trovatori, albigesi. La nuova sensibilità è diventata una forza politica" (H. MARCUSE, "Saggio sulla liberazione", p. 35).
63) "Marcuse: manifesto del nuovo Adamo", intervista a cura di Mauro CALAMANDREI in "L'Espresso" n. 12, 24.3.1968.
64) Cfr. "La libertà dei post-moderni", Intervista con A. TOURAINE, di M. BOFFA, in "Rinascita", 12.3.1988, p. 20.
65) L'uomo per Reich è "energia vitale", identificabile con la sua sessualità: "un frammento di energia orgonica particolarmente organizzato". Ogni traccia della immagine e della somiglianza con Dio, scompare. "Con lo scioglimento del crampo della muscolatura genitale – scrive – scompare l'idea di Dio" (W. REICH, "Psicologia di massa del fascismo", pp. 126, 136-139).
66) W. REICH, "L'assassinio di Cristo", p. 229.
67) Per David Cooper, la rivoluzione passa attraverso la distruzione della famiglia che ha una funzione di "mediazione sociale" ("La morte della famiglia", p. 10) ed è il principale pilastro della società; la società borghese sopravviverà con le sue strutture alienanti, fino a quando non morrà la famiglia.
68) "The New York Times", 1.9.1986.
69) Secondo Alain Touraine, nelle società post-industriali dell'Est come dell'Ovest, la lotta di classe si manifesta come lotta direttamente politica, condotta da soggetti sociali emergenti (i giovani, i tecnici, gli scienziati, etc.), che sono espressione delle nuove forze produttive, costituite dalla scienza, dall'informazione, dalla conoscenza finalizzata, contro la classe dominante dei tecnocrati e dei dirigenti degli apparati. Per il socialista Andrè Gorz, la fonte del conflitto e le condizioni per la trasformazione dell'ordine sociale capitalistico, si situano al di fuori della sfera produttiva. Secondo Gorz, infatti, "a differenza del proletariato di Marx, il neoproletariato non si definisce più attraverso il suo lavoro e non può più essere definito attraverso la sua posizione in seno al processo sociale di produzione. (...) Al posto del lavoratore produttivo collettivo, sta nascendo una non-classe di lavoratori che prefigurano, nel seno stesso della società esistente, una non-società nella quale la classi sarebbero abolite, unitamente al lavoro stesso e a tutte le forme di dominio" (Cfr. M. PACI, "L'operaio multi-dimensionale", in "Rinascita", 4.3.1983, p. 47). Su questi stessi temi interveniva in quegli anni il marxista Toni Negri in alcuni scritti teorici come Il dominio e il sabotaggio (1978).
70) Sulla nascita del terrorismo in Italia, cfr. E. PESERICO, "Gli «anni del desiderio e del piombo». Dal Sessantotto al terrorismo", in
"Quaderni di Cristianità", n. 5, estate-inverno 1986, pp. 3-34. L'Università di Trento fu notoriamente il luogo dell'esperimento in vitro della "rivoluzione culturale" nascente:
voluta nel 1962 dalla Democrazia Cristiana, venne affidata alla guida del sociologo alla moda Francesco Alberoni, che ne fece un vivaio dell'ultrasinistra. Il capo delle Brigate Rosse, "Renato
Curcio, (...) era un mio studente di sociologia a Trento", ricorderà poi un altro sociologo chic, Franco Ferrarotti ("Le origini di Curcio", in "PaeseSera", 4.2.1976). Curcio veniva da una
formazione cattolico-progressista: "il direttore dell'istituto Ferrini, ad Alberga, era un prete – quel don Lasagna al quale Curcio era molto legato. Ma questo prete leggeva Marx, sosteneva
che Lenin era uno dei massimi pensatori moderni, e negli anni precedenti la sua morte (avvenuta quando aveva 48 anni, nel 1966) maturava il proposito di abbandonare la chiesa" (A. SILJ, "Mai
più senza fucile!", p. 185).
71) Cfr. "Nuova Resistenza", gennaio 1971, cit. in A. SILJ, "Mai più senza fucile", pp. 120-121.
72) A Togliatti, fin dalla cosiddetta "svolta di Salerno", risale la prima elaborazione di una "via italiana al socialismo" secondo l'insegnamento leninista: "E' sulla base dell'esperienza degli anni 1944-47, alla vigilia della guerra fredda – ricorda lo storico comunista Paolo Spriano – che il Pci sotto la guida di Togliatti prospetta per la prima volta una «via italiana al socialismo»" (Conversazione con P. Spriano, in B. VALLI, "Gli eurocomunismi", p.99).
73) Lo ricorda il "Programma 2000" del Partito socialista spagnolo; cfr. "Avanti! della Domenica", 28.1.1990, p. 7.
74) Questo memoriale fu considerato il documento principale della "via italiana" al comunismo, contrapposta alla "via russa" riaffermata dall'altrettanto famoso "rapporto Ilytchev" (ossia il discorso pronunciato dal presidente della Commissione Ideologica del Comitato Centrale del PCUS il 26 novembre 1963 nella riunione allargata della stessa Commissione).
75) E. BERLINGUER, "Riflessioni sull'Italia dopo i fatti del Cile", ora in IDEM, "La questione comunista", vol. II, pp. 609-640. Fin dal 1971, Plinio Correa de Oliveira, analizzando i risultati di una riunione del comitato centrale del PCI, vi scorgeva l'intento di lanciare la via "cilena" a livello europeo (cfr. l'articolo "Berlinguer, Amendola e soci, raccolto in Il crepuscolo artificiale del Cile cattolico", pp. 143-147).
76) "I comunisti italiani e francesi considerano che la marcia verso il socialismo e l'edificazione della società socialista che
essi propongono come prospettiva nei loro paesi, devono realizzarsi nel quadro di una democratizzazione continua della vita economica, sociale e politica. Il socialismo costituirà una fase
superiore della democrazia e della libertà; la democrazia realizzata nel modo più completo" ("Dichiarazione comune del PCI e del PCF" del 15.11.1975, cfr. B. VALLI, "Gli
eurocomunismi", pp. 218-219).
77) Tra i testi più significativi dell' "Eurocomunismo" cfr. "La Dichiarazione del PCI e del PCE" del luglio 1975, la Dichiarazione comune del PCI e del PCF del novembre successivo e la
Dichiarazione congiunta del "vertice" di Madrid fra i capi del PCI, PCF, e PCE del marzo 1977.
78) Cfr. le analisi di G. CANTONI, "Il compromesso culturale" pp. 57-62, di A. DEL NOCE, "L'Eurocomunismo e l'Italia" e IDEM, "Il marxismo di Gramsci e la religione", in "Cris-documenti", n. 35, febbraio 1977, e di G. BENSI, "Mosca e l'eurocomunismo".
79) PARTI SOCIALISTE FRANÇAIS, "Project socialiste pour la France des annèes '80".
80) Durante l'assise socialista tenutasi a Parigi il 12 e il 13 ottobre 1974, l'autogestione venne definita "la chiave di volta del socialismo democratico" (cfr. AA.VV., "Il socialismo dell'autogestione", p. 34). Stessa linea nei programmi del PSI: "Il movimento socialista deve liberarsi una volta per sempre del mito collettivistico, abbandonare il sentiero indicato da Marx e imboccare quello indicato da Proudhon, Merlino, Bernstein e Rosselli: il socialismo autogestionario" (L. PELLICANI, "Il mercato e i socialismi", p. 134).
81) Questo messaggio, che occupava 6 pagine di giornale, apparve il 9 dicembre 1981 sul "Washington Post" (USA) e sul "Frankfurter Allgemeine" (RFT) e fu diffuso su ben 187 pubblicazioni in 53 paesi e 14 lingue, con un totale di 34.767.900 esemplari. In Italia fu pubblicato integralmente sui quotidiani "Il Tempo" e "Il Giornale", e sulla rivista "Cristianità".
82) Tra le rarissime voci critiche, la prima è stata quella del prof. Plinio Correa de Oliveira, che fin dal 1980 si interrogava sul nuovo modello storico di convivenza tra Chiesa cattolica e stato comunista in Polonia (cfr. "1981 e a Pergunta Polonesa", in "Folha de S. Paulo", 31.12.1980). Lo stesso P. Correa de Oliveira, fin dal 1964, con il suo studio "La libertà della Chiesa nello Stato comunista", anticipava tutti i temi del caso polacco. Lo studio di G. BARBERINI, "Stato socialista e Chiesa cattolica in Polonia" (1983), costituisce una conferma dell'analisi del pensatore brasiliano. Sul "laboratorio polacco" nuove rivelazioni sono state fatte da un ex-agente del KGB, A. GOLYTSIN, in "New lies for old", pp. 329-343.
83) Cfr. "L'Unità", 16.1.1989.
84) "Leviatan", n. 1 (1978), pp. 12-13.
85) I. SOTELO, "Socialismo y cultura", p. 87. Egli afferma inoltre che, pur senza sottovalutare l'importanza delle riforme socio-economiche, "nel momento attuale mi sembra corretto insistere sulla priorità della rivoluzione culturale" (ivi, p. 92). "Credo che stiamo attualmente vivendo questa rivoluzione culturale che ha avuto la sua espressione più chiara nel maggio '68" (ivi, pp. 91-92).
86) "ABC", 19.8.1986. L'intellettuale neo-socialista Alain Minc affermava a sua volta: "Quelli che credono che la Sinistra è morta con il 'programma comune' non leggono lo spagnolo: ignorano forse che l'aggiornamento dell'anno 2000 non passa più per il Bad Godesberg degli anni Sessanta, ma per la Madrid contemporanea?" (in "Le Débat", n. 42, nov.-dic. 1986, p. 98).
87) Cfr. TFP ESPANOLA, "Espana: anestesiada sin percepirlo, amordazada sin querelo, extraviada sin saperlo. La obra del PSOE".
88) "La perestrojka rivoluzionaria è nata per iniziativa del partito, della sua direzione" (M. GORBACIOV, "L'idea socialista", p.
22).
89) Cfr. "Verso il «compromesso storico» mondiale?", in "Lepanto", a. VI, n. 69.
90) Si legga ad esempio questo elogio ditirambico di padre Ernesto Balducci: "Un uomo (Gorbaciov), cresciuto in una clausura ideologica senza precedenti, ha avuto il coraggio di cogliere con libertà i processi di maturazione che da tempo e cioè dall'esplosione di Hiroshima percorrono nel profondo della storia dell'uomo. (...) Ci voleva un gesto maieutico, ci voleva la levatrice che estraesse dal seno della Storia la novità in Gestazione", che consisterebbe nel principio ghandiano della non-violenza: "E' questo il principio che definisce il passaggio dall'età tolemaica della politica a quella copernicana. (...) Egli ha messo in moto l'unica vera rivoluzione della Storia moderna, quella che condurrà l'uomo fuori dalla sua preistoria" (E. BALDUCCI, "L'utopia diventa realtà", in "Il Secolo XIX", 2.12.1989).
91) P. GARIMBERTI, "La Santa Alleanza firmata in Vaticano", in "La Repubblica", 2.12.1990.
92) "Il vertice del 1 dicembre ha portato a Gorbaciov il vantaggio di una normalizzazione istituzionale dell'Urss presso il Vaticano, dal quale la realtà sovietica non aveva mai ricevuto prima una formale legittimazione" (G. ZIZOLA, "Quando storia e provvidenza s'intrecciano", in "Il Giorno", 2.12.1990).
93) F. Margiotta Broglio, "Costantino in casa Wojtyla", in "Corriere della Sera", 2.12.1990.
94) Secondo il primo ambasciatore sovietico presso la Santa Sede, Yuri Y. Karlov, "l'invito rivolto da Gorbaciov al Papa è stato accolto. E non si è trattato di un gesto protocollare. Ma è chiaro che la visita deve essere preparata dal punto di vista religioso e politico" (Intervista a cura di A. Santini, in "L'Unità", 11.9.1990).
95) P. CORREA DE OLIVEIRA, "Comunismo e anticomunismo alle soglie dell'ultima decade di questo millennio", in "Corriere della Sera", 7.3.1990.